La solitudine emozionale

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Star bene oggi, per la maggior parte delle persone, significa avere un buon stipendio, una bella casa, andare in palestra per essere prestanti fisicamente, andare in vacanza, avere figli che non hanno problemi, che non disturbano, meglio se sono anche bravi a scuola. In pochi sono capaci di un’analisi meno superficiale su ciò che significa ben-essere. Pochi riescono a collocare l’esistenza umana su di un piano di maggior consapevolezza dove comprendere che la serenità non si compra, che un bell’ambiente in cui vivere può diventare una gabbia, un fisico attraente non basta per nutrire l’anima, né la propria né quella degli altri, una vacanza non è eterna e i figli non sono oggetti di gratificazione ma esseri venuti al mondo per accompagnarci, insegnarci e con cui crescere e condividere percorsi di vita spesso faticosi. E forse è anche per questo, per gli obiettivi che ci si pone, che la vita oggi sta diventando sempre più difficile. E stiamo perdendo anche la capacità di esprimere i nostri sentimenti, nascondiamo le nostre emozioni, non ci abbracciamo più e se non abbiamo a portata di mano uno smart phone o un computer non sappiamo comunicare perchè anche le parole e i gesti hanno bisogno di allenamento. Ci stiamo lentamente avviando verso una solitudine emozionale, un’incomunicabilità che ci impedisce di comprendere, amare, essere disponibili, solidali, aperti.solitudine

Ognuno rimane chiuso nel suo guscio dal quale esce solo se gli conviene. Se non rischia niente. E come esprimeva Quasimodo nei suoi splendidi versi “ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera”, ognuno ha la sua vita. Il suo lavoro. La sua casa. La sua famiglia. I suoi problemi da risolvere. Le sue cose. Qualcuno è sposato. Qualcuno single. Per scelta o per mancanza di alternative. Qualcuno ha amici e qualcun’altro invece non ha nessuno. Si va avanti. A periodi alterni. Qualcuno se la cava. C’è chi sta bene. E chi sta male. Ma c’è una sorta di routine che ci spinge in avanti e finché il quotidiano procede senza grossi scossoni sembra quasi che tutto sia “a posto” e così incominciamo a perdere la lucidità e la consapevolezza, diventiamo sempre più apatici, la vista interiore si appanna e ci avviamo, piano piano, quasi senza accorgercene, lungo una strada chiusa ai lati da barricate di indifferenza e di qualunquismo, cominciamo a non accorgerci che intorno a noi c’è un mondo “altro” che sfugge alla nostra comprensione.

Cresce e si alimenta dentro di noi un’insensibilità nel percepire le dinamiche della vita, nel controllare le nostre risposte agli stimoli esterni, nel comprendere cosa è importante e cosa non lo è. E così arranchiamo sospinti da un moto di inerzia che, per qualche insondabile ragione, riesce anche a rassicurarci, a farci credere che in fondo, se non ci si ferma, si può ben sperare di rimanere a galla. Si sta, e si corre facendo tanta fatica ma senza capire dove si vuole arrivare.

insiemeE tutto questo ci porta spesso a fare scelte sbagliate, a mancare gli obiettivi che ci siamo posti e di conseguenza a non ottenere i risultati voluti, a collezionare perdite, amarezze, sfiducia. E rabbia anche. Una rabbia che rischia di rimanere implosa nel profondo dei nostri pensieri o, peggio, viene diretta in modo inappropriato scatenando reazioni a catena e procurando ulteriori dispiaceri. Ed ecco che prende significato la bellissima poesia di Ungaretti “si sta, come d’autunno, sugli alberi le foglie” perché esprime con grande lucidità la sensazione che molti vivono nel profondo della loro anima.

