La masturbazione è la cura

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Statale 106 in Calabria.

Statale 106 in Calabria.

Il vento scorreva velocemente, infrangendosi delicatamente su Dave, con le mani strette sui bordi laccati di nero di un portapacchi di un motorino scoppiettante, lanciato su di una statale calabrese, tra campagne di arance, sotto un cielo d’azzurro dipinto.

Abbassò lo sguardo, arreso all’aria tagliente. L’asfalto scorreva, sotto i suoi piedi, dandogli l’impressione di guardare le stelle, alla velocità della luce, dietro l’oblò di una navicella spaziale, persa nel vuoto dell’universo. Con le mani cercava di stringere quelle strisce bianche irraggiungibili. La realtà era troppo seria.

Correvano, Dave e Francesco, nel breve momento di pausa lavoro, in cerca d’alcool per la sera. Ogni tanto una festa per staccare.

Erano fotografi, fotografi di un villaggio calabrese. Ogni giorno sopportavano clienti che di cliente mostravano poco, ben più simili a evasi da zoo, uomini di Neanderthal come espressioni e a cinghiali come atteggiamenti. Odiavano l’uomo in vacanza, tutto gli era dovuto, tutto gli era concesso.

Scorrazzavano su una statale mal ridotta, in cerca d’alcool, unica fonte di relax.

Le macchine li sorpassano, rendendo il loro bolide un piccolo oggetto in implosione sugli specchietti retrovisori.

Arrivarono in paesino. Le balle di fieno facevano la capriola sulle vie. Loro due cowboy nel vecchio West.

Primo negozietto aperto. Una bottiglia di vodka per divertirsi, una di rum per dimenticare, una di birra per digerire e tabacco per la settimana. Fumatori per noia. Pagarono, chiudendo la porta del negozietto facendo gemere il piccolo campanellino sulla maniglia. Accesero il motorino, gli montarono sopra come fosse un pony. Partirono.

Ancora un’ora, sessanta inutili minuti di quiete mal sfruttata. La strada un tappeto grigio per star di villaggio al tramonto della loro pazienza.

Si fermarono a casa. Il pony addormentato contro il muro mal messo. Le chiavi fremevano nella tasca dei pantaloni, eccitandosi, ritte, nel buco della serratura della loro casa.

Dave andò in camera, tenendo sulle spalle il peso di mille pensieri. Si buttò sul letto, scosso dalla violenza dei dubbi e delle ansie del suo debole e timido inconscio.

Colonna sonora.

Colonna sonora.

Le note aspre di Medicine dei We Were Promised Jetpacks rimbalzavano sui muri della stanza, come mosche dispettose. Il cellulare vibrò, risvegliato dalla chiamata dei suoi genitori dall’altra parte del paese. Rispose senza entusiasmo.

Tra i tagli dei capelli di suo fratello malvisti dalla mamma, i numeri magicamente cancellati dalla rubrica, la zia sempre più pazza e relazioni spoglie di vero amore, il sentire casa diventò una freccia al cuore lanciata dalla vile e sorridente ansia. Salutò impegnandosi con un contrattempo immaginato. Appoggiò il cellulare sulla sedia. Avrebbe voluto lanciarlo contro il muro, sentendo la sinfonia dei mille pezzi infranti sul pavimento invaso dalla polvere di alcuni mesi.

Non riusciva più a sentirli. Si deprimeva. Stava bene da solo, perso da qualche parte del mondo. Si sentiva felice, dove la felicità aveva perso il suo carisma. Sentendoli, si sentiva un bambino, davanti alla giostra, con le mani vuote di gettoni, piene di mani più grosse, che lo tiravano verso casa, rendendo il sogno un punto luminoso sul parabrezza posteriore, di una familiare lanciata di notte, su un manto nero ed infinito.

Aprì gli occhi. Si tirò giù i pantaloni, le mutande. Una mano stretta sul cazzo. Si masturbò e si rilassò. Ancora dieci minuti di pausa.

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6 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Davide Bart. Salvemini

    grazie Max Keefe

    Quello che non comprendo è come si possa discutere su una sola frase di un racconto.
    Qui la masturbazione/sesso viene citata alla fine, allontanando il lettore dalle visioni sentimentali/visive iniziali, portandolo in un contesto più ambiguo tra il familiare/voyeuristico.
    Questo e’ uno degli infiniti casi (soprattutto nel cinema) in cui un opera per quanto bella e forte (parlo in generale) vada a finire nel cassetto dell’ “inguardabile” perché presenta scene esplicite.
    L’ipocrisia (non e’ mia intenzione offendere nessuno) e’ un vizio negativo, perché accusare un’espressione talmente naturale e umana, mostra un blocco psicologico ancora più “oscuro” della parola stessa.
    Ho cercato di parlare di solitudine celandola nelle visioni di un passato e di un futuro così incerti da far paura, ho tentato di parlare della noia e delle soluzioni spicciole per sconfiggerla e infine ho parlato dell’atteggiamento volgare di chi crede che tutto sia dovuto.
    Masturbarsi diventa una pausa da tutto questo, un momento di riflessione con se stessi, un momento che stroncato dal coito ti fa ritornare alla cruda realtà.

    “Scorreggiò piano. Sollevò la vestaglia e cominciò a toccarsi.”

    Bukowski, Hai baciato Lilly, Musica per organi caldi, Feltrinelli

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  2. Max Keefe

    Intervengo sul racconto di Bart per dire come la penso visto che anch’io avevo qualche perplessità sul pubblicarlo o meno. A me, personalmente, non è piaciuto granché ma solo perché non amo molto i racconti intimisti o comunque di corto respiro, come questo. Ma i miei gusti personali non contano. Non credo che parlare di masturbazione sia cosa di cui vergognarsi (né del resto fa diventare ciechi). Penso invece che Bart abbia espresso, forse con crudezza, uno stato d’animo tipicamente maschile, anche piuttosto comune, venato da un fondo di disperazione e rassegnazione, al punto che null’altro rimane che non, appunto, abbassarsi i pantaloni. Il sentimento espresso non è meno degno di nota di chi riflette sulla solitudine emozionale o sui suoi problemi di stare con gli altri. L’Undici non cerca il bello fine a se stesso ma ciò che è interessante e può far pensare. E anche discutere. In questo senso, grazie a Bart e a Silvia per aver espresso il suo legittimo punto di vista.

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    • Antonio Capolongo

      “La solitudine emozionale” è scritto con cognizione di causa e, per me, non può essere messo a confronto – come ogni altro testo – dal momento che non è stato richiesto tale giudizio.

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  3. silvia corti

    Brutto, ma brutto una cosa seria… (scusa la franchezza). Ma come si fa a scrivere queste cose e non provare un pelino di vergogna? Lo dico con simpatia, ma non dovremmo cercare di aspirare al bello, invece che cercare l’abbrutimento attraverso le nostre espressioni? In più ci sono innumerevoli errori di sintassi, ripetizioni e quant’altro… Se vuoi te li elenco. Non mi odiare, però, a me piacciono le critiche sui miei pezzi!

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    • Davide Bart Salvemini

      credo che si possa discutere sugli errori di sintassi..ma non credo che utilizzare parole come cazzo o masturbazione possano abbruttire un testo del genere..é un’esperienza vissuta, vera, e come tale allergica alla censura.
      il sesso, tranne quello obbligato, non é un male ma un’attività positiva.

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