Musica proibita… l’ebbrezza dell’amor (parte seconda)

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voci18[1] Gli artisti, nel tempo e ognuno attingendo alle espressioni dell’anima – parola, nota, tratto, tocco – hanno creato opere eterne, alcune delle quali hanno sempre esercitato su di me un fascino particolare, per via di un legame innato, e perciò ineluttabile dall’anima la quale, tuttavia, da qualche anno sembra dare ascolto soltanto ad un’altra espressione di sé. Pur essendomi entrambe care, non posso non avvertire i palpiti della prima, che mi giungono in guisa di lamenti dal momento in cui l’ho abbandonata, tradita, relegata in un canto. Quest’ultima parola sembra suonare come uno sberleffo – il canto rinchiuso in un canto – ma al contempo come un gesto affettuoso che la seconda espressione (la scrittura) rivolge alla prima, nella trasposizione di ciò che ha visto, cioè due elementi – contenuto e contenitore – diventare un tutt’uno. Una fusione che non avrebbe esposto in egual guisa se, attingendo al suo glossario, avesse trovato un sinonimo più adatto.
Parola e suono, scrittura e canto, che nel mio caso assume nomi come romanze, canzoni, arie e canti sacri eseguiti innumerevoli volte, nel registro di tenore, sul proscenio di un palco o sull’altare.
“Perché ho soffocato la voce?” è una domanda alla quale in questi anni non ho saputo dare una risposta, neanche quando la musica mi aveva ritrovato, portandomi in dono il privilegio di sentire l’ebbrezza dell’amor.52558_napoli_uno_scorcio_di_via_toledo_via_roma[1]

Accadde circa quattro anni fa a Napoli, in via Toledo. Mi trovavo in compagnia di mia moglie, allora fidanzata, in una nota osteria-pizzeria del luogo, in attesa di una “margherita”, quando entrò un atipico “posteggiatore” il quale, dopo qualche istante, diede inizio alla sua esibizione. Pur volendo sorvolare sulla atipicità più eclatante – l’estemporaneo intrattenitore cantava a cappella, quindi senza il previsto accompagnamento musicale – non potemmo non notare quella che ci andava confermando ad ogni canzone, di cui appunto eseguiva solo mezza strofa o mezzo ritornello. È vero che in poco più di tre minuti riuscì a “cantare” sette canzoni, ma gli avventori del locale, pur donandogli qualche moneta al suo passaggio fra i tavoli, non rimasero tanto strabiliati dalla fugacissima “posteggia”.
Quando si avvicinò al nostro tavolo, gli manifestai che avrei preferito contraccambiare. La mia voce non si contenne e di lì a poco intonai quella che secondo me è la più bella tra le canzoni classiche napoletane, la celeberrima “I te vurrìa vasà”. Pochi istanti dopo l’acuto finale, eseguito come al solito ad occhi chiusi, trovai al mio cospetto un altro signore (il “posteggiatore”, intanto, era andato via) che si presentò e mi rivolse una domanda:
«Ma lei canta?»
«Cantavo» risposi bruscamente, nella speranza di interrompere la conversazione, ma il signore non rimase soddisfatto, e proseguì:
«Da quanto tempo non canta più?»
«Da circa sette anni. L’ultima volta mi esibii proprio a pochi passi da qui, nel cortile d’Onore del Palazzo reale. All’epoca ero tenore solista di un coro polifonico di Napoli.»
«Mi scusi se le sembro importuno, ma come mai ha smesso?»
«Vorrei soddisfare la sua curiosità, ma quella scelta fu dettata da motivi che ancora adesso mi sono ignoti.»
«In ogni caso, le volevo parlare proprio di un coro polifonico, del quale anch’io faccio parte. Ho ascoltato le sue parole ma, qualora dovesse cambiare idea, mi farebbe molto piacere, anzi le lascio il recapito del direttore per un’eventuale audizione.»

voci19[1]Durante i sette anni precedenti, benché la passione non mi avesse mai abbandonato, non avevo più pensato di tornare a cantare, ma quell’incontro aveva destato una parte della mia anima alla quale sentivo di dover ridonare libertà.
Dopo pochi giorni mi misi in contatto col maestro e mi presentai per l’audizione. Era la sera del martedì successivo ed il coro stava facendo le prove in un salone di un palazzo storico sito in via Chiatamone. Varcai l’uscio del portone e m’incamminai verso la sorgente delle voci il cui suono suadente e dai registri familiari evocava immagini a me tanto care che di lì a poco si unirono alle note di “Tu ca nun chiagne”, l’interpretazione della quale fu molto apprezzata dal maestro il cui primo gesto fu di invitarmi, con estremo entusiasmo, alle prove in vista del prossimo concerto in programma.

Purtroppo non mi presentai a quelle prove, né alle successive, ma al contempo mi avvicinai alla ragione di quel rinnovato ritiro, radicato in una scelta nient’affatto avventata, seppur sofferta. Quell’incontro, dalla pizzeria al palazzo antico, era avvenuto non tanto per ricondurmi alla mia adorata musica, quanto per offrirmi la possibilità di decifrare il mio ruolo e, di riflesso, la realtà circostante, responsabile in grossa parte di aver fagocitato tante belle cose umane, compresa quella mia passione così viscerale. E forse la spiegazione risiedeva in un punto delle viscere ancora più profondo, in cui si radicava la passione affiorata sì di recente, ma i cui sedimenti erano molto antichi, come i gradini di una scala costruita con perseveranza, percorrendo la quale ci si può imbattere in regioni della Terra non tracciate sulle carte geografiche, a volte a mezz’aria.800px-Piazza_del_Plebiscito_monument_to_Charles_III._Napoli,_Campania,_Italy,_South_Europe[1]
… e tra la Terra e il cielo si era formata una plaga real-immaginaria, in cui può capitare di incontrare tante persone in bilico, molte delle quali mentre compiono un atto insolito e, di primo acchito, inquietante: scavare nella terra. Ma se l’occhio non segue il passo frettoloso, si può comprendere di più, persino il motivo di una scelta come la mia.

Con queste parole Marcello concluse il racconto di quel tempo… A scavare, nella sua terra – la Campania – c’erano oltre cinque milioni di persone. Di esse non sapeva molto, ma era al corrente che ognuna, come lui, era stata costretta a mettere da parte un’attività naturale, o un sogno, per opporsi a un disastro innaturale. Una lotta per ristabilire la normalità, per riconquistare la vita, sottrattagli da diabolici figuri. Questa triste storia, come tutte le storie, si scriverà dopo, ma per ora basti sapere che tanti si stanno battendo affinché le generazioni a venire possano avere un futuro, una vita normale, nell’auspicio che un giorno si possa dir loro: «Oggi potete cantare, magari sulle note di quella che un tempo fu… musica proibita».

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