Amazon contro Amazzonia

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Ordinate comodamente dal vostro PC e qualche giorno dopo il postino vi consegna il vostro acquisto, che per raggiungervi ha attraversato mille confini. E cieli, terre e mari… come l’hanno presa?

Un trilione. La cifra, che evoca più Paperon De’ Paperoni che tavole statistiche, significa mille miliardi. Di dollari. E’ il valore dell’e-commerce globale nel 2013, secondo emarketer.com, con un tasso di crescita attorno al 20% annuo e previsioni di raddoppio entro il 2017. Dentro c’è Amazon, ma ci sono anche i biglietti aerei, le ricariche telefoniche, i download a pagamento, o il biglietto del prossimo concerto. Solo le scommesse on-line sono state lasciate fuori dalla stima.

B2C. Business to consumer. Nel trilione ci sono solo le transazioni tra l’impresa e il consumatore finale, quindi si escludono gli acquisti tra imprese (B2B) o gli affari di e-bay tra consumatori (C2C). E stando ad alcune stime, la cifra complessiva diventerebbe più che doppia. Stiamo parlando del 4% del PIL in Inghilterra, perchè gli inglesi sono gli e-shopper più scatenati, con una spesa media di quasi 4000 dollari all’anno per acquirente on-line, quasi il doppio dell’americano medio, mentre nel Belpaese siamo sui 1500 dollari annui. Sempre secondo le statistiche di emarketer, in Italia gli acquirenti on-line sarebbero circa 12-13 milioni, diciamo uno su cinque, mentre i tedeschi che riempiono il carrello virtuale sono oltre 40 milioni.

Impatto economico. Partiamo dalle conclusioni: organismi quali la Commissione Europea e l’OECD, sulla base di dettagliati studi, ritengono che l’e-commerce sarà il motore dell’economia e della competitività nella prossima decade. Perchè? Beh, ad esempio, il fatto che gli Stati Uniti tutto sommato se la passino alla grande da vent’anni, e che continuino a correre a dispetto dell’11 settembre e della crisi dei sub-prime, è spesso giustificato con la straordinaria espansione dell’e-commerce a stelle e strisce. I nostalgici potranno certo puntare il dito sulla scomparsa dei negozi di dischi e delle librerie, ma anche per il mercato del lavoro – pur in assenza di studi dettagliati – l’idea degli economisti è che ci sia più da guadagnare che da perdere, stanno nascendo sempre più posti di lavoro nel campo dell’immissione dati, della creazione e gestione di siti web, di esperti di sicurezza informatica, gestione degli inventari, degli aspetti legali, delle controversie… per non parlare dell’effetto sui servizi di consegna pacchi.

Prezzi giù. In teoria (economica), indipendentemente dalle cifre che ancora non esistono, l’impatto è certamente grande e positivo. Aumenta l’efficienza del mercato, è più difficile avere scorte di magazzino che non trovino acquirenti, visto che si può vendere ovunque. E’ anche più facile programmare la produzione, con dati sulle vendite praticamente in tempo reale. Calano i famigerati “costi di transazione”, cioè quanto costa (non solo in termini di soldi, ma anche di tempo) trovare il prodotto che si cerca, oppure trovare l’acquirente per il proprio prodotto. E’ più facile entrare nel mercato, chi vende un lettore DVD (anche usato) può mettersi in competizione con le grandi case produttrici, magari esercitando anche una pressione al ribasso per i prezzi. E inoltre è più facile avere accesso all’informazione. Se comprate un televisore al grande magazzino, le informazioni sono quelle che vi fornisce il commesso, oppure quello che leggete sul posto… ma da casa, davanti al PC, potete scegliere tra mille televisori anche guardando alle recensioni di tecnici e utenti, con il risultato di ridurre il mercato per gli oggetti scadenti “bollati” da altri acquirenti sfortunati e di premiare chi ha una migliore qualità-prezzo. Secondo un report (ormai vecchio) dell’OECD, l’industria dell’elettronica ha il potenziale di abbattere i costi del 40% grazie all’e-commerce “business-to-business”, cioè tra le imprese che acquistano componenti elettronici da altre imprese. Per altri beni (ad esempio cibo e medicine), i risparmi sono meno chiari. Ovviamente, per tutti i beni “digitalizzabili”, come musica, video, libri, il prezzo è crollato e crollerà ulteriormente, contagiando inevitabilmente anche il prezzo di quelli “reali”.

