Un posto ci sarà per questa solitudine

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Il male di questa epoca è la solitudine. La solitudine che separa le persone, che ci fa perdere la capacità di stare insieme anche in maniera banale, che ci fa prediligere lo star soli, che ci allontana dalla felicità associata alla condivisione di spazi fisici e spirituali. Si dirà che la solitudine è stata sempre un male, anche in altre epoche. E’ senza dubbio vero. Tuttavia, oggi, esistono condizioni sociali, economiche e tecnologiche che rendono la solitudine più pericolosa che in passato.

Famiglia-numerosaPer cominciare, nonostante crisi e disoccupazione, oggi molte più persone hanno la possibilità di vivere da sole. Fino a pochi decenni fa, non era raro che una coppia appena sposata andasse a vivere in casa dei genitori di uno dei due sposi o che un nonno o una nonna abitassero con la famiglia di un/a figlio/a. In questi tempi, non è invece infrequente che nonno/a, figlio/a e nipote vivano soli, ognuno in una propria casa. Le statistiche parlano chiaro: secondo i dati de “Il mondo in cifre 2014″ pubblicato da “The Economist”, in Svezia il 47,1% dei nuclei familiari è formato da 1 sola persona, 40,0% in Norvegia, 39,6% in Danimarca, 39,4% in Finlandia, 38.7% in Germania. Questi sono anche le nazioni – statistiche alla mano – in testa alle classifiche di sviluppo umano, ossia le nazioni verso cui tendenzialmente si muove il mondo. In altre parole, più passa il tempo, più ci si “sviluppa”, più si tenderà a vivere da soli.

Si dirà che ci si può sentire soli anche in mezzo ad una moltitudine e che le tipologie di convivenza summenzionate potevano generare tensioni e problemi. Tutto vero. Eppure crediamo che il puro “stare da soli” che significa, ad esempio, l’assenza di qualcuno che, tornato a casa, ti chieda com’è andata la giornata o con cui commentare una stupidaggine appena sentita in televisione, rischiano di trasformare le “comodità” di non avere qualcuno intorno in solitudini sempre più croniche, sempre più fonti di depressioni e lente chiusure verso il mondo.

Ci si abitua facilmente a stare da soli, si cominciano ad apprezzare piccole “agi” che poi divengono irrinunciabili: ascoltare la musica che si vuole, mangiare all’ora che si vuole, non dover rendere conto a nessuno di tante cose. E pian, piano si perde non solo la capacità di condividere la quotidianità spicciola ma anche la sfera dei sentimenti, delle emozioni; insomma tutto quanto è necessario per stare insieme ad altri esseri umani, siano essi i nostri colleghi, i familiari o il nostro partner.

Diceva Francis Scott Fitzgerald che “quando si è soli nel corpo e nello spirito si ha bisogno di solitudine, e la solitudine genera altra solitudine.” Il rischio è proprio di entrare in una spirale che ci avvolge pian, piano senza che ne abbiamo chiara coscienza, come un veleno che ci avvelena ogni giorno goccia a goccia, e quando ce ne accorgiamo è troppo tardi.

Vivere da soli c'ha sicuramente i suoi bei vantaggi.

Vivere da soli c’ha sicuramente anche i suoi bei vantaggi.

La solitudine ci rende scorbutici, irritabili, duri, così che cominciamo a giudicare ogni contatto con il prossimo sempre più come un’ingiustificata e sgarbata intrusione nella nostra sfera privata invece che come l’occasione per un sorriso. Come creta che può essere inizialmente modellata, ma poi, con il tempo, s’indurisce assumendo una forma immutabile, più passano gli anni, più diventa difficile ‘modellare’ il proprio essere per trovare un “incastro” proficuo con un’altra persona.

Oltre alle mutate condizioni economiche summenzionate, fino a pochi anni fa esisteva una forte pressione sociale che spingeva gli individui ad accoppiarsi o comunque a vivere insieme: era socialmente mal visto che un uomo o peggio una donna vivessero soli o, in generale, facessero cose da soli. Oggi, fortunatamente, esiste una quasi completa libertà ed ognuno può vivere la vita come vuole. Tuttavia, la libertà, questa come altre, va vissuta con profonda attenzione, perché, altrimenti, essere liberi rischia di condurci ad assecondare le nostre inclinazioni meno feconde, che, giorno dopo giorno, seppelliscono quelle che invece possono avvicinarsi alla felicità. Proprio come l’attitudine a volersene stare da soli, in senso strettamente fisico, ma anche spirituale.

