Il direttore d’orchestra perfetto

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Sapete che strumento suono? La viola. E sapete chi sono gli orchestrali più presi in giro, più canzonati, più attaccati e più oggetto di barzellette, neanche fossero i carabinieri? Ovvio, noi violisti. Eccone una, la più vecchia:
“In un’orchestra sinfonica, in uno degli ultimi leggii, ci sono due violisti, uno storico prossimo alla pensione e uno giovane rampante. Un giorno a una prova il direttore d’orchestra si sente male:”Chi si sente di dirigere?”. Il giovane rampante si fa avanti e finisce l’intera produzione che dura qualche giorno con ottimo successo. La settimana dopo torna al suo posto e il suo collega di leggio appena lo vede gli dice:”Oh, ciao Bruno. Ma dove sei stato in tutto questo tempo???” Insomma, il violista non si era nemmeno accorto che era cambiato direttore.

Perchè proprio i violisti, vi chiederete? Perchè i violisti in Italia sono sempre stati storicamente i violinisti falliti, quelli che non erano in grado di suonare il violino. Non esisteva una scuola di viola all’altezza e, fino a pochi lustri fa, i docenti di viola all’altezza erano pochissimi in Italia. Ora, finalmente, le cose stanno cambiando ma per cambiare il retaggio della tradizione ci vorrà ancora parecchio tempo.

Com’è il direttore perfetto? Io credo che non esista cosa più difficile da definire. Ho sentito molte volte giudizi opposti su maestri e raramente ho trovato giudizi unanimi sulla bravura di un direttore (cosa diversa per la negazione, lì c’è più uniformità). E la cosa bella è che, come sempre accade quando si danno giudizi personali, ciascuno crede che il proprio parere sia quello vero e giudica talvolta con supponenza quello altrui.

Ecco perchè la mia idea è personale e conta solo come tale. Il direttore d’orchestra perfetto per me è intanto quello che termina una prova o un concerto sfinito, sudato, stravolto, cioè quello che dà tutto se stesso. Deve avere un carisma molto forte e questa è una di quelle doti con cui o si nasce oppure niente, è quasi impossibile crearsela. Il carisma ad esempio di Riccardo Muti (o qualche tempio fa di Herbert von Karajan), quando entra sul palco, è palpabile: in orchestra si sente, eccome!

Deve avere conoscenza assoluta della partitura, quasi conoscere a memoria tutte le singole parti. Claudio Abbado (o anche attualmente Daniele Gatti) dirigeva sempre a memoria, anche gli spartiti contemporanei più astrusi o le opere mastodontiche di Wagner. Ci vogliono ore e ore di studio per questo e una dedizione assoluta. Ma conoscere ogni singolo rigo della partitura è decisivo per sviscerare le opere più complesse, come una sinfonia di Mahler o un’opera di Puccini.

Deve avere una musicalità trascinante e una personalità vulcanica, come Valery Gergiev: per convincere tutti gli orchestrali (e poi il pubblico) che la sua idea e il suo progetto musicale funzionano. Molte volte mi è capitato di affrontare la prima prova pensando:”ma questo come ci fa suonare?” e terminare il concerto entusiasta. L’orchestrale deve suonare tecnicamente al meglio, il direttore lo fa suonare come vuole. Io ho imparato più dai tanti maestri che ho incrociato che dalla mille lezioni strumentali che ho ricevuto.
Mi ricordo che Georgi Dimitrov, grande direttore bulgaro, facendo modificare un piccolissimo particolare a una frase musicale (magari banalmente una nota tenuta più lunga oppure un diminuendo più sentito), diceva:
“Prima erano note. Ora è musica!”. Quanto aveva ragione!

Il direttore perfetto deve avere un orecchio musicale molto buono.
Nel marasma orchestrale deve essere in grado di sentire il singolo suono. Non sono di quelli che considerano l’orecchio assoluto come dote imprescindibile per il direttore perfetto, anzi forse lo considero perfino dannoso. Qualche volta mi capita di suonare con musicisti dotati di orecchio assoluto che sentono spesso un’intonazione imperfetta quando per il 99,9% delle persone non lo è. Sentire cose che senti quasi solo tu e conviverci non è affatto facile e i direttori d’orchestra di questo tipo spesso dedicano tempo a curare maniacalmente particolari irrilevanti per la stragrande maggioranza del pubblico.

Direttore, che fa? Mi bacchetta?

Direttore, che fa? Mi bacchetta?

Deve, infine, essere un grande narratore di storie e un grande motivatore. L’orchestrale, come ogni studente in una qualunque aula del mondo, è in generale più coinvolto se il docente parla raccontando storie. Una volta Gustav Kuhn, grande maestro austriaco, ci stava dirigendo nell’ultimo movimento della Nona di Mahler, mastodontico capolavoro assoluto e punto di arrivo di 150 anni di sinfonismo. Si fermò e, senza che apparentemente c’entrasse niente, ci fece un panegirico di qualche minuto sulla sua carriera, raccontando di quando era bambino. Nato e cresciuto in una famiglia di musicisti, fin da piccolo pensò che avrebbe fatto da grande il direttore d’orchestra, studiò a fondo per diventarlo e non ebbe mai alcun ripensamento.
“E da allora- continuò – non avrei mai voluto fare null’altro che questo”. Pausa.
“Eccetto in questo momento… – altra pausa -
…in cui, non sapete quanto vorrei essere cornista!”.

Dopo questo discorso, il nostro primo corno fece il suo più bell’assolo di sempre.

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