Per molti, ma non per tutti. Il 90% dell’e-commerce avviene nei paesi sviluppati di America, Europa e Asia. Considerando Africa e online-shopping-cartoonMedio Oriente nel complesso, non si arriva a 50 milioni di e-shoppers, più o meno il livello della sola Germania, mentre i cinesi cyber-acquirenti sono 270 milioni. Come spesso accade, le nuove tecnologie sono pioggia sul bagnato, ne beneficiano subito e di più i ricchi, aumenta il divario coi poveri, non solo tra paesi, ma anche tra cittadini dello stesso paese.

Amazon. Anche se la memoria ai tempi di internet è breve, qualcuno ricorderà che Amazon è nato (o nata?) solo per vendere libri. Curioso scoprire l’origine del nome Amazon. Il fondatore Jeff Bezos voleva un nome che cominciasse con la A per partire ben piazzati nell’ordine alfabetico, per cui cominciò a sfogliarsi il dizionario. Si fermò ad Amazon, che in inglese si riferisce sia alla foresta pluviale (Amazon Rainforest) che al Rio delle Amazzoni (Amazon River). Più che agli alberi e alle acque, pensò all’esoticità che il nome richiamava, perchè anche il suo negozio on-line sarebbe stato diverso da quelli fino ad allora conosciuti. Amazon è anche l’Amazzone, ma non l’Amazzonia di per sé, che in inglese si chiama Amazonia con una zeta sola.

Impatto ambientale. E se le foreste amazzoni forse hanno apprezzato Kindle, non è detto che godano altrettanto dell’acquisto di frigoriferi o Blue-ray da negozi a migliaia di chilometri di distanza. Ma sarebbe davvero riduttivo e anche un po’ luddistico dire che Amazon fa male all’ambiente. E allora guardiamo cosa ci racconta la ricerca scientifica, anche se, tanto per cambiare, non avremo una risposta certa.

Tre livelli. L’impatto ambientale dell’e-business viene generalmente classificato in tre gradini. Il primo è quello dell’infrastruttura tecnologica su cui si poggia (server, PC, smartphone, ecc.). Il secondo è quello relativo alle transazioni effettive sul mercato (produzione, vendita, trasporto). Il terzo è legato al cambiamento degli stili di consumo e di vita. Ad esempio, l’aumento del consumo di beni elettronici può creare problemi se non è compensato da un’altrettanto veloce “miniaturizzazione” degli stessi.

Primo livello. Ricordate la storiella (vera) del ricercatore di Harvard che stimò l’emissione di diossido di carbonio associabile ad una ricerca su Google? E che stimò che un paio di search su Google equivalevano a quanto “speso” per fare un té con un bollitore elettrico?  Tutto per l’energia elettrica consumata dai server di Google sparsi in tutto il mondo. Scrivere questo articolo corrisponderebbe a guidare tre o quattro chilometri con una Land Rover.

Diamo i numeri. L’interessante articolo di Klaus Fichter pubblicato sul Journal of Industrial Ecology, dal quale abbiamo tratto ampia ispirazione per questo articolo, ci aiuta a quantificare il fenomeno. L’energia necessaria al funzionamento degli uffici e dei macchinari da ufficio (inclusi server ed elaboratori) corrisponde più o meno al 5% dell’energia necessaria ad un paese sviluppato. Inoltre, il 90% dell’energia necessaria al funzionamento della Rete è impiegato dai server, mentre i terminali consumano solo il rimanente 10%. Pare inoltre che l’energia consumata dipenda quasi esclusivamente dall’infrastruttura, e il numero di utilizzatori influisce minimamente, se non attraverso le necessità di potenziamento dell’infrastruttura stessa. Il problema però non è solo nell’energia. Costruire server, PC, smartphone implica anche l’utilizzo di sostanze dannose, la creazione di rifiuti elettronici e chi più ne ha più ne metta.

