11 intrecci tra fotografia e poesia

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L’arte, come ben si sa, è un tutt’uno con l’uomo e le sue emozioni. E tutte le arti, tramite sinapsi sentimentali, sono tra di esse collegate. E così basta un colore, uno sguardo, un gesto per riattivare collegamenti proustiani sopiti nelle nostre menti. Un quadro può ispirare un film, una canzone può ispirare una foto (credo che chiunque abbia ascoltato almeno una volta “Rimmel” di De Gregori abbia poi provato a scattarsi una foto dove sorrideva e non guardava) e così via. Ecco allora una lista da leggere, in ordine sparso e puramente casuale, di fotografie che ispirano poesie. O di poesie che ispirano fotografie. Insomma, interpretate quest’articolo come meglio volete. Ma ricordate: leggete e osservate con sguardo attento e cuore aperto.

Giuseppe Penone, Rovesciare i propri occhi - progetto, 1970

Giuseppe Penone, Rovesciare i propri occhi – progetto, 1970

Fotografia di Giuseppe Penone “Rovesciare i propri occhi” (1970)
“Specchio” di Sylvia Plath (dalla raccolta “Ariel”)

Sono esatto e d’argento, privo di preconcetti.
Qualunque cosa io veda subito l’inghiottisco
tale e quale senza ombre di amore o disgusto.
Io non sono crudele, ma soltanto veritiero -
quadrangolare occhio di un piccolo iddio.
Il più del tempo rifletto
sulla parete di fronte.
È rosa, macchiettata. Ormai da tanto tempo la guardo che la sento
un pezzo del mio cuore. Ma lei c’è e non c’è.
Visi e oscurità continuamente si separano.

Adesso io sono un lago. Su me si china una donna
cercando in me di scoprire quella che lei è realmente.
Poi a quelle bugiarde si volta: alle candele o alla luna.
Io vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Me ne ripaga con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Anche lei viene e va.
Ogni mattina il suo viso si alterna all’oscurità.
In me lei ha annegato una ragazza, da me gli sorge incontro
giorno dopo giorno una vecchia, pesce mostruoso.


Lange Dorothea, Madre emigrante 1936

Lange Dorothea, Madre emigrante 1936

Fotografia di Lange Dorothea “La madre emigrante” (1936)
“Supplica a mia madre” di Pier Paolo Pasolini

E’ difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senz’anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita, l’unica tinta,
l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

Nobuyoshi Araki "Senza titolo" (1991)

Nobuyoshi Araki “Senza titolo” (1991)

Fotografia di Nobuyoshi Araki “Senza titolo” (1991)
“Si si” di Charles Bukowski

Quando Dio creò l’amore non ci ha aiutato molto
quando Dio creò i cani non ha aiutato molto i cani
quando Dio creò le piante fu una cosa nella norma
quando Dio creò l’odio ci ha dato una normale cosa utile
quando Dio creò Me creò Me
quando Dio creò la scimmia stava dormendo
quando creò la giraffa era ubriaco
quando creò i narcotici era su di giri e
quando creò il suicidio era a terra

Quando creò te distesa a letto
sapeva cosa stava facendo
era ubriaco e su di giri
e creò le montagne e il mare e il fuoco
allo stesso tempo

Ha fatto qualche errore
ma quando creò te distesa a letto
fece tutto il Suo Sacro Universo.

Doisneau Robert, Le baiser de l'Hotel  de Ville, Paris 1950

Doisneau Robert, Le baiser de l’Hotel de Ville, Paris 1950

Fotografia di Robert Doisneau “Le baiser de l’Hotel de Ville” (1950)
 “Sto abbracciando te” di Pedro Salinas

E sto abbracciando te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
con domande, con carezze
quella solitudine immensa
d’amarti solo io.

Goldin Nan, Nan one month after being battered, N.Y 1984

Goldin Nan, Nan one month after being battered, N.Y 1984

Fotografia di Nan Goldin “Nan one month after being battered” (1984)
“La musa malata” di Charles Baudelaire (tratta dalla raccolta “I fiori del male”)

Dimmi, cos’hai stamani povera musa mia?
Negli occhi ti si addensano le visioni notturne,
e vedo sul tuo volto impressa la follia
e la paura, insieme, fredde, taciturne.