Anche se non siamo in guerra, non c’è pace dentro di noi né fuori, perchè abbiamo perso la fiducia e la speranza, perché ci guardiamo alle spalle e temiamo i colpi bassi. Siamo soldati in trincea che hanno paura di sollevare la testa. Una metafora che può farci riflettere e spingerci a ridisegnare il senso della nostra vita e recuperare quella volontà di sentirci gruppo per andare avanti insieme perchè insieme è più facile e si va più lontano, per fare in modo che non sia solo fatica questa vita ma anche gioia, condivisione, amore. A volte i grandi traumi sono la goccia che fa traboccare il vaso e che, invece di toglierci le forze, ci aprono la mente, ci mostrano con una insolita trasparenza dove siamo e cosa stiamo facendo e ci regalano quell’energia che non sapevamo di avere e che si rende protagonista di un vero e profondo cambiamento. Non è mai troppo tardi per voltare pagina, per pensare in modo diverso, per recuperare ciò che pensavamo fosse perduto per sempre. Non servono soldi, occasioni, incontri. Servono consapevolezza e volontà. E’ da lì che si può ripartire. Il resto verrà da sé.

In un’ottica di ampliamento del nostro giornale e per essere sempre più vicini ai nostri lettori che amano il confronto propositivo, siamo lieti di annunciarvi la nuova rubrica “Scrivi a Daria”.

Inviate le vostre riflessioni, domande, curiosità relative alla vita quotidiana, alle relazioni, l’amicizia, l’amore, la famiglia e i figli alla Dott.ssa Daria Cozzi, laureata in Scienze Psicologiche con indirizzo Servizi alla persona e alla comunità e autrice del libro “Quattro giorni tre notti”.

La redazione sceglierà ogni mese alcune delle vostre lettere che saranno pubblicate con la risposta di Daria.

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32 commentiCosa ne è stato scritto

  1. luciana

    Grazie di tutto ciò che hai scritto. Una riflessione giusta e reale di quanto accade. Mi sarà utile.

    Rispondi
  2. Caterina Simonsen

    Mi è piaciuto moltissimo questo articolo. La rabbia è qualcosa che sto scoprendo negli altri tutti i giorni, è molto facile manipolare qualcuno mosso dalla rabbia… Con la psicologa ho affrontato più volte questo argomento, anche perché io difficilmente mi arrabbio, mi rattristo invece spesso, mi dispiace, è una sensazione di vuoto verso l’interno e non l’esterno e quindi mi viene difficile capire come fanno quelli che esteriorano le proprie delusioni.. Ho provato a fare un esperimento e condividere un post che avrebbe fatto arrabbiare i miei contatti di FB, e così è stato, anche le persone buone con me sono capaci di augurare le peggiori cose ad un altro essere umano, pur sapendo che è stato manipolato, ho sottolineato che non sono tanto meglio dell’autore del messaggio quando fanno così. Qualcuno ci ha poi riflettuto.
    Mi spaventa davvero tanto il quanto sia facile manipolare le persone con qualche parola o immagine, e quanto “cieche” diventino queste persone. Mi spaventa davvero tanto perché so che lo fanno in molti.
    Condiviso sul mio profilo è piaciuto a molti :)
    Grazie, Caterina Simonsen.