Chi ha 30 o più anni, ha probabilmente alle spalle qualche esperienza di “condivisione” non positiva. Ed allora, può essere facile cedere alla tentazione di “non volerne più sapere”, rinchiudersi in se stessi/e, costruirsi una corazza che impedisce al prossimo di farci del male…ma anche di farci del bene.

Ci si rifugia nelle proprie ossessioni, ci si limita a rapporti anche fisici, anche sessuali, occasionali, che non richiedano alcun tipo di impegno, magari addirittura virtuali, come quelli assicurati dall’infinita e onnipresente offerta pornografica (come discusso in questo articolo), molto più accessibile che in passato. Così come è più semplice e “praticabile” di una volta relazionarsi con escort o prostitute che dir si voglia (anche in questo caso lo strumento internet è potentissimo) che sono pagate non tanto per offrire sesso, quanto per andarsene appena finito il sesso, quando dovrebbe subentrare l’impegno, l’approfondimento della relazione, lo scambio di qualcosa che vada oltre il mero atto sessuale.

11 cane legato uomo legato smartphoneSi tende e si rischia di soddisfare (o credere di farlo) i bisogni di socialità con le innumerevoli possibilità tecnologiche attuali, instaurando rapporti comunicativi, mediati da uno schermo o un’applicazione dello smartphone, che ci proteggono e rendono tali relazioni inevitabilmente superficiali. La tecnologia ci avvicina e permette di comunicare in maniera strabiliante, ma, se utilizzata non come uno strumento che abbia il fine ultimo di una autentica interazione fisica, reale e profonda, rischia piuttosto di acuire la nostra solitudine. Perché il contrario di solitudine non è la comunicazione, non è l’avere mille amici su Facebook o 7 chat aperte, il contrario di solitudine è stare in intimità. E per giungere a toccare l’intimo occorre inevitabilmente mettersi in gioco, rischiare di farsi ancora male, perdere rigidità, prendere in considerazione che rinunciare alle piccole comodità dello stare da soli significa investire energie e pezzi di se stessi per raggiungere una maggiore felicità. Nella condivisione, non quella su Facebook, ma quella fisica ed emozionale, le persone danno il meglio di se stesse, rendono possibile il fiorire delle proprie potenzialità, della nostra umanità.

Altra caratteristica di questi tempi è la scelta di un animale come fonte ed oggetto d’affetto. Certamente il rapporto con un cane o un gatto può donare inestimabile arricchimento emozionale e profondità di sentimenti, ma il rischio è che esso sia vissuto in contrapposizione con il rapporto con gli esseri umani, nel quale si è persa ogni fiducia e nel quale si ha paura di impegnarsi ancora, magari per esperienza passate finite male. Perché gli esseri umani tradiscono, deludono, t’ingannano. Mentre un cane sarà sempre pronto a darti amore. Non voglio in alcun modo sottovalutare l’importanza delle relazioni con gli animali, tuttavia esse, per definizione, non possono assicurare la profondità derivante dalla parificazione tipica di una relazione tra due esseri umani.

Ci piaccia o no, il contatto umano è fondamentale ed è spesso il primo passo per avvicinarci alla felicità. Anche quello apparentemente banale, anche le chiacchiere d’ascensore sul tempo, anche il saluto all’impiegato delle poste, anche i soliti e, per un certo verso, noiosi discorsi su com’è andata la giornata con chi condivide con noi la quotidianità. Da lì nasce tutto, da lì s’impara ad ascoltare, ad ammorbidirsi, a fare spazio dentro di sé perché “l’altro” entri in noi e con noi costruisca qualcosa di nuovo, di più grande e migliore. Amare gli altri ed amare se stessi sono due facce della stessa medaglia, due cose intimamente intrecciate: non si può amare se stessi senza amare gli altri e viceversa. Ed amare gli altri significa dare, aprirsi, andare verso l’”altro” e provare ad “incastrarsi”.

11Se un tempo, questo tipo di contatti erano forzati dalle consuetudini economiche e sociali, le circostanze attuali, se non vissute con attenzione, rischiano di ridurre drasticamente queste occasioni in cui tenere “allenata” la nostra capacità di relazionarci con il prossimo che può poi condurci alla felicità associata ad una più profonda condivisione pratica ed emozionale. Così come tante altre qualità di cui, come essere umani, possiamo essere orgogliosi, la capacità di stare insieme va allenata, va rafforzata, va accudita quotidianamente, come fosse un mobile prezioso che va spolverato con costanza perché brilli di tutto il suo splendore. Ci vuole disciplina per stare insieme, una parola a cui, in quest’epoca di apparente libertà assoluta che segue millenni di oppressivi condizionamenti sociali, associamo un valore scorrettamente negativo. La disciplina, l’impegno, l’allenamento, anche quello alla socialità, sono essenziali per raggiungere i nostri obiettivi, ed io credo fermamente che la condivisione della nostra intimità sia un obiettivo che molto spesso coincide con la felicità.