Secondo livello. Certo che pensare a un mondo in cui i PC e gli smartphone non aumentino, soprattutto considerando il gap delle economie emergenti e dei paesi in via di sviluppo, appare quantomeno poco realistico. E allora assolviamo Amazon per un’evoluzione tecnologica della quale non è il motore, ma soltanto un abile sfruttatore. E scendiamo di un gradino, il passaggio dal mercato “in carne ed ossa” a quello elettronico. Digitalizzando, ovviamente si riduce l’uso di materie prime, ma la quantificazione del fenomeno è ancora oggetto di grandi controversie tra gli empirici e c’è chi dice che i benefici ambientali siano trascurabili. Accettando un pareggio sulla digitalizzazione, l’ambiente sembra invece vincere grazie alla produttività delle risorse. Con l’efficienza imposta dall’e-commerce, soprattutto nel business-to-business dove ordini, produzioni e stoccaggio vengono ottimizzati, si ottiene di più dalla stessa quantità di materia prima. Si calcola che l’e-commerce abbia ridotto più o meno del 5% la quantità di materia prima necessaria a produrre un’unità di prodotto finale.

Tracking my order. Ogni cliente Amazon che si rispetti, una volta registrato e pagato l’ordine, si gode l’aggiornamento quotidiano sul viaggio del proprio pacco ben imballato verso la sua destinazione finale. Sa quando il suo pacchetto si riposa in qualche centro di smistamento, se lo immagina su un grosso tir mentre attraversa valichi coperti di neve, sa quando finalmente respira l’aria della propria città, e se – come spesso capita – lo fa consegnare alla portineria del proprio posto di lavoro, sa chi ha firmato la ricevuta, per stare sul sicuro. Il viaggetto del nostro acquisto, e il suo vestitino di cartone e plastica, sono un altro punto controverso sull’effetto ambientale di questa rivoluzione economica. Se per i beni “a lunga percorrenza” il dibattito è ancora aperto, la sorpresa invece arriva dall’e-shopping alimentare. Si riducono infatti fino al 20% le “miglia alimentari” (la strada percorsa dai cibi), fino al 35% il consumo di energia, e le emissioni di CO2 possono calare addirittura del 90%. Quindi, se fate la vostra spesa on-line anziché al supermercato, siete dei benefattori dell’ambiente.

Grazie E-Bay. Addirittura ha dato dignità al C2C, consumer-to-consumer, segmento che prima a malapena esisteva. Il mese scorso, trovandomi con due decoder satellitari, bene quasi obsoleto viste le televisioni sempre più intelligenti e le offerte di Sky, dopo aver chiesto invano ad una vasta platea di conoscenti se qualcuno ne volesse uno gratis, ero sul punto di portarlo allo smaltimento rifiuti. Poi ho sfidato per la prima volta i meccanismi di E-bay, e in un mesetto mi sono liberato della zavorra (usata per un anno) e ho recuperato metà del prezzo di acquisto, vendendolo in una zona dove la TV digitale non arriva e la gente necessita di decoder. Il riutilizzo di beni ancora funzionanti, come molti di quelli venduti su e-bay, riduce significativamente la quantità di rifiuti, e sicuramente riduce gli sprechi.

Terzo livello. Il problema degli effetti (non ravvicinati) del terzo tipo, ossia dell’impatto sulle abitudini più generali di noi consumatori, è che sono di difficile previsione. Ad esempio, negli anni Ottanta si immaginava che la diffusione dei computer avrebbe generato uffici senza carta. Tra il 1988 e il 1998, mentre i computer si diffondevano e diventavano capaci di contenere quantità sempre maggiori di dati, il consumo di carta da stampanti e di carta da scrivere è aumentato del 24%. Le abitudini però si evolvono, e internet – anche attraverso l’Undici – ci dà la possibilità di essere più informati, sempre che siate arrivati fino in fondo a questo noioso articolo. I governi possono intervenire per mitigare e indirizzare questi epocali cambiamenti, non c’è motivo di vedere solo il lato oscuro.

Quindi? Quindi, ci si può unire alle conclusioni del nostro Fichter. Non è una relazione deterministica, non esiste l’equazione che lega direttamente l’e-commerce al suo impatto ambientale, sono le modalità in cui l’e-commerce si sviluppa, sono i nostri stili di vita, il nostro apprendimento, che determineranno l’esito finale. E che faranno sì, che sul dizionario (on-line) dei nostri nipoti Amazon non rimanga solo un rivoluzionario marchio commerciale.

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