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    • Daria Cozzi

      Cara Caterina ho letto con grande attenzione la tua lettera.
      Tocchi molti punti delicati che sono sicuramente condivisi da tante persone. Sull’argomento rabbia sono state scritte moltissime cose. Io credo che dentro ognuno di noi c’è un’energia che ha bisogno di esprimersi. Questo è vitale, ci aiuta ad entrare in contatto con gli altri, a farci conoscere e a comunicare quello che sentiamo.
      Ciò che fa la differenza è la modalità di espressione di quest’energia. La rabbia, di per sé, non è un’emozione sbagliata. E’ un’emozione forte, esiste e non possiamo ignorarla o evitare di lasciarla fluire perché, se così facessimo, il danno che ci procureremmo, a livello profondo, sarebbe sicuramente lesivo per noi stessi.
      E poi è umanissima e si scatena quando sentiamo di aver subito un’ingiustizia. E’ un modo per affrancarsi, un modo molto diretto per dire “io sto male” oppure “mi hai fatto del male”. E lo si può ovviamente modulare in tanti modi e questa è una questione un po’ caratteriale, un po’ di esperienza di vita, un po’ di capacità di comprendere i contesti e individuare gli obiettivi. E fin qui tutto bene. Ciò che non va bene invece è trattenere dentro, a lungo o addirittura nutrire per mantenere vitale, quella sensazione.
      Uno sfogo è sano. Alimentare un’emozione che ha espresso un disagio invece è malsano. Come tu dici, è molto facile indurre una persona ad arrabbiarsi. Basta toccarla là, dove c’è una fragilità. Non è per nulla complicato perché … di fragilità ne abbiamo tutti tante!
      Non spaventarti per ciò che vedi intorno, non è su ciò che è fuori che dobbiamo concentrarci ma su ciò che è dentro di noi. Lì possiamo cambiare, scegliere, eliminare ciò che non ci piace e ci trascina in basso. E’ lì che dobbiamo lavorare. E’ un cammino lungo, faticoso ma anche straordinariamente stimolante.
      Un grande abbraccio ;-)

      Rispondi
  3. gaetano

    Non so se viviamo in un’epoca di transizione delle comunicazioni umane ma c’è un evidente paradosso; oggi abbiamo moltissimi mezzi con i quali comunicare. Anzi direi che la possibilità di comunicare tra le persone, non è mai stata così interconnessa e “globale”, e questo è senza dubbio un fatto positivo. Il problema semmai è il non sapere padroneggiare questi mezzi dalle potenzialità enormi, ma farsene padroneggiare. L’enorme progresso tecnologico compiuto negli ultimi vent’anni con l’avvento del personal computer e quindi di internet con le sue nuove forme di relazione, ci ha letteralmente catapultati in mondo nuovo, più complesso di cui ci sfuggono molti aspetti; una novità di portata planetaria che ci ha resi ancora una volta indifesi e insicuri ma anche desiderosi di capire e di fare. Tutto questo ci porterà forse verso un ridisegno complessivo di come intendere le nostre relazioni interpersonali in cui la nostra fisicità, la nostra voce, i nostri occhi, i gesti, non sono più gli elementi fondamentali del nostro modo di essere; gli stessi concetti di amicizia e di amore stanno subendo una trasformazione, stanno assumendo aspetti completamente differenti da quelli a cui c’eravamo abituati… la solitudine emozionale è un qualcosa che ha sempre fatto parte integrante della natura umana però forse oggi ci sono molte più opportunità per combatterla.

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    • Daria Cozzi

      Grazie Gaetano per il tuo lucido contributo. Hai ragione, molte cose stanno cambiando e stanno cambiando così velocemente da farci venire il fiatone. Le nostre trasformazioni interiori, invece, sono più lente, hanno bisogno di comprensione, di sedimentazione, di coraggio. Ci vorrà tempo per riuscire a riparametrarsi e mettersi in linea con le novità che ci travolgono a ritmo incalzante. Ce la faremo quando comprenderemo che, come tu ben sottolinei, gli strumenti che abbiamo a disposizione sono opportunità da usare al meglio e non strade obbligate.

