Le squadre che hanno fatto i mondiali. 1974 Olanda: la grande illusione

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1974-West-GermanyQuel grande tattico da bar di Anselmo rivisita per L’Undici le ultime 11 edizioni e le 11 squadre che hanno caratterizzato il mondiale. Non necessariamente la squadra campione (anzi, proprio mai). Inizia da 11 edizioni fa: Germania Ovest, 1974

“È qui che sbaglia, capo. Io l’ho visto un altro mondo.
La sottile Linea Rossa, Terrence Malick

Le premesse
Zoff_Newsweek

Il mitico Dino Zoff è stato il primo sportivo a meritarsi la copertina del Newsweek

Germania ’74. Il mondo conosce la prima timida recessione post-boom, la prima della lunga serie dovuta alla crisi petrolifera. La contestazione iniziata nelle aule scolastiche si è spostata ormai nelle fabbriche e se ne iniziano a intravedere gli sviluppi nella lotta armata, soprattutto in Italia e in Germania. Proprio in una Germania ancora scossa dai fatti dell’Olimpiade di Monaco di due anni prima e dove la sigla RAF non richiama più la seconda guerra mondiale, ma in un clima tutto sommato ancora amabile, si va a giocare il mondiale in Germania.

È un mondiale a 16 squadre, il cui tema dominante è se i padroni di casa e il suo paladino, quel Franz Beckenbauer fresco vincitore della Coppa Campioni con il Bayern, spostato dalla mediana di 4 anni prima in posizione di libero ad illuminare con i suoi lanci, riusciranno a strappare il titolo ai brasiliani, orfani di Pelè. Ma anche quest’anno, così come quattro anni prima, il rischio è di ritrovarsi tra i piedi l’Italia; sì, quelli del 4-3 dell’Azteca hanno compiuto un bel ricambio, si sono qualificati ai mondiali in carrozza e nelle ultime amichevoli hanno fatto imprese come vincere a Wembley (gol di Capello)  e costringere un settimanale leggendario come lo USA Newsweek a dedicare per la prima volta la copertina a uno sportivo (Dino Zoff).

coppa rimet world cup

La coppa Rimet (a destra) è finita in Brasile nel 1970.
Nel 1974 esordisce la FIFA World Cup

Chiude il mazzo delle teste di serie un Uruguay vecchiotto e con poche prospettive, se non quello del passaggio del primo turno. Non si vedono all’orizzonte altri pretendenti, né squadre che possano portare sorprese. Sono alla prima presenza Germania Est, Zaire e Haiti (a tutt’oggi anche l’ultima), e si riaffaccia l’Olanda, che si qualifica per la prima volta ma può vantare due eliminazioni al primo turno nei mondiali di anteguerra.

Curiosità: fa il suo esordio anche la coppa Fifa (quella che sarà immortalata da Guttuso nel famoso francobollo post-mundial ’82), poiché quattro anni prima il Brasile si è aggiudicato per la terza e definitiva volta la Coppa Jules Rimet.

Come va il mondiale

Pronti via e a stupire sono due sconosciute: la Polonia di un mucchio di gente con le basette (tranne uno, Lato di nome e pelato di fatto), che sfoggia un portiere mezzo matto con una fascia in testa; l’altra grande sorpresa è proprio l’Olanda, che all’esordio tratta l’Uruguay come Trinità tratta Wild Cat Henricks.


La fase a gironi dice che il Brasile è la pallida copia dei campioni del ’70 e dopo due partite non ha ancora segnato un gol e si qualificherà solo per differenza reti su una Scozia di sconosciuti gregari del campionato inglese. La Germania Ovest è solida, ma – ennesima sorpresa – si qualifica come seconda, battuta incredibilmente dai fratellini dell’Est (stessa maglia bianca, ma calzoncini blu anziché neri). L’Olanda dopo l’esordio scoppiettante rifiata con la Svezia (seconda nel girone), facendo pensare al classico fuoco di paglia, torna a stupire con un rotondo 4-1 alla Bulgaria.
E l’Italia predestinata, l’Italia più forte di quella arrivata seconda nel ’70, l’Italia imbattuta da due anni? L’Italia tira su a fatica una partita con Haiti quando già si prospettava il fantasma di Pak Doo Ik di otto anni prima, pareggia con l’Argentina e (pare) si adopera per aggiustare un pari all’ultima, contro la Polonia già prima nel girone. Ma Deyna e Lato non sanno come si dica combine in polacco, o semplicemente non è vero che fosse pronto il biscotto. Fatto sta che la Polska vince 2-1 e ci sbatte fuori in favore di un’inguardabile Argentina.
Il secondo turno si gioca in due gironi da quattro, tutte contro tutte, le prime in finale e le seconde a giocarsi il 3°-4° posto e pochi fronzoli, che ai tempi le TV contano ancora come il due di coppe.