Il succubo verdastro e il roseo silfo amore
E spavento dall’urna hanno in te riversato?
La signoria dell’incubo, cupa, nel tenebrore
Fluviale del fiabesco Minturno t’ha ingoiato?

Voglio che, mentre effonde un profumo vitale,
il tuo seno pensieri forti possa ospitare,
e il sangue tuo cristiano fluisca ritmicamente,

come il metrico battito di sillabe tra gente,
su cui regnava Febo, dei canti reggitore,
insieme al sacro Pan, delle messi signore.

La Chapelle David, campagna Diesel 1994

La Chapelle David, campagna Diesel 1994

Fotografia di David La Chapelle “Campagna Diesel” (1994)
“Poesia” di Frank O’Hara

Stavo trotterellando e all’improvviso -
si mette a piovere e a nevicare
e hai detto che grandinava ma la grandine ti batte sulla zucca
dura dunque in effetti nevicava e
pioveva e avevo una tale premura
di vederti ma il traffico
faceva esattamente come il cielo
e all’improvviso sbircio un titolo
LANA TURNER E’ CADUTA!
Non c’è neve a Hollywood
non piove in California
sono stato a un sacco di feste
comportandomi in modo indecoroso
ma di cadere non mi è mai successo
oh Lana Turner noi ti amiamo, alzati!

Magritte René, Autoritratto (cab. aut.) 1928

Magritte René, Autoritratto (cab. aut.) 1928

Fotografia di René Magritte “Autoritratto” (1928)
“Follia, mia grande giovane nemica” di Alda Merini

Follia, mia grande giovane nemica,
un tempo ti portavo come un velo
sopra i miei occhi e mi coprivo appena.
Mi vide in lontananza il tuo bersaglio
e hai pensato che fossi la tua musa;
quando mi venne quel calar di denti
che ancora mi addolora tra le spoglie,
comprasti quella mela del futuro
per darmi il frutto della tua fragranza.

Man Ray, Lacrime di vetro 1930

Man Ray, Lacrime di vetro 1930

Fotografia di Man Ray “Lacrime di vetro” (1930)
“In un momento” di Dino Campana (poesia dedicata a Sibilla Aleramo)

In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme

Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose

P.S. E così dimenticammo le rose.

Newton Helmut, Simulato e umano 1978

Newton Helmut, Simulato e umano 1978

 Fotografia di Newton Helmut “Simulato e umano” (1978)
“Un’arte” di Elizabeth Bishop

Dell’arte di perdere si è facili maestri;

ogni cosa pare così colma dell’intento
d’andar persa, che perderla non è un disastro.

Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta l’estro
delle chiavi perse, dell’ora senza sentimento.
Dell’arte di perdere si è facili maestri.

Poi allenati a un perdere ulteriore, un perdere più lesto:
luoghi, nomi, e ogni dove che la mente
voleva visitare. Nulla di ciò sarà un disastro.

Ho perso l’orologio della mamma. Impiastro!
E di tre amate case non ho salvato niente.
Dell’arte di perdere si è facili maestri.

Ho perso due città stupende. E in quel contesto,
diversi regni miei, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è stato un disastro.

Perfino nel perderti (il riso nella voce, un gesto
che amo) non avrò mentito. E’ evidente,
dell’arte di perdere non si è difficili maestri
anche se può sembrare (e scrivilo!) un disastro.

Oppenheim Dennis, Reading position 1970

Oppenheim Dennis, Reading position 1970

Fotografia di David Oppenheim “Reading position” (1970)
 “Casa sul mare” di Eugenio Montale

Il viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono eguali e fissi
come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.
Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
I soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.
Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.
Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.

Rainer Arnulf, 1970-1971 a

Rainer Arnulf, 1970-1971

Fotografia di Arnulf Reiner (1970-1971)
“Mosca, 1958″ di Nazim Hikmet

E muore e nasce a tutta forza
albero stella uomo
virus eccetera eccetera
.
un tumulto uno strepitio
speranza malinconia
nostalgia
e nasce e muore
a tutto vapore

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