Il Mos maiorum nella letteratura latina

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La morte di Seneca, di Noel Sylvestre

La morte di Seneca, di Noel Sylvestre

Cos’è il Mos Maiorum? Da dove nasce? Cosa ne pensavano gli antichi di queste “leggi orali”?
In questo articolo cercherò di rispondere a queste domande.

La traduzione più corretta di Mos Maiorum sarebbe costume degli antichi, inteso come usi e costumi in senso etico. Chiarendo meglio il concetto, i Mores erano dei precetti, delle norme accettate prima dalle comunità, poi da cittadini, che venivano definite Maiorum perché rispettate dai padri cioè, nella società patriarcale romana, dagli uomini più anziani e autorevoli.

Agli inizi della storia romana i mores erano una sorta di modelli di comportamento, vagamente simili a delle “leggi orali”, che venivano tramandate e che, solo verso l’inizio dell’età regia, vennero (forse) raccolti in forma scritta dai sacerdoti. Tuttavia queste raccolte restarono nella mani di questi e continuarono ad essere tramandate e interpretate. Si ipotizza che le famose Leges Regiae fossero, in realtà la trascrizione di alcune generali regole dei mores.

A causa di vari scontri tra i plebei, i Patrizi e il Pontefice Massimo (inteso come Gran Sacerdote, non ancora in senso cristiano), per via di interpretazioni personali delle leggi, la plebe riuscì ad ottenere la stesura scritta dei mores, intorno al 450 a.C, con le XII Tavole. Questo non bastò, perché di nuovo le leggi poterono essere interpretate a piacimento dai giudici e, in alcuni ambiti, si dovette ricorrere di nuovo ai mores. Per ottenere una lettura laica e imparziale si dovrà attendere la stesura dello Ius Civilis.

Fino ad ora ho parlato di Mores e Mos Maiorum come se fossero la stessa cosa. Trovo però giusto fare alcune distinzioni perché, come dicevo prima, se le XII Tavole non possono legiferare in ogni ambito della vita del cittadino, i mores, invece, possono. Vediamo, come si distinguono e in quali ambiti operano.

  • Mores Maiorum: gli usi più antichi o rappresentati dalle personalità più influenti della storia romana.
  • Mores Regionis: leggi valide solo in determinate regioni dell’impero romano.
  • Mores Sacer: i costumi e le tradizioni del culto pagano.
  • Mores Familiae (o Gentes): regole, tendenzialmente variabili, da famiglia a famiglia.
  • Mores Iudiciorum:  leggi valide nelle procedure processuali.
  • Mores Militum: usi e costumi della vita militare.

A questo punto è giusto chiedersi quali fossero i valori fondanti di questi mores, che arrivarono al punto di essere identificati come delle ideologie, seguite dal vero vir (uomo).

Ecco le cinque virtù sulle quali si pensa fossero basati i mores:

  • Fides: fedeltà, lealtà, fiducia nei cittadini e fede pagana.
  • Pietas: devozione ai genitori, allo Stato, alla patria.
  • Majestas: sensazione di superiorità. I Romani credevano di essere un popolo eletto.
  • Virtus: tipica caratteristica dei cittadini romani, prevedeva il coraggio, unito all’attività politica e militare.
  • Gravitas: serietà e compostezza, unite a dignità e autorità.

Ma cosa ne pensavano i grandi di quel tempo e come se ne servivano? Vediamo insieme qualche autore latino che ce ne parla.

Cicerone

Cicerone

Cicerone, Il processo a Verre – Orazioni I e II.
Orazione I, 5: L’oratore spiega per quale motivo ha accettato la richiesta dei siciliani di accusare Verre di corruzione, concussione e furto ai danni dello Stato.

“Giudici, il senso del dovere, la lealtà, la compassione, l’esempio di molti uomini dabbene, l’antica consuetudine e la tradizione istituita dai nostri antenati mi indussero a sentirmi obbligato ad assumere l’onere di questa fatica, di questo dovere, nell’interesse non mio ma dei miei clienti.”

