Le squadre che hanno fatto i mondiali. 1978 Italia

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1978 Italia: prima si semina, poi si raccoglie

“Non mi sentivo così da quando Archie Gemmill segnò all’Olanda nel ’78”.

Trainspotting, Danny Boyle

 

Le premesse

Nel 1978 si va in Argentina. Mondiale nell’altro emisfero, quindi invernale. Giocatori con le maniche lunghe e Lionello Manfredonia (ai tempi secondo libero dei 22 azzurri, neanche una presenza, nemmeno in panchina) che ancora ricorda che dormiva con due tute sopra il pigiama per il freddo. Mondiale nell’altro emisfero, partite in TV in Europa alle 20 e a mezzanotte.

In Argentina nasce il mito del Mundial, ossia della Coppa del Mondo in lingua spagnola, giacché dopo Argentina, Spagna e Messico, ossia dopo 12 anni consecutivi, per quelli della nostra generazione il mondiale sarà per sempre El Mundial.

Mundial caratterizzato da un inno particolare ed orecchiabile, che inizia con un coro da stadio “ARGENTINA! ARGENMUNDIAL!”, uscito nientemeno che dalla penna di Ennio Morricone.

Il Tango, sogno inconfessato della nostra adolescenza.

Il Tango, sogno inconfessato della nostra adolescenza.

E Mundial caratterizzato dall’esordio del “Tango”, il pallone ufficiale Adidas con una nuova ed accattivante linea grafica, che manda per sempre in soffitta il pallone a pentagoni neri ed esagoni bianchi.

Vabbè, basta girarci intorno: Mundial in un Paese governato da due anni da una Giunta militare psicotica e criminale, che si macchierà della desaparición di 30mila persone e che approfitterà proprio del Mundial per ricostruirsi una sorta di verginità internazionale e per narcotizzare il popolo nel momento di massima efferatezza di una operazione di eliminazione dei rivali del regime che di fatto è un genocidio. Ma non ho voglia di parlarne, fa troppo male cercare di spiegare e contestualizzare l’inspiegabile. Se ne avete voglia, leggetevelo qui.

Insomma, Mundial che chiude i dolorosi anni ’70.

La Giunta militare argentina al gran completo: Raúl Massera (Marina), Jorge Rafael Videla (Esercito), Fernando Agosti (Aeronautica). Tre corvacci e una Coppa del Mondo.

La Giunta militare argentina al gran completo: Raúl Massera (Marina), Jorge Rafael Videla (Esercito), Fernando Agosti (Aeronautica). Tre corvacci e una Coppa del Mondo.

Sotto il profilo calcistico, il mondiale verte su un interrogativo fondamentale: dato quasi per scontato che i tedeschi non si ripeteranno, senza Kaiser Franz, finito a svernare in quel cimitero per gli elefanti che è il Cosmos di New York (con compagni come Carlos Alberto, Pelè, Giorgione Chinaglia, finanche Pino Wilson) e Gerd Muller, che ha detto basta alla nazionale con la finale di Monaco (dopo 68 gol con la maglia della nationalmannschaft in 62 partite!), riuscirà la meravigliosa Olanda di quattro anni prima a completare il lavoro? E la Polonia? Sarà la stessa squadra di pazzi ammirata in Germania? O assisteremo al ritorno delle sudamericane, così anonime quattro anni prima ed ora così rinnovate?

Un’altra squadra arriva al Mundial dopo un profondo rinnovamento tra campo e panchina. È la nuova Italia del Vecio Enzo Bearzot: arriva con un po’ di affanno, eliminando l’Inghilterra per tre gol di differenza reti (18-4 vs 15-4) in un girone che si risolve nel chi rifila più gol alle cenerentole Lussemburgo e Finlandia. Arriva con poco pronostico, tante polemiche dei giornalisti al seguito, ed inserita nel “girone di ferro” con i padroni di casa, la Francia e l’Ungheria. Metterà in mostra il calcio più bello del Mundial, ma cadrà prima della fine, vittima di tanta sfortuna e di una serie incredibile di tiri da lontano. Per quel che vale, oggi cercheremo di restituirle qualcosa parlando di lei.

Come va il mondiale

Germania, Polonia, Brasile, Italia, i padroni di casa dell’Argentina… In realtà, siamo tutti lì davanti alla TV – per la prima volta a colori - ad aspettare l’Olanda.

