Terra dei fuochi. Regolarizzazione dei termini civili

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 Al fine di addivenire al corretto uso della cosa pubblica – spazi materiali in primis – tale da consentire ad ogni cittadino (qualunque sia la sua condizione fisica) libertà di movimento, la quale si tradurrà in una graduale compensazione del detrimento finora subito, fino a riportare l’intero comune al suo ruolo primigenio, vale a dire il luogo in cui gli abitanti di una città possono agevolmente percorrere gli spazi comuni – della collettività – e in tal modo partecipare alla vita sociale,
si avanza una serie di richieste, argomentate in questa lettera, parte integrante di un fascicolo.

Acropoli[1]L’urgente e cogente ripristino dei termini civili, presupposto imprescindibile per quelli sociali, fa sentire la valenza di questi concetti soprattutto in questo momento storico in cui ogni comune e la sua gente sono chiamati a dare un molteplice contributo alla rinascita di una terra martoriata, i cui confini geografici sono stati tracciati da mani criminali o pseudo-munifiche conurbando ampie zone delle province di Napoli e Caserta, oggi note con i nomi di “Terra dei fuochi” e “Triangolo della morte”.
Il disastro innaturale che minaccia una popolazione di circa cinque milioni di abitanti, oltre a portare la morte in moltissime famiglie, ha radicato, con la complicità di camorristi, industriali e politici corrotti, un sistema di degrado ambientale ma soprattutto culturale che, elettivamente, in ogni comune veniva rappresentato dall’abbandono dei principi di civiltà, prodromo della manifesta negazione di ogni regola etica e legale. Uno stato di cose voluto dai responsabili sia nazionali che locali (come emerge da inchieste, deposizioni e desecretazioni di atti) i quali, per via del loro consenso manifesto o quanto meno tacito hanno permesso che diventasse “normale” il dilagante sistema di illegalità improntato all’arricchimento di pochi e all’impoverimento di molti. Tra questi ultimi ci sono le persone che non si sono rassegnate, che negli anni hanno denunciato, raccontato, marciato; negli ultimi mesi la forza di reagire è confluita in numerose marce per la vita, nei numerosi appelli – gridi di dolore – che hanno avuto un’eco internazionale, fino a permettere (grazie anche all’aiuto di politici onesti, come raccontato in vari scritti, tra cui “Stop biocidio in Campania. Cresce la protesta”, “Acerra, fiaccolata per la vita”, “Cicciano, un paese nel mondo”…) di disvelare nuove verità, di pretendere una soluzione per la nostra terra e di ottenere un decreto dal governo (D.L. 10 dicembre 2013, n. 136) che, in ogni caso, può essere considerato un primo passo verso la bellezza e contro quel sistema intriso di brutture.
Ma affinché quelle decisioni non vengano scarnificate nella sostanza, è necessario l’impegno di tutti, a partire dalla concreta volontà delle istituzioni, sia nazionali che locali. È per questo motivo, in cui sono racchiusi tutti i presupposti di una rinascita collettiva (che dalla Campania dovrà ineluttabilmente prendere le mosse) che ogni singola amministrazione locale ha il dovere, in ossequio a norme vigenti e a nuovi dettami, e per quanto sia in suo potere, di eliminare ogni sorta di minaccia od ostacolo che non permetta ai cittadini di muoversi liberamente e di partecipare alla vita sociale.
Attraverso tale contributo si potrà sorreggere il sogno nel quale hanno creduto “le persone più belle d’Italia”. È scolpita nel mio animo la voce di colui che, il 16 novembre scorso in piazza del Plebiscito a Napoli, espresse queste parole. Don Maurizio Patriciello rivolse i suoi pensieri, che divennero di tutti, agli oltre centomila cittadini accorsi per la marcia che più di tutte ha rimarcato la lotta di un popolo che, in quel pomeriggio di pioggia, continuò il suo cammino.
La “carta” (ancorché da integrare) appena varata dal governo Letta, e propugnata con impeto, di certo non riduce le colpe di figure istituzionali già precedentemente tenute a creare i presupposti di una vita degna, così come descritto nella “carta” più importante di tutte, la Costituzione italiana, ma indubbiamente costituisce un atto che noi tutti, soprattutto noi campani, siamo tenuti ad osservare, ad alimentare, a mantenere vivo.imagesAW61WR7S
È il tempo, oggi, di riappropriarci della vita di cui siamo stati deprivati con ferocia inaudita.
Mantenere vive quelle carte, seppur diverse nella portata, nell’origine e nei propositi, significherà dare una possibilità di vita alle generazioni a venire e impegnarsi affinché il disastro innaturale venga cancellato e mai più ad alcun uomo venga permesso di commettere tali reati.

In nome, quindi, di una coesione sociale non voluta, finora, dalle stanze alte e impedita – attraverso la logica del consensus (scambio voti-favori tra politici corrotti e cittadini disonesti) – anche materialmente,
chiedo
che ogni comune adotti tutte le misure atte a corredare i servizi primari di un cittadino, ripristinando la funzionalità collettiva delle infrastrutture esistenti e adoprandosi per la creazione ad arte di altre che consentano ad ogni persona che intenda spostarsi a piedi, a bordo di veicoli o di sedie a rotelle… di usufruire degli spazi pubblici nella massima libertà e serenità.

Nella fattispecie,
si chiede:

- di “rimuovere” i veicoli a motore permanentemente parcheggiati su aree pubbliche (marciapiedi, punti stradali contrassegnati da “divieti di sosta” – incroci, strettoie, curve…);
- di rimuovere i rifiuti (in parte bruciati e sistematicamente rinfoltiti, anche con elettrodomestici dismessi) presenti da anni in discariche abusive site a ridosso di campi, fiumi, mari, case…;
- di predisporre il regolare alloggio per vasi, piante ornamentali e alberi di medio-alto fusto presenti sul suolo pubblico (qualora non vadano rimossi);
- di rimuovere oggetti di arredo interno (mobili ed elettrodomestici) che fanno “bella” mostra di sé, da anni o da giorni, in alcune strade cittadine;
- di installare, a regolamentare distanza dal ciglio stradale, paletti protettivi laddove i marciapiedi siano inesistenti o insufficienti;
- di realizzare percorsi tattili – loges – per i disabili visivi;
- di delimitare le corsie e i cigli delle strade “dimenticate”, nonché gli stalli per i parcheggi (gratis e/o a pagamento);
- di apporre l’idonea segnaletica sui pali (innanzitutto elettrici) posizionati sul manto stradale;
- di estrarre i chiodi conficcati nei tronchi di alcuni alberi – usati come appendi immondizia – e curarne le ferite… ve ne saranno grati;
- di implementare il controllo del decoro urbano – E-government – nell’ambito delle iniziative “Smart city e cittadinanza attiva”. Il servizio – disponibile presso l’url http://www.decorourbano.org –, completamente gratuito sia per il cittadino che per l’amministrazione pubblica, si estrinseca in questo modo: il cittadino vede qualcosa che non va, lo fotografa e lo invia al suo comune mediante un sistema automatico basato sulla rete. Il comune, che lo riceve, assegna la priorità alla segnalazione e risolve il problema, creando un circolo virtuoso di approvazione condivisibile in rete.

Nell’auspicio che tale lettera non debba avere un seguito, eventualmente arricchita di un ulteriore novero, ma, piuttosto, sia attesa in ogni suo punto tale da soddisfare la legittima formula “do ut des” velata nel titolo e, al contempo, sia di sprone a porre il cittadino al centro di ogni impegno istituzionale, civile e sociale, lascio i miei ringraziamenti per l’attenzione.

 

 

 

 

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