Seneca, La fermezza del saggio – Il saggio non patisce ne offesa ne contumelia, 4.
In questo capitolo Seneca spiega per quale motivo il saggio non può subire alcuna offesa. Non perché altri non possano offenderlo ma perché la forza del saggio sta nell’aver riposto tutta la su vita in sé stesso, nella virtus.

“Ma il saggio non può perdere nulla; tutto ha riposto in sé, non affida nulla alla fortuna (il caso), ha i suoi beni al sicuro, appagato della virtù, la quale non ha bisogno dei beni della fortuna e perciò non può essere ne arricchita ne sminuita: […] Ma la virtù non è un suo dono (del saggio), perciò nemmeno può toglierla: la virtù è libera, inviolabile, salda, incrollabile.”

Virgilio, Bucoliche, Egloga IV, Versi 26-30
In queste poche righe della più famosa Egloga di Virgilio, nella quale sembra annunciata la venuta di un bambino nato dagli dei (i teologi cristiani spesso vedono un’anticipazione della nascita di Cristo, anche se questa teoria non è confermata), l’autore avverte il piccolo in arrivo che quando potrà conoscere le imprese dei grandi e il valore, la campagna sarà già pronta a dare i suoi frutti. Virgilio qui non indica queste imprese come Mos Maiorum ma sono espressioni similmente legate all’Eneide, dove il massimo livello di studio, per un fanciullo è conoscere il passato per essere impeccabile nel presente.

“Ma quando saprai leggere le imprese degli eroi 

e le gesta del padre e conoscere cos’è il valore, [qui indicato in latino con la parola Virtus]

imbiondirà a poco a poco di biondeggianti spighe (la campagna)

e dal rovo selvatico penderanno grappoli d’uva (rosseggiante,)

e le dure querce suderanno miele rugiadoso.”

Tiberio

Tiberio

Svetonio, Le vite dei cesari, Tiberio e Caligola, XI
In questo brano Svetonio parla della semplicità di Tiberio, facendo notare che, per quanti onori e poteri avesse ricevuto, non ne abusò mai e che, invece, la sua seconda moglie Giulia, venne condannata e ripudiata da alcuni amici di lui e a suo nome, appunto per non aver rispettato la morale e l’etica che si addiceva ad una donna romana.

“(Tiberio) Venne a sapere, in seguito, che sua moglie Giulia era stata condannata per le sue sregolatezze e per i suoi adulteri, e che, per ordine di Augusto, le avevano significato, a suo nome, il ripudio. Per quanto contento di quella notizia, stimò suo dovere, fare il possibile, pregando con frequenti lettere il padre in favore della figlia, e lasciandole, anche se indegna, tutti i regali che le aveva fatto.”

Come si può vedere da questi brevi estratti, il Mos Maiorum non era un insieme di regole prettamente legali o civili, perché più legati all’etica, alla moralità che l’individuo doveva dimostrare di fronte al resto della comunità. Prima di tutti erano le personalità importanti a dimostrare la propria moralità, per essere da esempio per i cittadini e per i plebei; in più anche le donne non erano esenti dall’attenersi ad un atteggiamento chiaro e incorruttibile. Accanto a ciò l’esempio portato dagli adulti era motivo di studio e di impegno da parte dei giovani, che dovevano apprendere per poter diventare cittadini esemplari e soldati valorosi, degni di difendere la Patria.

Come si diceva in precedenza tutto ciò che riguarda i mores deve necessariamente essere a favore dello Stato e della Patria, perché i romani appartenevano ad un popolo eletto; di conseguenza anche la letteratura e gli svaghi, dovevano essere leggeri ma non d’intralcio alla gloria dei Romani.

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. antonio giuliani

    estremamente chiaro ed esauriente la tua spiegazione di mos maiorum! grazie

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