L’Olanda ha perso Van Hanegem per infortunio dell’ultima ora, ma soprattutto ha perso Crujff, che da un anno ha rinunciato definitivamente alla nazionale senza che si sia mai capito del tutto il perché (chi dice proprio per non dovere partecipare alla kermesse dei generali argentini, chi dice per l’ennesima delusione agli Europei del ’76, chi dice semplicemente per la sua spocchia); in panchina è guidata da un austriaco, Ernst Happel, che ha sostituito l’uomo del calcio totale, Rinus Michels, da qualche anno al Barcellona.

Hai ancora in mente qualcosa di unico e di grande; poi la trovi e sembra che non sia più Keaton: Krol è passato in mezzo alla difesa, con il suo posto di terzino d’attacco preso da un giovane e acneico Ernie Brandts (ricordatevi il nome). In attacco, Papero d’oro a parte, ci sono sempre i Rensenbrink e i Rep, così come a centrocampo restano i Neskeens, gli Jensen, gli Haan, ma sono tutti più imbolsiti, più imborghesiti, più prevedibili,… più tutto! Passeranno il primo turno con tre punti, battendo solo l’Iran e grazie alla differenza reti nei confronti di una Scozia che li batte e li impaurisce all’ultima giornata, con il primo posto nel girone al sorprendente Perù dei pensionandi Cubillas e Chumpitaz.

Questo bel ragazzone non è Vinicio Capossela, ma Arturo el duro Ayala.

Questo bel ragazzone non è Vinicio Capossela, ma Arturo el duro Ayala.

E la stessa impressione di grande futuro dietro le spalle fanno in un altro girone le altre due medagliate del ’74, quella Polonia e quella Germania Ovest che senza farsi male tra loro nella partita inaugurale, si limitano a sbarazzarsi di un inguardabile Messico (con magliette e calzoncini griffate Levi’s ed un difensore – Arturo Ayala – con una capigliatura che in barriera levava da solo la visuale alla intera curva) e di una dignitosissima Tunisia, capace di chiudere le sue tre partite da imbattuta.

Il Brasile dopo due pareggi senza sugo e con un fuoriclasse annunciato (Zico) che fa flop, trova finalmente all’ultima giornata un attaccante (Roberto “Dinamite”) con cui battere 1-0 l’Austria, comunque prima nel girone per differenza reti, e passare così il turno.

Tra noia e sbadigli, c’è un solo girone che tiene viva l’attenzione: è quello che l’Italietta delle polemiche in patria vince a mani basse: 2-1 da quella Francia che ci aveva dato una dura lezione di gioco a Torino solo tre mesi prima (e che si era trovata in vantaggio dopo soli 38 secondi; “bell’inizio”, pensiamo tutti); 3-1 in carrozza all’Ungheria, il giorno in cui nasce il mito di Pablito Rossi; e all’ultima, nonostante le basti il pari per assicurarsi il primo posto, impone anche ai padroni di casa la legge del più forte, con un 1-0 firmato da Bettega che è un condensato di potenza, classe, gioco di prima. Una gioia per gli occhi, guardare per credere.

Insomma, dopo la prima fase, della rivoluzione annunciata quattro anni prima in Germania neanche l’ombra: praticamente nessuno gioca a zona, pochi gol e brutte partite, calcio sparagnino, calcio da reazionari.

Come già nel mondiale precedente, la formula prevede che passino il turno le prime due per girone, le quali poi si ritrovano in due nuovi gruppi da quattro, tutti contro tutti. Al Girone 1, quelle che dovevano essere le prime (Olanda e Germania) accedono solo come seconde, abbinate alle rivelazioni Austria e Italia. Il Girone 2 ripropone lo scontro tra brasiliani ed argentini, con il contorno di Polonia e Perù: le prime di ciascun girone vincono la finale, alle seconde il set di coltelli della finalina di consolazione, le terze e le quarte vincono il licenziamento.

Ma nella seconda fase, le squadre si completano, gli allenatori dopo vari esperimenti trovano la quadra e si iniziano a vedere gol e belle partite.

Nel Girone 2, ad esempio, scopriamo finalmente un bel Brasile che sull’asse Dirceu (regista che si farà tutti gli anni ’80 in Italia tra Verona, Napoli pre-Diego, Avellino e Como)-Roberto Dinamite, rifila dei secchi 3-0 e 3-1 a Perù e Polonia, per poi chiudere 0-0 un match di puro wrestling con l’Argentina. I padroni di casa, trascinati dai gol di Mario Kempes e Leopoldo Luque, dalla cattiveria agonistica di Daniel Bertoni, dalle geometrie di Osvaldo Ardiles e dalle punizioni di Daniel Passarella battono bene la Polonia (ma Filliol deve parare un rigore a Deyna sull’1-0) e lasciano tutto all’ultimo scontro contro il Perù. Perù che non ha più nulla da chiedere al torneo ed ha un portiere (Ramón Quiroga) che è un argentino naturalizzato… L’Argentina deve vincere almeno 4-0 per lasciare la finalina al Brasile e, voi non ci crederete, ne fa addirittura 6! Brasiliani ed argentini già si amavano poco, ma dopo questa le accuse di combine inondano i giornali brasiliani per mesi. Anche perché mentre nell’altro girone le partite decisive si giocano in contemporanea, in questo l’Argentina gioca tre ore dopo il Brasile, conoscendo quindi già il risultato che gli occorre.

