Non mi chiamo Ted – parte IV

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Non mi chiamoTed


Preparare il discorso da presentare a una conferenza non è mai una cosa facile. Soprattutto quando si vuole in qualche modo minare il concetto che sta alla base della conferenza stessa. Hai diciotto minuti a disposizione per cercare di spiegarti nel migliore dei modi possibili. Diciotto minuti che pesano quanto le parole, mentre pensi in silenzio. E intanto il tempo passa, tic, e le lancette dell’orologio corrono, tac.

Un racconto a puntate di Edward S. Portman

  

Se ne stava nascosto dietro le quinte, in attesa del suo turno, e non riusciva a non notare tutti gli errori che il ragazzo dalla maglia blu stava commettendo durante la sua esposizione. Ogni click con il quale faceva scattare l’ennesima foto alle sue spalle, attraverso un sottile telecomando a distanza stretto in mano, era una metaforica coltellata inflitta alla sua povera indifesa presentazione. Sotto questo aspetto sul non-palco stava andando in scena una violenta carneficina, con lunghi sgorghi di sangue denso a macchiare il pavimento e zampillare in faccia alle persone sedute nelle prime file. Era uno spettacolo violento, nel quale un argomento serio, degno di tutte le attenzioni promesse, veniva maltrattato e bastonato da feroci battute spiritose, gag visive, paragoni umoristici e privi di reale senso. Il pubblico rideva e rideva di grasse risate dalle labbra larghe, denti sghignazzanti in fuori, teste reclinate all’indietro, senza tentare neppure di trattenersi o di mantenere un certo contegno. A ogni esplosione di ilarità collettiva la natura multiforme dell’economia attuale (il titolo dell’intervento) agonizzava sempre di più, mentre il suo carnefice, il ragazzo che dentro nascondeva un ghigno sadico da pazzo maniaco, diventava via via più grande, enorme, gigantesco, come alimentato da tutte quelle risa e da quella superficialità. Tu quoque, spirava l’economia sfinita, fili mi!

La stessa cosa era successa prima, con la ragazza in minigonna, anche se lui si era immaginato la scena in modo leggermente meno crudo e con venature assai più sexy. L’argomento in quel caso era stato torturato da una dominatrice vestita di biancheria intima in latex nero, con i capelli biondi raccolti dentro un cappello nero simile a quello dei finti poliziotti dei telefilm degli anni ottanta, calze a rete fino a metà coscia e stivali, anche questi in latex nero, che arrivavano fino al ginocchio. La ragazza brandiva con orgoglio una frusta e ogni risata proveniente dal pubblico era un sonoro colpo inflitto al mondo del cinema in generale e al sistema di integrazione di informazione più in particolare. Tutta la sua esposizione era iniziata sfoggiando abiti da film impegnato di un qualche famoso autore o maestro, per poi spogliarsi di minuto in minuto di un capo alla volta, restando alla fine completamente nuda, la sua esposizione, in quello che lui aveva visto come un gretto porno amatoriale girato con mano malferma su pellicola sgranata.

Lui teneva in mano dei biglietti da visita riciclati...

Lui teneva in mano dei biglietti da visita riciclati…

Lui teneva in mano dei biglietti da visita riciclati, sul dorso di ognuno dei quali aveva scarabocchiato, in modo frettoloso e con grafia alquanto spigolosa, una parola o una breve frase. Non stringeva tra le sue dita un telecomando con il quale mostrare foto spiritose alle sue spalle, né tantomeno teneva nel pugno il manico di una frusta con la quale seviziare il suo ragionamento. Se mai avesse deciso di uccidere il suo discorso lo avrebbe fatto a mani nude, con una fredda ferocia impassibile, strappando ogni singolo cartoncino con sopra le sue parole.

Ogni cartoncino rappresentava un minuto del suo discorso. Ne aveva diciotto in mano e non faceva altro che ripassarseli mentalmente sfogliandoli uno a uno. Su ciascuno di essi c’era appuntato il concetto base che avrebbe dovuto sviscerare nell’arco di quei sessanta miseri secondi. E qui sorgeva la sua preoccupazione, quella capace di farlo sudare in maniera così copiosa e renderlo talmente agitato da non riuscire neppure a reprimere tic nervosi quali per esempio mangiarsi le unghie o strapparsi le sopracciglia. Quanti ragionamenti, o argomenti, oppure concetti (brillanti e non), potevano essere trattati in meno di venti minuti? Il tempo concesso a ogni conferenziere era davvero abbastanza per trattare un qualsiasi argomento? Oppure era come cercare di fare entrare quattro elefanti adulti dentro una cinquecento? (Due davanti e due dietro)

