Perdere chi si ama e continuare a vivere

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Il mondo fuori era improvvisamente sparito. Respiravo, senza controllare la mente. Stavo dentro di me. Nessuna aspettativa.Nessun pensiero. Solo un vuoto che poteva contenere tutto. Forse ho solo mollato le redini. Ho lasciato che fosse. Ho accettato. Di fronte all’ineluttabile mi sono arresa. E ho aperto le porte dell’anima sospendendo il giudizio. E poi un lampo. Dentro, una luce improvvisa. Ho intuito che nulla è per caso, che ognuno viene su questa terra per compiere il suo viaggio. Unico, meraviglioso e irripetibile. Una volta finito, se ne andrà. Non è un male, non è un bene. Semplicemente è”.*

piuma vola in cieloPerdere una persona amata è un’esperienza dolorosa che tutti, prima o poi, facciamo. Fa parte anch’essa della vita e forse, più di ogni altra, è capace di farci prendere coscienza della nostra fragilità e della nostra limitatezza. Si, perchè la vita è un percorso che ha un inizio e una fine. E questo ci fa paura. Quando la morte ci tocca da vicino, scuotendo il nostro equilibrio e travolgendo il nostro consolidato trantran, siamo costretti a fermarci e affrontare questo tabù. Oggi ci siamo, domani non si sa. E così, oltre al dolore per l’addio a chi amiamo, ci entra nelle vene e ci pervade quel profondo senso di impermanenza che solitamente cerchiamo di imbozzolare perché sappiamo che potrebbe paralizzarci. Proviamo a pensare che in fondo la cosa non ci riguarda. Almeno non adesso. Almeno non subito. Ma dentro, giù, nel profondo della nostra coscienza, tutti sappiamo bene che quel momento arriverà. Non possiamo difenderci. Non possiamo scappare. E’ l’unica cosa certa della nostra vita. Non sappiamo né quando, né come, né dove. Ma sappiamo che la morte arriverà. Di fronte a lei, siamo disarmati, ci sentiamo impotenti, increduli, indifesi.alberi e luna

Il periodo del lutto è un percorso faticoso attraverso cui la persona, travolta dalla sofferenza, cerca di ristabilire i contatti con il mondo, di ricostruire un equilibrio andato in frantumi e di trovare un nuovo sentiero da percorrere. Tutto cambia e sarà necessario impegnarsi a riposizionare i mattoni della quotidianità. Sarà come nascere di nuovo e imparare ancora a vivere. Il ricordo del nostro caro che non è più con noi potrà trasformarsi in una risorsa capace di sostenerci nelle difficoltà aiutandoci a riconoscere ed apprezzare ciò che abbiamo avuto e non rimanere incatenati al pensiero su ciò che abbiamo perso. Di certo riuscire a confrontarsi in modo maturo e consapevole con questa realtà, per quanto penoso e difficile possa essere, avrà il potere di rafforzarci e renderci più consapevoli delle nostre possibilità.

Non dimentichiamo mai che c’è una differenza sostanziale tra subire ed accettare. Subire significa essere una vittima che non ha reazioni. Accettare significa comprendere impegnandosi a cercare una strada percorribile.

quattro giorni tre notti coverTi prometto che darò voce al nostro amore, che lo trasformerò in luce, in alchimia di colori, in intensità di sentimenti, in meraviglia e stupore. Ti dedicherò le mie fatiche e i miei successi. Ti racconterò le mie paure. Ti regalerò i miei pensieri. Ti toccherò, piano, dove tu sarai. Vicino a me. Sempre. E così continuerai a vivere. Dentro di me. Attraverso di me. Nei miei gesti, nelle mie parole, nei miei pensieri, nelle mie speranze, nei miei progetti. Nei miei sogni e nelle mie giornate. Nella mia e nella tua voglia di vita. Fino alla fine”.

* tratto da “Quattro giorni tre notti” Ed. Pendragon

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Chi lo ha scritto

Daria Cozzi

Triestina, due figli, una vita vissuta con passione. Ascolto tutti, soprattutto chi la pensa diversamente da me. E imparo sempre qualcosa. Mi piace comunicare attraverso la parola scritta, ma non solo ... credo che ci sia sempre una seconda chance, che possiamo crescere e cambiare pensiero, modo di essere, obiettivi e programmi per avere davanti a noi ogni giorno un orizzonte nuovo su cui scrivere i nostri progetti, dipingere i nostri sogni, depositare le nostre speranze. Ho raccontato la mia storia in "Quattro giorni tre notti", il mio primo romanzo.  