Come che sia, l’Argenmundial ha la sua prima finalista, la più attesa. Ma nell’altro girone, nel frattempo che è successo?

Il girone europeo

Mentre l’Olanda torna se stessa e brutalizza l’Austria (5-1), la bella Italia se la vede con i campioni del mondo in carica. Finisce 0-0 e io penso di non avere mai visto una partita più jellata. Sul piano del gioco è un assedio italiano, ma quando non ci arriva Sepp Maier sono l’imprecisione dei nostri (Bettega fuori da mezzo metro), pali (Cabrini), salvataggi sulla linea di tacco prima (Kaltz su Bettega) e di corpo-mano poi (Dietz, sempre su Bettega) a risparmiare i Campioni del Mondo.

L’Italia si rifà poi con l’Austria, vincendo grazie ad un gol di astuzia di Pablito una partita faticosa, mentre l’Olanda riacciuffa a tre minuti dalla fine la partita con i tedeschi (2-2). Insomma, all’ultima giornata è tutto ancora possibile per tre squadre: Italia (3 pti), Olanda (3 pti e miglior differenza reti) e Germania (2 pti), con quest’ultima chiamata però a goleare i cugini austriaci per sperare nella finalissima (ai tempi vige ancora la dura legge della differenza reti). Dopo la sfortuna tedesca e la fatica austriaca, l’Italia si ritrova e fa un primo tempo “di lotta e di governo” contro quelli che ormai appaiono sempre più come tulipani appassiti. Al 45’, Italia e Germania conducono 1-0, il che significherebbe Italia in finale e Olanda fuori. La percezione di superiorità degli Azzurri è così netta, che il Vecio inizia già a pensare alla finalissima e lascia negli spogliatoi Causio, l’esteta di quella Italia, l’uomo da avere in forma per l’ultima partita, per inserire un mediano in più, il torinista Pat Sala.

Pablito, Bettega, Causio… è venuto il momento di sapere come giocava quell’Italia.

Italia-Francia 2-1. In piedi da sinistra: Benetti, Zoff, Bellugi, Bettega, Gentile. Accosciati: Causio, Rossi, Cabrini, Scirea, Antognoni, Tardelli.

Italia-Francia 2-1. In piedi da sinistra: Benetti, Zoff, Bellugi, Bettega, Gentile. Accosciati: Causio, Rossi, Cabrini, Scirea, Antognoni, Tardelli.

L’Italia di Enzo Bearzot: adelante, ma con juicio

Subentrato a Valcareggi dopo il disastro della spedizione a Germania ’74, Bearzot imposta una nazionale forgiata sullo scheletro della squadra che in quegli anni domina in Italia: la Juventus di Giuan Trapattoni. Al blocco juventino, rappresentato da Zoff in porta, Gentile terzino destro, Scirea libero, Benetti e Tardelli a centrocampo, Causio all’ala destra, Bettega alla sinistra/seconda punta, si aggiungono Mauro Bellugi come stopper (sì, lo stesso Bellugi che fa il tifosastro interista tra i brutti di Italia 7- Gold, assieme a Corno e Beccalossi) e Antognoni in regia.

I due ruoli mancanti dovrebbero essere di Cuccureddu (ancora Juve) come terzino sinistro e di Ciccio Graziani come centravanti. Ma l’ultimo campionato ha messo in mostra due giovani di bellissime speranze, che Bearzot prima aggregherà ai 22 e poi – all’ultima amichevole in terra argentina, contro una squadra di seconda serie locale – lancerà come titolari: il Bell’Antonio Cabrini (sempre Juve) e Pablito Rossi, capocannoniere dell’ultima Serie A con il Lanerossi Vicenza (!).

La squadra si dispone religiosamente a uomo, lasciando però una certa libertà ai terzini di avanzare, soprattutto a Cabrini a sinistra, mentre il compito di fare gioco è affidato al grandissimo Gaetano Scirea in difesa, ad Antognoni in mezzo e, soprattutto, a Franco Causio, detto Il Barone per l’eleganza delle sue giocate, che in Argentina ha la consacrazione definitiva.

