Africa nuovo amore

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C’è un libro di Mario Soldati, America primo amore, che chi scrive ha consumato di letture. Soldati insinua un dubbio, che si ami l’America per ciò che è brutto, triste, atroce: gli homeless, il successo che si insegue, i dollari che non bastano mai, anche se sembrano a portata di mano in una cornucopia, le ragazze che si sognano dive, inchiodate ad una macchina da scrivere (oggi sarebbe un pc), il puritanesimo che maschera demoni indecifrabili. E quel mondo melting pot che non sempre dialoga, o quella vita di plastica, dove le emozioni sono schedate e semmai da curare, mai da mostrare; e gli italo americani, patetiche parodie degli originali da cui provengono, che disprezzano e da cui vengono disprezzati.

Sì, la nostra civiltà decadente, dannunziana suo malgrado, cerca l’orrido per godere, il male per gioire, e quella italiana è forse perfino oppressa dall’onusto passato di arte e storia di cui sembra non essere mai all’altezza.

OLYMPUS DIGITAL CAMERACosì può succedere, tentando un’analogia azzardata e parallela, ma ampiamente testata, che si ami l’Africa non perchè dotata di paesaggi mozzafiato e civiltà antichissime (di cui peraltro ben pochi, altamente specializzati, sanno qualcosa). La si brama per la sua primordialità, si compiangono le sue lacune, ci si indigna, ma se si vede un africano ben vestito o in quota professionale, allora sarà necessariamente élite, eccezione, poco rappresentativo del suo continente. Lo vogliamo povero, folcloristico e non consumatore.

In genere si è orgogliosi, per i più bislacchi motivi, di avere presunti antenati gaelici, teutonici, normanni, ma nessuno vuole ricordare “mama Africa”, l’origine dell’uomo; e chi mai conosce l’essenza di quelle lingue, delle musiche e delle danze, o la vera storia di quei territori, se non gli studiosi o qualche trapiantato per motivi in genere attinenti un lavoro artistico o culturale ? (Mentre il businessman può agire e pensare parimenti a Lilongue come ad Abbiategrasso).

Così affrontammo una passione primaria, che ci colse da piccoli e da giovani, un lavaggio del cervello collettivo che non abbiamo rifiutato nemmeno quando lo abbiamo scoperto e catalogato, fatto di immagini, eventi, mode, importati dalla grande America, ora non più così magnificente e, sappiamo anche, in fondo sempre bipolare, megalomane, ma pur sempre afflitta da un senso di inferiorità verso la cultura europea.

Oggi però, maturi e oltre, non abbiamo strumenti per maneggiare la quieta, lenta, ma implacabile attrazione verso l’Africa.

Dalle “Invasioni Barbariche” abbiamo appreso quante e quali cose siamo stati o abbiamo preteso di essere, nel nostro caso e diacronicamente: ottimisti, ribelli, inseriti, dubbiosi, incolleriti, delusi, illusi. Ora siamo a un bivio: credere a nuovi demagoghi portatori di felicità inesplorate? Oppure girarci dall’altra parte, quella che non ha mai interessato alcuno, e purificare l’anima nell’amore incondizionato, quello che in cambio non vuole nulla?

Prendemmo questa strada, anche perchè convinti che fosse doveroso. Da piccoli poteva bastarci l’esotismo di “Mogambo”, da adolescenti leggere del Kilimangiaro di Hemingway e poi, c’erano le sorti progressive dopo l’indipendenza degli stati africani, pensavamo di non avere di che preoccuparci; negli anni ottanta era già nostalgia, guardando Meryl Streep consolarsi degli amori perduti con la gens kenyota.

pikinePerò negli anni novanta, a muro caduto e barriere aperte dalla globalizzazione, gli africani arrivarono davvero, e con essi notizie che non volevamo.

Non è frequente trovare qualcuno che conosca, anche per sommi capi, la storia dei paesi africani. Letteratura e cinema hanno celebrato allo sfinimento il Kenya, con buona ragione, trattandosi di un posto magnifico; si è parlato del Sudafrica, per l’apartheid che indignava, ma non tutti.

Nel tempo molti europei, e diversi americani, si sono stabiliti nel continente nero a seguito della colonizzazione e per combinarvi affari, del più svariato genere. L’Italia fece la sua parte in Africa orientale, pur senza essere all’altezza dei colonizzatori professionali.

Sempre magnetico è il Maghreb, terra di nomadi e di dune, confine che traghetta il viaggiatore nell’Africa Nera; molto studiato è l’Egitto, la cui civiltà è tuttora considerata la prima del mondo conosciuto.

Il nostro ipotetico studente medio sarebbe in difficoltà appena si accennasse al Camerun o al Ghana; qualcosa di più potrebbe ricordarsi dell’Uganda, segnata dalla storica, feroce e folkloristica dittatura di Idi Amin Dada o del Rwanda, fiume di sangue versato a causa delle guerre etniche e degli eccidi; potrebbe tentare qualche accenno al Sudan e ai massacri nel Darfour, citati dai media a forza di grida di disperazione trasmesseci dalle organizzazioni umanitarie. Il turismo ha reso famosi Costa d’ Avorio, Senegal, Madagascar.

Le potenze coloniali pensarono di tracciare i confini dei paesi africani con righello e compasso, creando entità bizzarre, spezzando i popoli fratelli, creando inimicizie estranee alle logiche locali. Pur non prive di rivalità tribali, le lotte trovavano una minima ragion d’essere nella notte dei tempi, nel costume di quelle genti. Ed è bene ricordare che anche gli europei si scazzottavano spesso.

