Il sogno della terracotta

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LocandinaDi Arturo Martini conoscevo davvero poco prima di varcare la soglia di Palazzo Fava a Bologna.

Attratta dalla potenza evocativa delle immagini delle sue creature in terracotta campeggianti nelle locandine sparse per la città, un pomeriggio di una domenica tiepida di gennaio, ho deciso che la lacuna dovesse essere definitivamente colmata, prima di rinunciare ad averlo sotto gli occhi e dovermi spostare a Faenza, dove la mostra, seppure nella diversa accezione delle figure che giacciono tra mito e realtà, continua fino alla fine di marzo.

A Bologna, il tema è stato declinato in una sfumatura più calda, nell’istante stesso della dominanza della terracotta, quale materia ancestrale, ricorrente nelle culture popolari di più antica origine, con cui plasmare sogni, visioni, figure mitologiche in una connotazione più umana ed emotivamente pervasa da sussulti, eros, vibrati, sforzi, tensioni, lacerazioni e abbandoni.

Il percorso è sapientemente tracciato in uno dei più noti palazzi storici della città di Bologna, che, da solo, meriterebbe visita attenta, se non altro per la splendida raffigurazione ad opera di Annibale Carracci del mito di Giasone e degli Argonauti, che accompagna lo sguardo alto del visitatore che lascia la visuale terrena, anche solo per un istante, per perdersi dietro al soffitto a cassettoni di una delle stanze di cui il palazzo si compone.

E’ il ciclo di grandi terrecotte a invadere lo spazio al pianterreno e a indurre nel visitatore domande affatto banali circa la difficoltà di realizzazione, cottura inclusa, di sagome a dimensione umana, che paiono, nella scarna caratterizzazione dei tratti del viso, volere essere accenni umani di anime disperse e in cerca di qualcosa.

Le due donne che, da una balconata protesa verso il mondo, mirano il cielo stellato, provano a cercare, l’una nella vicinanza dell’altra, resa dalla mano delicatamente e caldamente appoggiata sul capo dell’altra, in un continuum di esperienza umana di coscienza di finitezza di fronte all’eterno che si tramuta in condivisione, il fondamento della serena accettazione di una condizione di umana solitudine.

Il nudo che allo sguardo del visitatore si apre nella sala attigua, un nudo posteriore, quello di una giovane donna, che attende il suo amato, nelle segrete della sua dimora, parzialmente resa da una parete che si apre all’esterno per il tramite di una finestra da cui la figura femminile si affaccia, è la rivelazione accennata di un’attesa, quella che precede l’incontro, fornendo alla fantasia di chi guarda l’essenza strumentale per costruire il dopo, forse non rilevante come ciò che precede l’evento agognato, bramato, desiderato.

La madre folle e informe che abbraccia il bimbo, in un gesto di disperazione, in una rotondità che non è femminile nella rinuncia alle forme, ma che suona come massa che involge in sé la fragilità della sua creatura, in un legame di bisogno e carenza, di perenne frustrazione, in un gioco in cui non c’è vincitore o vinto, ma incastro di necessità, fuori da ogni libertà, accoglie e sconcerta il visitatore, pur nelle forme più ridotte, al piano superiore.

L’aviatore accanto, un corpo maschile nudo, proteso verso un’estensione che lo avvicina a una perfezione plastica in cui il divino non è solo ciò verso cui l’uomo tende, ma è l’uomo medesimo in certe sue evidenze naturistiche, riporta alla mente il pensiero di Agostino di Ippona, per cui Dio è immanente e, parallelamente, trascendente rispetto all’uomo.

Poi, in una delle vicine sale, una lupa, una donna trafitta, che pare guardare in faccia la morte, senza rinunciare a una tensione corporea, nell’istante che precede la fine, quella medesima tensione che è ardente bramosia verso ciò che appaga, ciò che regala piacere in una sagoma femminile più carnalmente definita e saldamente ancorata a terra per il tramite di appoggi che paiono regalarle la spinta finale verso l’ultimo viaggio.

Alla materia femminea e di ricerca dell’istinto di natura che ci appartiene, seppure sovrastato da non sempre più alti spiriti, si contrappone la sagoma di un giovine, un ragazzo dallo sguardo perso dietro alle proprie paure e che, privo delle braccia, pare destinato a una schiavitù buia e cupa che, dagli abissi della propria perduta identità, sembrerebbe originare.

La femminilità torna nel corpo sensualmente abbandonato al sole di una giovine donna, in apparente distratta posizione, dietro cui si cela la naturale seduzione femminile e lo studio quasi geometrico dell’artista nella perfetta intersecazione delle linee della sagoma, che trasmettono movimento verso un’estasi, quella di chi è guardato, ma anche quella di chi guarda.

Arturo Martini Chiaro di Luna

Arturo Martini Chiaro di Luna

Il percorso più soavemente si chiude, nelle immagini di fanciulle, che altro non sono se non la traduzione, agli occhi di un padre innamorato della propria figlia, di due momenti di vita della medesima: uno è quello di fuga dal mondo, di stanchezza di vita, di salvifica incoscienza, di abbandono a una condizione necessitata, triste e serena, di una figlia convalescente dopo un’esperienza di malattia; l’altro quello di una figlia mentalmente presente, dedita agli studi e molto più definita in uno sguardo che, seppure velato di stanchezza, rassicura il padre circa la sua presenza-coscienza.

Il percorso a Bologna finisce qui, essendosi, peraltro, la mostra chiusa il 12 Gennaio, lasciando il visitatore estremamente curioso e cosciente di un suo necessario corollario di completamento.

Eventualmente a Faenza dove la mostra prosegue. In altre e più ardite forme…

Sappiatele cogliere…

 

Armonie – Figure tra mito e realtà

Museo Internazionale delle Ceramiche, viale Baccarini 19, Faenza (RA)

Martedì – venerdì ore 10-13.30 – Sabato, domenica e festivi ore 10-17.30

lunedì chiuso – Infoline 0546 697306  dal lunedì – venerdì ore 9-12

Ingresso a pagamento (8 euro intero – 5 euro ridotto)

Prenotazione obbligatoria per gruppi di adulti e scolaresche.

Possibilità di visite guidate, laboratori per scolaresche.

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