L’attacco vive della classe di Bettega e dell’astuzia rapinosa in area di Pablito Rossi, così bene assortiti da sembrare di avere sempre giocato insieme.

L’Italia ha nomea internazionale di squadra-catenaccio, una fama non immeritata, ma la nazionale di Bearzot mostra di sapere amalgamare bene il Credo nazionale della marcatura a uomo e del “calciate tutto quello che si muove sull’erba, e se è il pallone pazienza” di Nereo Rocco (certi interventi di Bellugi, Gentile, Benetti, ma anche dell’inquieto Tardelli, sono da codice penale), con la lezione olandese del dinamismo e dell’aggressione degli spazi, del “tutti registi” quando avete il pallone tra i piedi, soprattutto nei casi in cui il calligrafico Antognoni lascia il posto al meno fosforico ma più solido Renatone Zaccarelli del Toro; un cambio che in Argentina avviene più o meno regolarmente nell’intervallo.

Ai tempi, circa 10 anni prima che la zona iniziasse a imporsi ovunque, le squadre a uomo giocavano non si sa bene perché “sdilliche”, cioè con un terzino (il sinistro) più avanzato dell’altro, un’ala (la destra) più arretrata ed un regista/mezzala più ridossato agli attaccanti e defilato sulla sinistra.

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L’Italia di Bearzot giocava così: la Juve in campo, il Toro (Zac, i due Sala, Cicciograziani) in panca.

A questa impostazione molto italiana e figlia del nostro campionato, Bearzot aggiungeva una gestione più in stile squadra di club, che selezione: una volta scelto il gruppo, il Vecio punta sulla compattezza e lo spirito di corpo, con poche concessioni all’ultimo arrivato spinto dalla stampa e poca abitudine a cambiare. In questo, il Cabrini ed il Pablito del ’78 saranno delle eccezioni quasi assolute.

Pochi fronzoli (affidati sostanzialmente a Causio), tante pedate, tante pedalate, una coppia di attacco bene assortita; con questa formula, e del tutto fuori pronostico, l’Italia si sta prendendo il mondiale. Facciamo ripartire il nastro, che sono proprio curioso di vedere come va a finire.

Come odio i tiri da lontano

Eravamo rimasti a un primo tempo di dominio assoluto sull’Arancia Meccanica, ben al di là del comico autogol con cui Brandts ha steso il suo portiere (in tutti i sensi, visto che dovrà anche uscire dal campo per infortunio); ormai più nulla ci separa dalla finale. Ma nel secondo tempo, la rinuncia ad Antognoni (in realtà nemmeno sceso in campo) e a Causio, fa sì che l’Italia smetta completamente di giocare. Gli olandesi continuano a non entrare in area, ma grazie a due tiri da fuori dello stesso Brandts e di Haan, quest’ultimo scagliato direttamente da un altro sistema solare, rovesciano il risultato. In finale ci vanno incredibilmente loro e l’Italia deve ringraziare un gol in zona Cesarini dell’austriaco Krankl (3-2 ai crucconi), se potrà almeno giocarsi la finalina contro il Brasile.

E qui, corsi e ricorsi, la storia si ripete in maniera incredibile: 1-0 per gli Azzurri alla fine di un sontuoso primo tempo, 2-1 al termine per i brasiliani, ancora con due tiri da fuori area (il primo di Nelinho, non si capirà mai se fosse uno straordinario tiro ad effetto o un cross sbagliato). A nulla vale un arrembaggio finale ancora condito di pali, traverse e occasioni. L’Italia, una bellissima Italia, è quarta; becca quattro gol-fotocopia nel corso di secondi tempi-fotocopia, nelle due ultime partite-fotocopia. Il monumento Zoff finisce sul banco degli imputati in coppia con Bearzot, a cui la vendicativa stampa italiana fa pagare con gli interessi un rapporto mai sbocciato. Ma, al contrario dell’Olanda, l’Italia sarà capace di rifarsi quattro anni dopo; sostanzialmente con la stessa squadra, solo diventata più scaltra.