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  4. Antonio Fiore

    Condivido soprattutto il passaggio in cui fai riferimento alla rabbia: la rabbia rappresenta un elemento che blocca la comunicazione e impedisce la vicinanza tra esseri umani, in tal modo alimentando – ma solo negli individui più sensibili e intelligenti – la tendenza all’isolamento quale unico meccanismo di difesa da danni di ogni tipo, a sé stessi e agli altri.
    A mio avviso, tuttavia, la solitudine – intesa non solo in senso emozionale – non va demonizzata o esorcizzata, bensì considerata quasi come un traguardo da raggiungere, eliminando via via dalla nostra vita una serie di componenti che, in definitiva, la appesantiscono e la rendono talora intollerabile: i mammiferi della specie homo sapiens, infatti, nel complesso sono oltremodo deludenti.
    In altri termini, qualsiasi persona dotata di un buon livello di intelligenza e di una sensibilità appena superiore a quella di un paramecio – che non sia peraltro beneficiata da illusioni di stampo spirituale e religioso – in definitiva non può non aspirare a una sana solitudine, sulla base dell’evidenza dell’impossibilità di coltivare relazioni soddisfacenti coi propri simili ma, soprattutto, nella malinconica attesa dell’unica, reale, ineluttabile certezza della nostra esistenza.
    Ciò che rimane delle nostre misere vite, in effetti, sono solo chiacchiere: lacrime che si disperdono nella pioggia.

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    • Daria Cozzi

      Caro Antonio, come tu dici, la rabbia blocca la comunicazione, quella sana. E se non è contenuta da un processo di pensiero volto alla risoluzione del conflitto rischia di fare danni. Di fatto però, la rabbia è un’energia e come tale, da qualche parte deve uscire quindi, la peggior cosa che si possa fare è cercare in tutti i modi di ignorarla. Avrà l’effetto devastante di diventare un’emozione cronica molto lesiva per chiunque dal punto di vista della comunicazione ma non solo. La rabbia produce malessere, aggressività, diffidenza senza contare il danno fisico che non manca mai. Per quanto riguarda la solitudine, sono d’accordo con te, essa non va demonizzata, anzi. E’ solo nel silenzio dentro noi stessi che possiamo incontrare aspetti del nostro sentire che altrimenti resterebbero sepolti dal turbine di emozioni esterne, dal chiacchiericcio continuo con gli altri, dalla fretta e dalla superficialità che a volte la vita ci impone. Ma credo anche che la capacità di condividere in modo profondo le nostre emozioni, e quindi stando vicino agli altri, possa regalarci momenti di autentica gioia e aiutarci ad allargare le nostre vedute.

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  5. piero Franceschini

    Ciao Daria, ho apprezzato il tuo articolo, anche se in alcuni momenti è come se avessi colto nelle tue parole un piccolo senso di sfiducia. Penso che sia proprio vero che a volte i grandi traumi sono la goccia che fa traboccare il vaso e che incredibilmente così scopriamo di avere una forza sconosciuta. eh Già, proprio così.
    Sulla volontà, non so, se ti può interessare, sto leggendo un bel libro proprio in questi giorni. Sulle qualità della volonta. Te lo consiglio, così poi magari lo commentiamo insieme :) si intitola “La nuova volontà” di Piero Ferrucci ed. Astrolabio
    grazie per gli spunti di riflessione

    Rispondi
    • Daria Cozzi

      Caro Piero, non è sfiducia quella che hai letto quanto piuttosto il tentativo di considerare, nel modo più obiettivo possibile, una realtà che ci riguarda. E’ necessario a volte essere critici, nel senso più profondo e puro del termine, per riuscire a vedere cosa ci sta succedendo. E’ qualcosa che dovremmo imparare a fare perché ci può essere di grande aiuto per elaborare delle strategie per affrontare le difficoltà e migliorare la qualità della nostra vita. Ti ringrazio per il consiglio di lettura e per i tuo contributo.

