Abbiamo il PIL sullo stomaco

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Diciamolo subito, a scanso di equivoci, questo articolo è un sequel. Tra l’altro, di un articolo che profetizzava la progressiva marginalizzazione di questo celebre “aggregato di contabilità nazionale”, destinato a finire in soffitta per lasciare spazio a misure di più larghe vedute per quantificare felicità, benessere, soddisfazione, integrazione sociale… dato che i soldi non sono tutto.

Chi volesse scoprire o riscoprire il significato di PIL, può andare a scartabellare tra le pagine (web) ingiallite dell’Undici di febbraio 2010. Ai tempi ci si illudeva che la lunga crisi fosse al capolinea, ma il caro Prodotto Interno Lordo, forse offeso o demoralizzato da tanto disprezzo dopo oltre un secolo di onorata carriera, ha continuato imperterrito a scendere, almeno nel cosiddetto Belpaese.

Guardate il grafico qua sotto. Viene da Google Trends e ci racconta l’inesorabile declino, dal 2005 ad oggi, del motore dell’economia nel motore di ricerca. Il termine “Prodotto Interno Lordo” non è decisamente più di moda, tra il giugno 2005 e il dicembre 2013 è crollato dell’85%, peggio della Borsa di Milano. Tempi duri per il PIL, e non solo in Italia. La popolarità del cugino anglosassone, “Gross Domestic Product”, è calata con la stessa rapidità e regolarità.

Google trends, cala la popolarità del PIL

Google trends, in calo la popolarità del PIL

Senza PIL sulla lingua. Eh, già. Per i politici il termine PIL è diventato un tabù, un nemico dello share televisivo. E pensare che il caro vecchio Robert Kennedy, nel suo tour elettorale delle Presidenziali 1968, già intravedeva la fine del PIL. Il 18 marzo, in un celebre discorso all’Università del Kansas non gliela manda a dire, pur riferendosi al fratello Prodotto Nazionale Lordo. Il PNL, rispetto al primogenito, non considera la ricchezza prodotta sul suolo degli States ma guadagnata da cittadini non statunitensi, mentre considera quella ricchezza che gli statunitensi producono all’estero e portano a casa.

Bob Kennedy, Università del Kansas, 18-3-1968: "Il PNL misura tutto, tranne quello per cui vale la pena vivere"

Bob Kennedy, Università del Kansas, 18-3-1968: “Il PNL misura tutto, tranne quello per cui vale la pena vivere”

Bobby vuole eradicare la povertà negli Stati Uniti, osserva che il PNL ha raggiunto la cifra ragguardevole di 800 miliardi di dollari, ma… “quel Prodotto Nazionale Lordo, se vogliamo giudicare gli Stati Uniti d’America con quello – quel Prodotto Nazionale Lordo conta l’inquinamento atmosferico e la pubblicità per le sigarette, e le ambulanze che ripuliscono la carneficina sulle nostre strade. Conta le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per quelli che le forzano. Conta la distruzione delle sequoie e la perdita delle nostre meraviglie naturali a spese di un’espansione caotica. Conta il napalm e conta le testate nucleari e i blindati della polizia per combattere le rivolte nelle nostre città. Conta il fucile di Whitman e il coltello di Speck, e i programmi televisivi che glorificano la violenza per vendere giocattoli ai nostri bambini. Eppure il prodotto nazionale lordo non comprende la salute dei nostri bambini, la qualità della loro educazione, o la gioia del loro gioco. Non include la bellezza della nostra poesia o la forza dei nostri matrimoni, l’intelligenza del nostro dibattito pubblico, o l’integrità dei nostri funzionari pubblici. Non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, non la nostra saggezza, il nostro apprendimento, nemmeno la nostra compassione né tantomeno la nostra devozione per il paese. In pratica misura tutto, eccetto quello per cui vale la pena di vivere“.

Tre mesi dopo Robert Kennedy era morto, sia la pistola che lo uccise che i suoi funerali hanno certamente contribuito ad aumentare il Prodotto Nazionale Lordo, che continuò a crescere, a crescere, a crescere… E anche dopo l’inciampo della crisi petrolifera di metà anni settanta, ricominciò a correre, alla faccia di Bobby, sulle ali degli yuppies degli anni ottanta, decollando con la New Economy, sopravvivendo al Millenium Bug… Per poi scoprirsi improvvisamente vecchio, superato, quarant’anni dopo il discorso di Kansas City.

Ci ha lasciato il PIL. Non è stato lo spread a prendere il posto del PIL nelle ricerche web, “spread” ha dominato nel novembre 2011, all’epoca del passaggio del testimone da Berlusconi a Monti, quando raggiunse il suo apice, sia nei mercati finanziari che nelle ricerche di Google.