Lui era dell’opinione che tutte le idee comprimibili ed esponibili in diciotto minuti erano ormai state tutte quante già discusse. Qualsiasi cosa potesse essere spiegata nel ristretto arco di tempo di una di quelle conferenze era già stata affrontata da qualcun altro, da un conferenziere arrivato prima di lui, e prima anche della donna in minigonna, così come del ragazzo con la maglia blu. Non poteva esserci niente di talmente semplice, e allo stesso tempo nuovo, brillante, da risultare interessante per un pubblico adulto come quello presente a certi convegni. Non era un dato di fatto, quanto piuttosto una semplice constatazione dovuta al buon senso. Se qualcuno avesse avuto il coraggio di starsene in piedi, sotto i riflettori, a parlare per diciotto minuti di concetti banali, oppure già affrontati, sarebbe andato incontro a un risultato scontato: le uova marce e pomodori troppo maturi di un tempo sarebbero stati sostituiti da sonori sbadigli e volti annoiati.

Per evitare un’umiliazione così frustante, non fisica ma soprattutto morale, e proprio per questo ancor più tremenda per persone dall’ego talmente smisurato (lui compreso) da accettare di partecipare come relatori a conferenze di quel tipo, chiunque venisse invitato a parlare era al contempo implicitamente spinto a cercare un argomento sempre più particolare. Si veniva portati a guardare nel dettaglio un determinato aspetto della vita generale, andando a osservarla al microscopio, sezionandola in varie parti, e poi ripetendo lo stesso processo per ogni parte risultante. Un viaggio dal piccolo al piccolissimo, dal piccolissimo al minuscolo, dal minuscolo al quasi invisibile, fino a quando il risultato ottenuto dalla precedente analisi si poteva dividere ulteriormente e rendere oggetto di ulteriore analisi. Se da una parte questo percorso faceva nascere esposizioni bizzarre, quali per esempio “Come scopano i dinosauri” (nella quale lui poteva constatare un grossolano errore già a partire dal titolo, in quanto, che lui sapesse, i dinosauri nel mondo moderno non scopavano più per motivi esistenziali; a meno che la parola dinosauri non si riferisse a individui vecchi, in questo caso il discorso avrebbe preso tutt’altra direzione, meno preistorica e più sessualmente anziana), da un’altra permetteva la discussione di argomenti assai più ardui da comprendere, come la cosiddetta geometria frattale (altro titolo di un intervento) capaci di abbracciare appieno il senso delle conferenze stesse, ovvero: fare apprendere qualcosa di nuovo e interessante (e magari anche utile, per non dire illuminante) a tutti coloro che ne prendevano parte come spettatori. Questo portava a un pauroso ingrandimento della forbice tempo/difficoltà-argomento, dove quest’ultima variabile aumentava in modo esponenziale con il passare degli anni, mentre la durata degli interventi sarebbe rimasta monoliticamente fissa anche nel corso di decenni interi.

Per mantenere comunque accessibile qualsiasi tipo di ragionamento, anche il più arduo per un individuo dotato di una mente media e di un’intelligenza media e di una cultura media e di un’istruzione media, gioco forza i relatori erano obbligati, dai diciotto minuti loro concessi, a semplificare quanto più possibile il loro discorso, per evitare di entrare in complicati meandri destinati a portare più incomprensioni che reali apprendimenti.

...il motivo per cui stava sudando e si sentiva agitato, quasi sul punto di tremare, le mani, le dita...

…il motivo per cui stava sudando e si sentiva agitato, quasi sul punto di tremare, le mani, le dita…

La domanda vera a questo punto, si diceva lui in silenzio, era (il motivo per cui stava sudando e si sentiva agitato, quasi sul punto di tremare, le mani, le dita, con le unghie in bocca, non più padrone della situazione come era sempre abituato in circostanze del genere, non riusciva a stare fermo e allo stesso tempo si sentiva pietrificato): quanto profondo rimane un concetto profondo dopo averlo in un certo senso banalizzato per renderlo comprensibile a tutti? La bellezza di un’idea difficile non era forse anche un po’ la difficoltà stessa? Se un’idea si poteva ridurre nei minimi termini di semplicità, molto probabilmente la difficoltà di cui era vestita non era altro che zavorra superflua, un abbellimento che non aggiungeva niente di realmente utile, tanto che la medesima idea, l’identica riflessione, poteva essere ugualmente compresa senza di essa, la difficoltà, l’inutile abbellimento. Se fosse stato possibile semplificare qualsiasi cosa, nulla avrebbe impedito di insegnare la teoria della relatività, in tutta la sua estensione matematica, alla scuola materna.