      Rispondi
  6. Sabina

    ….”E stiamo perdendo anche la capacità di esprimere i nostri sentimenti, nascondiamo le nostre emozioni, non ci abbracciamo più e se non abbiamo a portata di mano uno smart phone o un computer non sappiamo comunicare perchè anche le parole e i gesti hanno bisogno di allenamento. Ci stiamo lentamente avviando verso una solitudine emozionale, un’incomunicabilità che ci impedisce di comprendere, amare, essere disponibili, solidali, aperti….” ——— idealizziamo troppo il passato, e questo mi fa rabbia, siamo cresciuti con genitori emotivamente squillibrati, anche loro a sua volta con i propri cosi, ecc…

    La solitudine emozionale esiteva sempre solo che non se ne parlava. Quanta solitudine emozionale si legge su forum di Alice Miller ma a pochi interessa conoscere il suo nome http://violenzanonhasesso.blogspot.com/2013/08/chi-conosce-alice-miller-alle-universita.html

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    • Daria Cozzi

      Gentile Sabina, credo che non bisogna mai generalizzare. La solitudine, è vero, è sempre esistita. E sempre esisterà. Di certo il mondo di oggi, le modalità di comunicazione, i social network, etc. allargano le distanze tra le persone. Ci si parla sempre di meno guardandosi negli occhi, sentendo il respiro dell’altro, toccandosi fisicamente. E in questo senso si è sempre più soli.
      Ho dato un’occhiata al blog che citi alla fine del tuo commento: parla di violenza ma quella un’altra storia…

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  7. Antonio Capolongo

    L’inconscio collettivo ci unisce, nostro malgrado, e ci grava di un peso ineluttabile che, di volta in volta, lascia sottotraccia segni indelebili negli animi delle persone più sensibili, le quali, nella parvenza della solitudine, proiettano il loro amore verso il prossimo.
    Mi farebbe piacere sapere da te (da lei, se vuole) quale incidenza sulla vita di ciascuno di noi hanno gli accadimenti generali – collettivi -, in primis quelli più ineffabili e gravi.
    Grazie per il modo delicato di affrontare tematiche così importanti.

    Rispondi
    • Daria Cozzi

      Caro Antonio, grazie per il tuo contributo.
      E’ bello poter scambiare le proprie riflessioni e arrichirsi vicendevolmente. E grazie a L’Undici per offrirci questo spazio.
      La tua domanda propone un tema molto vasto dalle mille sfaccettature.
      Provo a risponderti nella consapevolezza di non poter essere del tutto esaustiva.
      Noi tutti, che lo vogliamo o no, facciamo parte di un sistema e un sistema, nell’accezione comune, rimanda a un complesso di elementi interconnessi tra loro (e con l’ambiente esterno) tramite reciproche relazioni, integrandosi a vicenda e formando un tutto organico e funzionale. Quest’immagine mi fa pensare ad un’automobile e al suo viaggio. Procede bene fintanto che funziona ogni suo elemento. Se manca l’acqua per il tergicristallo oppure l’aria condizionata si inceppa, la macchina va avanti ugualmente ma il viaggio è meno confortevole. Se le gomme sono lisce il viaggio diventa pericoloso. Se cede l’avantreno la macchina si ferma. Ma se la macchina è perfettamente “a bolla” e viene travolta da un uragano non ci sarà niente da fare. Così pure è il nostro corpo, un sistema straordinario fatto di tante parti, ognuna con il suo compito da svolgere, necessario per far si che anche le altre parti possano funzionare bene. Ma se il cuore o il fegato fanno le bizze, stiamo male anche se i reni fanno i loro dovere e i nostri occhi vedono perfettamente. Allo stesso modo, se siamo in perfetta salute ma viviamo in un paese in guerra e vediamo morire i nostri amici, la nostra mente comincerà a vacillare.
      Allora la risposta alla tua domanda è si, certamente, gli accadimenti collettivi incidono sulle nostre vite, sui nostri pensieri e sulla nostra capacità di reazione. Gli eventi catastrofici, le grandi epidemie, i conflitti sociali, le guerre, le carestie lasciano segni profondissimi nella psiche delle persone accomunate dalla stessa esperienza. Basta pensare ai terremoti, alla violenza delle dittature, allo sterminio dei popoli, alle grandi crisi economiche. Una poplazione che subisce un dramma porterà per anni, nell’inconscio collettivo, le ferite, la paura, i segni del dolore e della fragilità umana.
      Ma questa è la vita. E la vita è fatta di passaggi, sfide, sconfitte e vittorie. Non siamo tutti uguali e di certo, come insegnava Darwin, ce la faranno coloro che meglio sapranno lottare per la propria esistenza sfruttando quello che lui ha chiamato “vantaggio adattivo”. E io aggiungo: ce la faranno coloro che sapranno fare della flessibilità il loro cavallo di battaglia. Persone o popoli che siano.