L’Africa esiste davvero, per noi, da quando ci si accorse di quale serbatoio di risorse naturali ed umane potesse rappresentare, gratis e senza chiedere parere.

L’Africa, questa sconosciuta. Terra di conquiste. Terra di deserti e di foreste, dove vivere è difficile, se non per quegli occidentali in cerca di tranquillità e di un posto dove ricrearsi un eden perduto. Che rapporto c’è tra l’Africa delle galere schiaviste, americane o arabe, e quella di Karen Blixen e Kuki Gallmann? E’ possibile una conciliazione, dove l’africano esca dall’immagine di “bisognoso” ed entri in quella di cittadino del mondo? Una persona che vive liberamente e ospiti l’altro, il diverso, senza diventarne un dipendente, magari amato, magari di lusso, ma sempre subordinato?

I governi coloniali furono il male assoluto? Di fatto essi formarono, in alcuni casi, classi dirigenti africane volenterose e bene intenzionate, che talvolta hanno ben operato, seppure rappresentate da personaggi sottoposti al sospetto di tradimento culturale.

Spesso costoro, nelle neonate e malferme democrazie africane, non avevano tempo per formulare e attuare serie riforme, occupati a conciliare la convivenza tra etnie diverse, tra modernità e tradizione, o a reperire nuove risorse per la sopravvivenza, visto che gli antichi padroni gestivano ancora le materie prime.

Per giunta, i nuovi leaders dovevano destreggiarsi tra gli appetiti e le rivalità dei protagonisti della guerra fredda: da quale parte? USA o URSS? Erano del tutto impreparati a un lavoro che avrebbe impensierito un navigato statista. Vittime di tali baraonde ideologico/politiche furono, ad esempio, Mobutu del Congo e Nkrumah del Ghana. La Costa d’Avorio, relativamente ricca rispetto ad altri stati del continente, è da sempre accusata di piaggeria filofrancese e scarso senso di fratellanza africanista. Rimbalzano da tempo allusioni a un ruolo dei suoi servizi segreti nell’omicidio di Thomas Sankara, di cui già parlammo.

L’Africa ha espresso figure di potere talmente oscure e discusse, da non lasciare spazio alla speranza. Nella mente dei più gira l’immagine del dittatorello messo in sella dalla potenza di turno, dall’ex padrone rimasto a comandare di fatto, dopo l’indipendenza, oppure dalle multinazionali.

Dopo un periodo di fascinazione dell’occidente verso l’Africa, favorito dai simpatizzanti delle culture “diverse” e dal fascino del folklore africano, cosa resta? Filmati e racconti che vorremmo dimenticare: Taylor, Johnson e Doe in Liberia, l’ultimo deposto e ucciso dopo orribili torture; Idi Amin Dada in Uganda, morto anziano e indisturbato in Arabia Saudita, dopo un mezzo genocidio della sua stessa gente; il feroce Siad Barre in Somalia; Tutsi e Hutu in Rwanda; frange filoruandesi che seminano il terrore in Congo; Mandela in carcere per ventisette anni e lui pure, forse, strumentalizzato; il crudele e avido Bokassa nella Repubblica Centrafricana spalleggiata dalla Francia; i ribelli a oltranza, fino al guerra di tutti contro tutti.

L’Africa parla con la sua gente, priva com’è della mediazione dell’arte ricca, e le questioni si toccano subito. E’ lacrime o gioia, sangue o musica, potenza reale e mistica del potere.

Però non c’è alternatva, è di essa che dobbiamo occuparci. Non per un senso di colpa collettivo ( chi ne ha più?), nemmeno vorremmo per ragioni attinenti l’afflato missionario, ma per rimettere in vita il nostro umanesimo calpestato, negletto e deriso. Se non basta, allora ci accontentiamo perfino della buona volontà, ma , se non lo faremo, non si ascolti più un lamento sul ” ognuno a casa propria”. C’è ancora chi pensa di barricarsi?

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Carmen

    Sono commossa e lusingata. Parole come le tue mi ripagano ampiamente dei miei sforzi per cercare di coinvolgere qualche lettore. Un abbraccio

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  2. Viviana Alessia

    Ho letto qui sull’ Undici i tuoi articoli sull’ Africa, Carmen. Li ho letti e riletti perché la competenza di chi scrive richiede analisi e riflessione, soprattutto quando si trattano argomenti complessi che ci parlano di politica, sociologia, condizioni di vita lontane dai nostri spazi e dai nostri vissuti, eventi di cui troppo poco s’ è parlato.e scritto sui soliti media. Ho notato la grande partecipazione dei lettori a questi tuoi articoli, alle volte molto intensa ed articolata nei commenti. Articoli bellissimi, agili e chiari, che vanno dritti all’ obiettivo, senza mezze misure, senza giri di parole, sinceri. Articoli che lasciano trasparire il tuo amore per questa terra madre, tanto mitica quanto oppressa e straziata.
    Te lo ripeto anche se è certamente inopportuno e forse imbarazzante per qualcuno : manca molto sul giornale la tua penna abile e sincera, che sa penetrare con destrezza, perspicacia ed equilibrio lo spessore degli eventi. Grazie per quello che sai vedere, descrivere e insegnare, Carmen.

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