9 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Accettare una lunga malattia si può, accettare la morte dopo una lunga malattia che ha fatto tanto soffrire si può nel tempo in cui morte sovviene , repentina e silente, ma assordante e anestetizzante ogni sentire. Però col passare dei giorni, dei mesi, degli anni, incredibilmente a me è successo il contrario. Ho ripreso subito in mano tutta la mia realtà quotidiana, cercando di alleviare con la serena quotidianità dei gesti la sofferenza di chi restava perché è un diritto di chi sopravvive la consolazione, il supporto, la sensazione che la vita continua e deve proseguire lungo quei tracciati che ognuno ha davanti a sé.
    Ho parlato del mio dolore con chi ha voluto e potuto ascoltare, ho parlato della bestiale malattia a quanti mi hanno richiesto domande su di essa, ma capivo che nessuno riusciva a comprendere veramente cosa significa la terribile parola” anoressia” perché dicevano che, in fondo, era facile mangiare, bastava la volontà, bastava non contrastare, bastava una chiusura in un luogo chiuso dove costringere, bastava cambiare aria… Ognuno aveva la sua soluzione , ognuno aveva una sua spiegazione, ognuno aveva una sua malcelata opinione. Così, pian piano, feci della morte un oggetto non condivisibile con nessuno. La malattia era stata vissuta dentro le mura di famiglia con tutto il suo straziante percorso fatto di incitamenti, ricoveri, curanti, risalite illusorie, ricadute incomprensibili. E, salvo i tempi in cui la mia presenza era necessaria a curare l’ incurabilita’, a vegliare chi non poteva che risorgere per brevi periodi, ognuno aveva sempre proseguito e perseguito la quotidianità della sua vita, tacendo la sofferenza e andando oltre. E andando avanti ognuno capiva di portare avanti anche il proprio caro che rischiava sempre di fermarsi al gradino successivo.
    Non so se questa sia stata la strada più giusta che dovevamo percorrere, ma è stata la strada che ci hanno indicato con forza e determinazione, è stata l ‘ unica strada che siamo riusciti a percorrere nel vuoto delle leggi, della assistenza. Ho lavorato tacendo il vissuto, perché intuivo che l’ ambiente in cui mi muovevo non aveva le capacità mentali, psicologiche, umane per affrontare la situazione: avrebbe potuto solo peggiorare il tutto, esattamente come poi è accaduto quando la morte ha portato con sé chi amavo e cullavo giorno e notte in cuore. Il mio ambiente di lavoro per sua natura dovrebbe essere un luogo di conoscenza, rispetto e civismo; invece si è rivelato un sordido luogo di sciacallaggio e sopraffazione, come il mio intuito aveva presentito. Al sordo dolore che mi straziava l’ anima, alla fatica immensa di portare in casa normalità e quotidianità per il bene della mia famiglia, si aggiunse il dramma di contrastare uno sporco gioco di tirassegno, di caccia al birillo più debole perché i posti di lavoro son pochi e le raccomandazioni per le sfacciate immorali piene di voglia di nulla faticare sono sempre state abbondanti e pressanti. Ho smesso di parlare del mio lutto perché, oltre a non esser capita la malattia che l’ aveva acceso, capivo che il mio lutto veniva usato da gente che tutto è fuorché umana e per bene. Cercai aiuto in persone esperte in mobbing e che,per quei tempi, potevano fare per me poco,ma quel poco le fecero senz’ altro, non ho dubbi. Ricordo come fossero ora,qui, davanti a me, il loro stupore, il loro malessere, il loro pensiero rivolto ai propri figli e alla propria moglie. La guerra che mi fu scatenata addosso venne estesa anche a chi mi viveva nei pressi e poteva colpire, ma avevano evidentemente sbagliato persona perché tutti trovarono a fronte delle loro malefatte i miei colpi, inferti da diritto e da rovescio, senza scampo. Il tempo ha portato ben altre lotte a questi dannati che volevano demenzialmente rubare diritti e vita, e se per me la giustizia terrena di quegli anni non aveva ancora strumenti, caso o destino o qualcuno volle che tutti incappassero nelle reti che le leggi di questa terra hanno da decenni predisposto per evasori, inquinatori, prevaricatori e sprezzanti delle norme di stato. Hanno fatto le valigie.
    Non ho vinto niente, tuttavia. Anzi ho perso ogni fiducia in chiunque e ho imparato a guardare con freddo distacco le azioni di tutti. È una posizione difensiva e pesante, lo so, ma mi consente di guardarmi sempre alle spalle e di esser pronta a sferrare il sinistro al primo sibilo di cattiveria. Colpire chi dalla dura sorte della malattia e della morte è stato colpito è un’ infamita’ senza pari che nessuno lenira’ mai più. Forse io ne son stata rafforzata, ma meglio sarebbe stato ricevere rispetto, e se non esso, silenzio.
    Vivo con il pensiero costante che chi è con me di questa mia forza, non prima conosciuta né oggi gradita compagna, abbia bisogno. Io ce l’ ho fatta anche perché ho saputo intuire e riconoscere il male , l’ ho guardato in faccia e, mostrandogli tutti i miei denti, l’ ho combattuto. Ma un altro saprebbe, potrebbe fare altrettanto? Così resisto alla voglia disperata di fuggire per sempre dal dolore sempre acuto della perdita, alla voglia intensa di fare pure io le valigie e volare verso un luogo lontano, dove non so, ma dove possa io curare in qualche modo le mie ferite, e resisto alla voglia di posarmi sulla riva del ruscelletto che scorre davanti al portone della mia remota casa natia lasciandomi quivi andare al sonno che mi riporti a chi ho perduto: ho bisogno di abbracciarlo, baciarlo, sentire il suo calore, il suo amore; ho bisogno di dargli la mano e camminare con lui nella bianca luminosità della pace, dell’ amore privo d’ affanni, della comprensione di tutti i perché.
    Tristemente, devo dire che non tutte le malattie sono orrendamente uguali, non tutti i lutti possono trovare percorsi di elaborazione condivisa, umana, compassionevole.
    Io ho avuto il mio peculiare percorso in entrambi i casi summenzionati. Non li auguro a nessuno, certo. Tuttavia devo augurare, per rispetto alle sofferenze dei miei e di me stessa, che i malvagi e infami calpestatori delle altrui persone, delle altrui dignità, delle altrui fatiche, possano anche solo attraversare per un giorno solo gli inferni che hanno provocato.