      Rispondi
      • Antonio Capolongo

        Cara Daria, farò tesoro della tua risposta. Mi associo ai ringraziamenti a “L’Undici” che, non solo elettivamente, diviene anche il luogo in cui i suoi autori possono trasmettersi vicendevolmente pensieri i quali, a volte, sembrano essere preludio di futuri scritti.

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  8. Max Keefe

    Sì, un bell’articolo ma la mia domanda è perché? Perché accade tutto questo? Cosa ci ha ridotti in questo stato larvale e di solitudine di cui parli, Daria?

    Rispondi
    • Francesco Pomponio

      L’articolo è molto bello e ben scritto.
      Condivido quasi tutto.
      Ma penso che le persone siano sempre state così, non è colpa di smartphone o della vita di oggi.
      È, secondo me, che la strada per l’inferno è più comoda, e in discesa.
      Nessuno pensa che tornare indietro significa camminare in salita, proprio quando non ci sono più forze.
      Complimenti per la rivista che ho scoperto per caso, ma che leggo molto volentieri.

      Francesco

      Rispondi
    • luca barbiero

      Cosa ci ha ridotto così? nulla, penso, è la condizione umana che è fatta così, e da sempre. Nulla è cambiato nell’anima dell’uomo; semmai la società attuale complica alcuni aspetti della nostra esistenza, ma al contempo, ci da una libertà enorme. Abbiamo più opportunità. Possiamo leggere capire, incontrare altre persone e…. imparare, conoscersi e migliorare.

      Rispondi
    • Daria Cozzi

      Io credo che stiamo semplicemente dimenticando o disimparando che, come un fiore per crescere deve essere innaffiato, allo stesso modo l’anima, i rapporti, le relazioni e le amicizie, per stare in buona salute, hanno bisogno di nutrimento. E questo richiede tempo, attenzione, sensibilità, amore. Se riuscissimo a recuperare questa attitudine potremmo operare dei miracoli. Provare per credere! ;-)

      Grazie a tutti per i commenti e la partecipazione!

      Rispondi
        • Daria Cozzi

          Grazie a te Maria Stella! ;-)
          Mi piace toccare i cuori con le parole perché esse sono straordinari strumenti che possono aprire dei varchi nella coscienza … da cui far entrare la luce per vedere orizzonti nuovi.
          Ti segnalo il mio libro “Quattro giorni tre notti”, potrebbe piacerti! ;-)
          Un abbraccio