Secondo la sua modestissima opinione era impossibile continuare ad avanzare sotto l’aspetto della difficoltà o non difficoltà di un argomento senza lasciare sottointesi alcuni concetti. Non si può camminare per un giorno intero verso una meta e il giorno dopo ricominciare da capo anziché da dove si è arrivati. In questo modo nessuno arriverebbe mai a destinazione. Bisogna riuscire a lasciarsi alle spalle le spiegazioni precedenti, senza tentare sempre di banalizzare, di rendere tutto facile. La facilità non è sinonimo di appagamento, soprattutto a livello intellettuale; è solo un termine usato per far capire, anche in questa circostanza il più semplicemente possibile, quanto si possa (per così dire) tirare i remi in barca e lasciarsi trasportare dalla corrente, senza durare fatica. Se davvero le idee presentate a ogni singolo convegno erano idee degne di essere diffuse, lui riteneva fosse giusto, anzi un obbligo sacrosanto, presentarle nella loro totale completezza, per quanto complicate e intricate e contorte e a volte magari pure incomprensibili esse fossero.

Lui si metteva nei panni di un argomento, uno qualsiasi. Lasciando perdere la possibile umiliazione di trovarsi di fronte a molte altre persone, messo in vetrina, una specie di animale bizzarro, spettacolo da baraccone; sorvolando su quanto si sarebbe sentito intimidito da tutta l’attenzione rivolta verso di lui, dagli sguardi critici, dagli occhi curiosi, lui nudo con le braccia stese verso il basso incrociate a V e le mani a coprirsi i genitali, le proprie vergogne, come avrebbe reagito se in una situazione del genere non solo fosse stato messo in mostra come un semplice oggetto, un soprammobile magico capace di muoversi e di guardarsi intorno disorientato, ma al tempo stesso lo avessero sminuito, trascurando o banalizzando gli aspetti più alti del suo essere, quegli stessi aspetti che avrebbero potuto davvero, sul serio, elevarlo dal semplice status di soprammobile magico?

Lui come qualsiasi altra persona, pure una di quelle presenti in sala ad assistere all’esposizione del ragazzo dalla maglia blu, o a quella della donna in minigonna, oppure la sua, era un territorio sconfinato, di cui non se ne vedeva la fine. Chi poteva essere riassunto in tutta la sua vasta complessità in appena diciotto scarsi semplici minuti? Sarebbe bastato l’apparato scheletrico o quello muscolare, i vari tipi di fibre e di tendini, le contrazioni sincronizzate, la trasformazione dell’energia in movimento, uno qualsiasi di questi aspetti avrebbe potuto riempire un’intera giornata di spiegazioni e dibattiti. Per non parlare poi dei pensieri, degli umori miscelati con confusione nel petto, le emozioni elettrizzanti e gli stati d’animo, tutti quei risvolti meno tangibili ma non per questo meno importanti per la composizione e costruzione di una persona.

Definisci un uomo, o una donna, si diceva lui, in meno di diciotto minuti. Otterrai un ritratto approssimativo e poco corrispondente all’originale. È inevitabile. Non puoi pretendere di conoscere davvero una persona neppure dopo una vita intera, figuriamoci in meno di venti minuti. E più vai avanti nel tempo, giorno dopo giorno, ogni volta che la incontri e ci parli, anche di sciocchezze senza senso, capisci quanto sia complicato e peculiare il suo modo di essere, la pronuncia particolare di una determinata parola, la leggera inclinazione della testa con cui accompagna un sorriso divertito, il modo speciale con cui ti guarda e ti colora, ti riscalda nel profondo del petto. Riusciresti a banalizzare una persona che ami, o che ti fa sentire speciale?

Era questo a renderlo insicuro. Stava per apprestarsi a parlare a chissà quante persone, tutte giunte fin lì con le migliori intenzioni (qualsiasi esse fossero), e ciò che gli avrebbe detto era che il motivo per cui erano lì, le stesse intenzioni di cui sopra, al buio, a sentire parlare lui e altri illuminati da una luce proveniente dall’alto, era qualcosa di sbagliato che non poteva fare altro che mettergli in pace la coscienza.

Sul primo foglietto del suo mazzo, quello su cui aveva appuntato il concetto con il quale avrebbe iniziato a parlare, c’era scritto: se il mio ragionamento è corretto, non finirò neppure di esporlo, ma se lo capirete vorrà dire che è giusto quanto penso sia.

In fondo, anche tutti i pensieri che gli erano passati di mente da quando aveva iniziato a sudare dietro le quinte, a rileggerli, mettendoli in fila, sforavano di non poco i diciotto minuti imposti dall’organizzazione.

Applausi.

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Chi lo ha scritto

Edward S. Portman

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Edward S. Portman vive nella provincia di Pistoia dal 1980. Abita in un corpo con il quale condivide alcuni disturbi e acciacchi fisici. Passa il tempo a leggere e a cercare risposte accettabili a domande che la vita pare rivolgergli in continuazione. Di tanto in tanto scrive, e quel che ne viene fuori a volte è abbastanza gradevole da poter pensare di essere fatto leggere ad altri. Immagina ci sia qualcosa la fuori, se non la verità almeno una bella città ancora da visitare.

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