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  2. virgy

    Ho perso mia figlia il 29 novembre 2010.Più il tempo passa più il dolore mi stringe in una morsa crudele , lacerante che mi soffoca, facendo a pezzi il mio cuore. Da quando non ho più il conforto delle visioni frequenti che per sei mesi hanno addolcito il mio dolore fino all’ultima in cui i suoi occhi di pianto mi dissero addio, il mio dolore è sconfinato nell’universo alla ricerca disperata di un perché . Non è più viva? Dov’è finita ?La vita non è vita senza di lei .

    .

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    • Daria Cozzi

      Cara Virgy ti ringrazio per aver voluto condividere il tuo dolore.
      Un dolore sordo e profondo che sembra non lasciare scampo.
      Quando chi amiamo ci lascia è come se si portasse via un pezzo di noi, della nostra anima, della nostra vita. E noi non saremo mai più quelli di prima.
      Nel tuo caso il dolore è ancora più inaccettabile perché stravolge il ciclo della vita. Nessun genitore dovrebbe mai veder morire il proprio figlio. Ma la vita è insondabile e ci mette davanti a prove durissime. Io mi sono aiutata pensando a ciò che mi è stato dato e non a ciò che mi è stato tolto. E quello che ho avuto è davvero straordinario. E’ la forza che mi fa andare avanti e la luce che mi aiuta a guardare al futuro senza perdere la voglia di sognare. Ho accettato l’idea che ognuno viene su questa terra per compiere il suo viaggio. Unico, meraviglioso e irripetibile. Una volta finito se ne andrà. E ho la consapevolezza di essere troppo piccola e troppo limitata per comprenderne il perché.
      Un abbraccio pieno di bene!

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  3. Vittoria

    Difficile leggere un libro che ti fa ripercorrere un dolore così acuto. Perché in fondo rimarrà sempre, quasi a monito: la vita e la morte non sono un sogno, così comprendi il peso dell’illusorio e tutto ti appare per ciò che é, così effimero qui, da toglierti la forza di credere nella vita stessa. Ma essa é una forza eterna e nella sua matrigna possenza ti travolge ancora e ti trascina con se aggrapparsi alla memoria di chi abbiamo perduto é il solo modo per dare senso e calore a quel pianto che continuerà restando muto.

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    • Daria Cozzi

      Di fronte ad una perdita abbiamo la possibilità di scegliere se ringraziare per ciò che abbiamo avuto o disperarci per ciò che ci è stato portato via. E dici bene quando parli della “forza eterna” è proprio quella la straordinaria possibilità che abbiamo. Buona vita Vittoria! :-)

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  4. vilma

    Semplicemente è!
    Ho vissuto questa esperienza e, per assurdo, mi considero fortunata perchè ho la consapevolezza del suo perchè

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  5. Astrid

    non male….il dolore e la sofferenza che si provano quando si perde un proprio congiunto è devastante!! bisogna attraversarlo, buttarcisi a fondo per poi, lentamente, risalire lungo un percorso con salite e discese continue…
    i gruppi di auto mutuo aiuto offrono un valido contributo alla rinascita di se stessi1

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    • Daria Cozzi

      E’ proprio così. Un peso ancorché pesante lo è di meno se condiviso. Attraversare il dolore con qualcuno che ti tiene la mano è un’esperienza che aiuta a crescere, capire, accettare. E accettare non significa subire. Grazie Astrid :-)

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