          Rispondi
  9. Nathan

    Eines Tages, Baby, werden wir alt sein, oh Baby werden wir alt sein und an all die Geschichten denken, die wir hätten erzählen können.
    Ich, ich bin der Meister der Streiche wenn’s um Selbstbetrug geht,
    bin ein Kleinkind vom Feinsten, wenn ich vor Aufgaben steh.
    Bin ein entschleunigtes Teilchen, kann auf keinstem was reißen,
    lass mich begeistern für Leichtsinn, wenn ein Andrer ihn lebt.
    Und ich denke zu viel nach, ich warte zu viel ab,
    ich nehm mir zu viel vor und ich mach davon zu wenig,
    ich halt mich zu oft zurück, ich zweifel alles an,
    ich wäre gerne klug,
    allein das ist ziemlich dämlich.
    Ich würd gern so vieles sagen, aber bleibe meistens still,
    weil, wenn ich das alles sagen würde, wär das viel zu viel.
    Ich würde gern so vieles tun, meine Liste ist so lang,
    aber ich werd eh nie alles schaffen,
    also fang ich gar nicht an.
    Stattdessen häng ich planlos vorm Smartphone, wart bloß auf den nächsten Freitag,
    „ach das mach ich später“ ist die Baseline meines Alltags.
    Ich bin so furchtbar faul, wie ein Kieselsteig am Meeresgrund,
    ich bin so furchtbar faul,
    mein Patronus ist ein Schweinehund.
    Mein Leben ist ein Wartezimmer, niemand ruft mich auf,
    mein Dopamin, das spar ich immer, falls ich‘s nochmal brauch.
    Und eines Tages, Baby, werd ich alt sein, oh Baby, werd ich alt sein und an all die Geschichten denken, die ich hätte erzählen können.
    Und du, du murmelst jedes Jahr neu an Silvester die wiedergleichen Vorsätze treu in dein Sektglas
    und Ende Dezember stellst du fest, dass du Recht hast, wenn du sagst, dass du sie dieses Jahr schon wieder vercheckt hast,
    dabei sollte für dich 2013 das erste Jahr vom Rest deines Lebens werden.
    Du wolltest abnehmen, früher aufstehen,
    öfter rausgehen,
    mal deine Träume angehn,
    mal die Tagesschau sehn, für mehr Smalltalk, Allgemeinwissen,
    aber so wie jedes Jahr, obwohl du nicht damit gerechnet hast,
    kam dir wieder mal dieser Alltag dazwischen.
    Unser Leben ist ein Wartezimmer, niemand ruft uns auf,
    unser Dopamin das sparen wir immer, falls wir‘s noch mal brauchen.
    Und wir sind jung und haben viel Zeit, warum sollen wir was riskieren,
    wir wollen doch keine Fehler machen,
    wollen doch nichts verlieren.
    und es bleibt so viel zu tun, unsere Listen bleiben lang,
    Und so geht Tag für Tag ganz still ins unbekannte Land
    und eines Tages, Baby, werden wir alt sein, oh Baby, werden wir alt sein und an all die Geschichten denken, die wir hätten erzählen können.
    Und die Geschichten, die wir dann stattdessen erzählen, werden traurige Konjunktive sein, wie
    „einmal bin ich fast einen Marathon gelaufen, und hätte fast die Buddenbrooks gelesen
    und einmal wär ich beinahe bis die Wolken wieder Lila waren noch wach gewesen,
    und fast, fast hätten wir uns mal demaskiert und gesehn wir sind die Gleichen,
    und dann hätten wir uns fast gesagt wie viel wir uns bedeuten“, werden wir sagen.
    Und dass wir nur bloß faul und feige waren, werden wir verschweigen, und uns heimlich wünschen noch ein bisschen hier zu bleiben.
    Wenn wir dann alt sind und unsere Tage knapp – und das wird sowieso passieren – dann erst werden wir kapieren, wir hatten nie was zu verlieren,
    denn das Leben, das wir führen wollen, das können wir selber wählen, also lass uns doch Geschichten schreiben, die wir später gern erzählen.
    Lass uns nachts lange wach bleiben, aufs höchste Hausdach der Stadt steigen,
    lachend und vom Takt frei die allertollsten Lieder singen,
    lass uns Feste wie Konfetti schmeißen, sehn wie sie zu Boden reisen und die gefallenen Feste feiern bis die Wolken wieder Lila sind.
    Und lass mal an uns selber glauben, is mir egal ob das verrückt ist,
    und wer genau guckt sieht, dass Mut auch bloß ein Anagramm von Glück ist.
    Und wer immer wir auch waren, lass mal werden, wer wir sein wollen,
    wir haben schon viel zu lang gewartet, lass mal Dopamin vergeuden.
    Der Sinn des Lebens ist leben, das hat schon Casper gesagt,
    Let’s make the most of the night, das hast schon Ke$a gesagt.
    Lass uns möglichst viele Fehler machen und möglichst viel aus ihnen lernen,
    lass uns jetzt schon Gutes säen, damit wir später Gutes ernten.
    Lass uns alles tun, weil wir können und nicht müssen,
    weil jetzt sind wir jung und lebendig und das soll ruhig jeder wissen.
    Und unsere Zeit die geht vorbei, das wird sowieso passieren,
    und bis dahin sind wir frei und es gibt nichts zu verlieren.
    Lass uns mal demaskieren, und dann sehen, wir sind die Gleichen, und dann können wir uns ruhig sagen, dass wir uns viel bedeuten,
    denn das Leben, das wir führen wollen, das können wir selber wählen.
    Also los, schreiben wir Geschichten, die wir später gern erzählen.
    Und eines Tages, Baby, werden wir alt sein, oh Baby, werden wir alt sein und an all die Geschichten denken, die für immer unsere sind.