Fior di cervelli si sono dedicati alla ricerca dell’erede, qualche giovane indicatore di belle speranze è venuto fuori, ma la caccia è ancora aperta. Due premi Nobel (Stiglitz & Sen) e un noto economista francese (Fitoussi) hanno spremuto i loro cervelli per cercare di capire cosa misurare, per spiegare il motivo “per cui vale la pena vivere”, e anche questa è una storia già raccontata ai tempi dell’indimenticato feliciometro dell’Undici.

Perdere il PIL, ma non il vizio. Ma allora, a chi spetta l’eredità? Se il PIL non compare più nelle esternazioni dei politici, quale acronimo prenderà il suo posto? Non ci sottraiamo ai pronostici. Vorremmo fosse il caro vecchio feliciometro, ma in attesa della sua resurrezione informatica ci accontenteremo di una new entry di grande potenziale. E’ il Better Life Index creato dall’OCSE, l’Organizzazione internazionale per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, quella che regolarmente ci aggiorna su stime e proiezioni del PIL. Tra la sua introduzione e la fine del 2013, tralasciando i picchi legati alla pubblicazione dei nuovi dati, il (Google) trend è stato sempre crescente, praticamente un raddoppio nel giro di due anni. Non guasta ricordare che ai tempi della commissione Fitoussi-Sen-Stiglitz, un fautore del superamento del PIL e della misurazione della felicità era tal Enrico Giovannini, il capo della divisione statistica dell’OCSE, poi presidente dell’ISTAT, componente della commissione di saggi voluta da Napolitano e ora ministro del lavoro del governo Letta.

Il Better Life Index (BLI) è stato lanciato dall’OCSE nel Maggio 2011, cinque mesi dopo il Feliciometro dell’Undici. Cosa c’entra, direte voi. C’entra, c’entra. Andate sull’apposita pagina

Il Better Life Index dell'OECD, un fiore a undici petali

Il Better Life Index dell’OECD, un fiore a undici petali

dell’OCSE  e troverete un feliciometro più serioso, con meno sesso e meno satira, ma tutto sommato un feliciometro. Per di più, il “fiore” del BLI è composto esattamente da undici petali, uno per ogni dimensione della vita secondo l’OCSE. Più lungo è il petalo, più è alta la soddisfazione per quel particolare aspetto. I petali sono (in ordine sparso): la casa, il reddito, il lavoro, la comunità, l’educazione, l’ambiente, l’impegno civile, la salute, la soddisfazione nella vita, la sicurezza, il bilanciamento tra lavoro e vita personale.

Come si misurano i petali? Certi petali, ad esempio la soddisfazione per la propria vita, sono misurati da un singolo indicatore, sulla base di una domanda posta ad un campione rappresentativo di cittadini. Altri petali sono misurati su più indicatori. Ad esempio la salute ha due indicatori, auto-valutazione del proprio stato di salute (sempre su un campione rappresentativo nazionale) e attesa di vita media nel paese. Nel caso un petalo si riferisca a due o più indicatori, si fa la media semplice.

E la grandezza del fiore? La salute è la cosa più importante. Il denaro non fa la felicità, ma aiuta. E’ l’educazione che dà la dignità all’uomo. Ci fosse ancora Robert Kennedy, potremmo chiedere a lui i pesi relativi da assegnare a ciascun petalo per ottenere una misura aggregata. All’OCSE hanno preferito non sbilanciarsi, la classifica floreale dei 34 paesi considerati (tutti a reddito medio-alto) è basata anche quella su una media semplice dei petali. Non siete d’accordo? Beh, usate il mouse e cambiate i pesi e cambiate la classifica, potete anche vedere dove vi collocate voi, con il vostro bagaglio di vita.

Per un PIL. Qual è il paese più felice tra i 34 censiti? Assumendo lo stesso peso per tutti i petali, la medaglia d’oro va all’Australia, l’argento alla Svezia e sul gradino più basso del podio c’è il Canada. L’Italia non riesce a entrare nei primi venti, ma per un pelo (è ventunesima). E pensare che per reddito saremmo dodicesimi. Ci fregano l’educazione (ventisettesimi), l’inquinamento ambientale (ventiseiesimi), ma soprattutto il fatto di essere degli inguaribili insoddisfatti (siamo ventottesimi per soddisfazione dichiarata), mentre i più soddisfatti sono gli svizzeri. Chissà se Bobby sarebbe contento, i suoi USA occupano un dignitoso sesto posto, ma i fucili si vendono ancora, e anche gli F35.

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