La finale

“Al contrario dell’Olanda”, ci è sfuggito qui sopra. In effetti, i bolsi eredi di Michels e Cruijff perderanno la seconda finale consecutiva, pagando tutto insieme il conto alla fortuna che li aveva assistiti fino a lì. Clima bello acceso, a cui non resterà insensibile nemmeno l’arbitro (l’italiano Gonnella), che nel dubbio dà sempre ragione ai padroni di casa: un paio di contatti in area, ma quelli erano tempi in cui per dare un rigore si doveva accoltellare un attaccante e forse nemmeno bastava, ed una gomitata di Passarella che rompe un dente a Neskeens. L’Olanda va sotto con il solito gol di Kempes (capocannoniere alla fine con 6 gol), esalta le doti acrobatiche di Ubaldo Matildo Filliol, pareggia a 8’ dalla fine e colpisce un palo all’ultimo assalto con Rensenbrink, facendo venire un infarto agli 80mila sugli spalti. Ma poi capitola nei supplementari sotto i colpi di Kempes e di Bertoni, futuro Viola (3-1).

Sia chiaro, l’Argentina di Cesar Luis Menotti (El Flaco, l’allenatore dandy che come Michels finirà al Barcellona) è una gran bella squadra, genio e sregolatezza, che chiude con cinque vittorie, un pareggio ed una sconfitta. Come ruolino, impressiona anche l’imbattuto Brasile, che come detto protesterà a lungo, quantomeno per la non concomitanza dell’ultimo match della Fase 2.

Ma nessuno mi leva dalla testa che in quella edizione, a mettere in mostra il gioco più bello sia stata l’Italia.

Il gol del mondiale

Tra i tanti gol belli di questo mondiali (le incursioni di Kempes, i tiri da fuori di Dirceu, il golazo di Bettega all’Argentina), il gol del Mundial è quello di Archie Gemill, Scozia, contro l’Olanda. Gemmill, un’ala destra che nei due anni successivi vincerà la Coppa Campioni con il Nottingham Forest di quel pazzo di Brian Clough, recupera palla al limite dell’area, fa tunnel in sequenza a due difensori e batte Jongbloed in uscita. È il 3-1 per la Scozia a cui basterebbe un altro gol per fare fuori i presuntuosi olandesi. Quattro minuti dopo, Johnny Rep rimetterà le cose a posto, ma il gol resterà per sempre nella memoria di qualsiasi scozzese. Come insegna Danny Boyle in “Trainspotting”.

 

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10 commentiCosa ne è stato scritto

  1. nastyjoker

    Scusate la precisazione……caparezza in realtà era Leonardo Cuellar. Per il resto, complimenti per la trasmissione! Avevo 6 anni ma mi ricordo quel mundial come fosse ieri. Che Perù! Almeno nella prima fase…..

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    • Anselmo

      Mi hai beccato! Bravissimo, è vero, faccio ammenda a distanza di anni; era Cuellar. Avevi sei anni? Allora di notte negli incubi ti compariva Hector Chumpitaz, vecchio e sdentato! Ciao

      Rispondi
  2. Grak

    Ho scoperto da pochissimo questo sito, e sto leggendo con molto piacere queste storie “mondiali”. Complimenti a chi le scrive e grazie per la compagnia :-)

    Note statistiche:
    Una sola nota: in realtà la Tunisia perse una gara (1-0 con la Polonia, gol di Lato), però pareggiò 0-0 con la Germania e vinse 3-1 col Messico. Ecco, questo è un record. È la prima vittoria di una squadra africana alla fase finale di un mondiale. Quella gara (seguita poi dal prestigioso pareggio coi tedeschi campioni in carica) segna, a mio avviso, uno spartiacque: da quel momento in poi le squadre africane non faranno più la “comparsa” ai mondiali… E non ci fosse stata la “manita” di Suárez contro in Ghana (2010), oggi parleremmo anche di podio.

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    • Grak

      Mi scuso per i refusi (tipo “in” invece che “Il”, prima di “Ghana”) e per la stesura un po’ “frettolosa” del mio intervento (in senso sintattico). È l’ansia di continuare a leggere queste storie. Davvero, dinuovo, complimenti :)

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    • Anselmo

      Grande Grak. Ti giuro che mi ero accorto dell’errore a metà sella settimana scorsa (quindi a due anni di distanza da quando avevo scritto il pezzo) quando pedalando sulla ciclabile – mi capita spesso di lasciare andare i pensieri mentre pedalo con il pilota automatico – mi sono accorto che non mi tornavano i conti; allora sono andato a verificare ed era effettivamente come dici tu in questo commento. Ricordo anche di avere scritto (almeno) un’altra barbaridad “statostica” – come la chiami tu – in un’altra puntata senza averla mai corretta, quindi continua a leggere.
      Buona caccia e grazie dell’apprezzamento

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  3. Paolo Flamigni (Gigi)

    Se avessero fatto il campo come quello del Subbuteo, con una riga dietro la quale non si poteva tirare, saremmo stati campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo! Quattro anni prima

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