    Text von Julia Engelmann

    Rispondi
  10. Silvia

    A me sembra un po’ ridondante, credo che metà delle parole bastavano e che tu abbia espresso qualcosa di già detto e sentito abbondantemente, ma è solo il mio modesto parere. Non mi odiare, a me piacciono le critiche perché vuol dire che qualcuno mi legge …

    Rispondi
    • Daria Cozzi

      Cara Silvia non potrei mai odiarti per questo! ;-)
      Ogni critica è sempre la benvenuta, meglio se è propositiva.
      Di sicuro ciò che ho scritto l’avrà già detto qualcuno, sono più che certa di non essere la prima a parlare di solitudine … ma credo anche che concetti “vecchi” possono toccare il cuore di chi legge se in quel momento chi “riceve” ha un canale aperto. A volte leggiamo un libro che non ci dice niente. Poi, per caso, lo riprendiamo in mano dopo anni ed è una rivelazione … a me è successo un sacco di volte :-) … mi piace pensare che siamo esseri in divenire …

      Rispondi
    • Daria Cozzi

      Caro Michele di solito succede che ci faccia paura ciò che pensiamo di non poter controllare. Ma spesso questa idea non corrisponde alla realtà. Gli strumenti li abbiamo, solo che pensiamo di non essere in grado di usarli in modo efficace. A volte bisogna osare e uscire dagli schemi granitici che imprigionano la nostra mente per capire che possiamo volare ;-)

      Rispondi
      • alex

        buonasera Daria condivido pienamente il suo articolo,dopo 35 anni mi sono reso conto di non essere solo un ragazzo “fortunato” la mia voglia di far strada professionalmente mi ha fatto capire di essere già una persona di successo,senza strani grilli x la testa, ho fatto una specie di viaggio nel mio passato ed oggi vivo con la consapevolezza dei miei difetti e dei miei pregi,come l’empatia e il mio sesto senso che mi ha fatto scoprire D.Goleman e l’intelligenza emotiva e mi rendo conto di quanto le persone vivano senza alcuna percezione, sempre ad inseguire non si sa cosa,Sorde e cieche a ciò che gli succede intorno!sto cercando di correggere i miei difetti e a valorizzare i miei pregi e mi sento una persona migliore.

        Rispondi
        • Daria Cozzi

          Caro Alex grazie per il tuo contributo.
          Dici che sei un ragazzo “fortunato” e puoi dirlo forte! La tua fortuna sta nella consapevolezza, nella curiosità e nella voglia di cambiamento. Quel cambiamento sano, che fa riflettere, capire, crescere.
          La vita è generosa, ci dà sempre ciò di cui abbiamo bisogno per “diventare grandi” ma siamo noi spesso ad essere ciechi e indifferenti. Forse si tratta solo di iniziare a cercare e poi il resto viene da sé.
          Chi comprende il valore del cambiamento non torna indietro. E la vita acquista un sapore diverso.
          Buon cammino!

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