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10 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Tiziano Biella

    Inarrestabili il calo demografico “occidentale” e l’immigrazione. Una possibile nuova era di civiltà se solo sapessimo riconoscere il bene e il male (ricordatevi la storiella dell’uccellino, l’elefante e …il gatto “salvatore”)

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  2. Luisa Garau

    Lo stare in compagnia deve essere una scelta, dunque libera anche dalla paura della solitudine. Ecco perché è comunque importante imparare a stare anche da soli.

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  3. Gianna Laudanno

    La “famiglia” di una volta…no..no..meglio una solitudine SCELTA che una compagnia FORZATA.

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  4. Nello

    @Simone – Concordo molto sulla differenza tra “solitudine” e “Isolamento”. E’ il secondo negativo, che può essere una patologia, la prima è semplicemente un modo di vivere con i suoi pregi e i suoi difetti.

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  5. Simone

    Concordo dalla prima all’ultima parola di questo articolo. Forse è doverosa solo una precisazione: forse quella che qui viene chiamata “solitudine”, intesa giustamente in senso negativo, dovremmo chiamarla in realtà “isolamento”.
    Perchè è l’isolamento, il comportamento in cui rischiamo di cadere. Sono assolutamente d’accordo con chi osserva come tante, troppe persone, siano spaventate dal silenzio interiore, quasi come se avessero paura di trovarsi di fronte a sè stesse.
    Ah, un’ultima considerazione: pienamente d’accordo anche sull’analisi relativa al nostro rapporto con gli animali. Tutto vero: indubbiamente un animale, in qualche modo, “ci fa bene”. Io stesso amo cani e gatti. Ma il rapporto con un animale, a mio parere, non ci mette in questione come il rapporto tra esseri umani. Forse è proprio questo il punto.

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  6. luigi

    Avevo scritto un ampio pensiero e poi cliccando su RISPONDI è magicamente scomparso.
    Ecco tipica situazione. BEATA SOLITUDO SOLA BEATITUDO

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  7. Daniela

    Interessante riflessione ma la sua premessa è parecchio lontana dalla realtà che ho visto…. Personalmente credo che il male di questa epoca sia piuttosto al paura della solitudine, e non conosco quasi nessuno che non sia terrorizzato dall’idea di stare solo (anche poche ore). C’è gente che quando è sola mette le cuffiette e ascolta musica perchè spaventata dal silenzio. Concordo che le relazioni mediate dalla tecnologia siano spesso superficiali ma credo che prima di stare insieme ad altri bisognerebbe imparare a stare bene da soli…

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    • luigi

      Non conosci proprio nessuno. nessuno che non ha paura della solitudine e che non sia terrorizzato dall’idea di stare da solo (anche poche ore)? La “solitudine felice” della quale parla e scrive la Doltò allieva di Lacan, considera la scelta di stare in solitudine un modus vivendi la propria esistenza senza dipendere da nessuno- Ciò non toglie la piacevole frequentazione amichevole con il mondo, incontrarlo, viaggiare e scoprirlo sempre di più. Ma serenamente senza dover entrare in conflitto con recriminazioni e frustrazioni reciproche che non fanno bene alla salute e accorciano la vita se non addirittura la troncano di mano propria. Condividere uno spazio o una situazione richiede un adattamento e spesso una rinuncia al proprio che può rivelarsi più dolorosa che il vivere da soli. Quante sono le coppie che hanno paura di lasciarsi pur soffrendo in continuazione. “Ne con te ne senza di te” diceva un poeta latino eccolo il segreto della sofferenza.
      Ma la giovinezza è tanto bella e si fugge tuttavia chi vuol esser lieto sia del doman non v’è certezza.

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      • Daniela

        Sono d’accordo con te e con la Doltò allieva di Lacan.
        “Quante sono le coppie che hanno paura di lasciarsi pur soffrendo in continuazione” è sostanzialmente quello che intendevo. Però concorderderai che non siamo in molti a pensarla così; io, te, l’allieva di Lacan e pochi altri…

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