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Gloriosi cimeli della world cup 1974

Dal primo turno spuntano un girone con Olanda/Germania Est come prime e Brasile/Argentina come seconde e un altro dove Polonia/Jugoslavia se la vedono con i padroni di casa e la Svezia. Se in questo secondo girone va tutto come pronostico, con la Germania Ovest che impone la legge del padrone di casa e la Polonia che conferma quanto di buono fatto vedere fin lì, il primo sancisce che il mondo conosce una nuova meraviglia: i Tulipani brutalizzano 4-0 l’Argentina (ma non inganni il risultato largo, se ci fosse una giustizia nel calcio sarebbe stato un 8-0) e passano 2-0 sulla ex-rivelazione Germania Est. Il Brasile senza uno straccio di attaccante serio e con un giocatore nel cuore del centrocampo (Paulo Cesar Carpegiani) che, per citare un amico di mio padre di allora, “farebbe fatica a rubare il posto a Landoni nel Ravenna”, riesce in qualche modo a vincere le sue due partite, ma per il gioco della differenza reti (ai tempi la regola dello scontro diretto è ancora là da venire) si presenta all’ultima contro i ragazzi terribili con un solo risultato a disposizione: la vittoria. Dopo un primo tempo di corse e botte, in cui il Brasile asserraglia l’Olanda dentro la propria area (propria del Brasile, I mean), l’Olanda passa e nei primi 20’ del secondo tempo chiude la pratica.
Con l’incoscienza della gioventù, 14 gol fatti ed uno solo subito, ed il mondo intero ammirato (tranne i crucchi) a sostenerla, si appresta a finire l’opera. Ma prima di sederci davanti alla Tv per la gran finale, affrontiamo finalmente il tema per cui siamo arrivati fin qui.

L’utopia olandese
formazione olanda 1974

L’Undici titolare dell’Olanda 1974

Parlare dell’Olanda oggi a chi non la visse allora in diretta, è come tentare di spiegare nel 2013 perché Citizen Kane di Orson Welles è considerato il film più rivoluzionario della storia del cinema. Perché adesso si gioca a zona anche negli amatori, la squadra concentrata in 30 metri è un’ovvietà, gli attaccanti che non pressano e aspettano la palla in area non esistono più, mentre espressioni come “terzini d’attacco” o “sovrapposizioni sulle fasce” sembreranno tautologie a un bambino di una qualsiasi scuola calcio di periferia. Ma tutto ha inizio lì, con la grande Olanda.
Prima il modulo o i giocatori? Iniziamo con il modulo.

Allora si parlò di “gioco totale”. Con canoni odierni potremmo dire che quello dell’Olanda è una sorta di 4-3-3, anche se rispetto ad oggi le linee di reparto (difesa, centrocampo, attacco) erano meno scalate; altra cosa che va rimarcata, per la prima volta si vede una difesa piuttosto allineata, che sale a mettere in fuorigioco gli attaccanti avversari, ma i due “centrali” non sono strettamente intercambiabili: lo stopper (Rijsbergen) è in marcatura sul puntero avversario, il libero (Haan) è un vero regista arretrato, che avvia l’azione (anche se di lancioni a scavalcare il centrocampo non se ne vedono proprio).

Olanda-Argentina 4-0, Cruijff evita Carnevali

Olanda-Argentina 4-0, Cruijff evita Carnevali e deposita in rete

I terzini, Suurbier a destra, Krol a sinistra, sono una novità assoluta; perché anche in passato si era assistito a terzini che si lanciavano all’attacco, ma mai a terzini che accompagnavano l’intera azione di attacco dall’inizio alla fine, sovrapponendosi e scambiandosi con i compagni più avanzati; e per fare questo, oltre ai polmoni devono avere i piedi, tanto da far uscire dalla bocca di un attonito Nando Martellini l’unico commento tecnico corretto della sua intera carriera: “Uno come Krol, in difesa è sprecato”.

La difesa si allinea quando è il momento di mettere in fuorigioco gli attaccanti avversari e, se scappa qualcosa, il portiere Jongbloed (meno scarso di quanto lo si facesse passare allora e dopo di allora, vedi Gialappa’s) agisce da ultimo battitore, non disdegnando uscite con i piedi che scandalizzano gli esteti e scatenano il sarcasmo di molti tradizionalisti.

I tre in mediana sono la democrazia applicata al centrocampo; impossibile dire chi di loro fosse deputato a cantare e chi a portare la croce, chi il polmone e chi il cervello: nella Libera Repubblica di Batavia, chi si ritrova con la palla nei piedi a centrocampo diventa in automatico il regista; chi non l’ha, corre a smarcarsi o a pressare. Poi, è vero che Jansen ha meno piede di Van Hanegem e che Neeskens, il terzo del trio, è il verbo del gioco totale fattosi carne: può giocare (e giocherà) difensore, centrocampista, attaccante, tanto da finire il mondiale come capocannoniere degli arancioni, con 5 reti.

Olanda-Germania Est 2-0, Neeskens apre le marcature

Olanda-Germania Est 2-0, Neeskens apre le marcature

L’attacco, infine, sarebbe il reparto più tradizionale, se non fosse che tra tanti uguali, c’è anche lì uno più uguale degli altri: se le fasce sono affidate a due ali come Rensebrink e Rep, al centro regna sua Maestà Giovannino I d’Olanda, al secolo Johan Cruijff, ma per vedere nel Papero d’oro un centravanti nel senso classico del termine (senso classico pre- e post’74), ci vuole tanta fantasia. Come Neeskens è l’incarnazione del gioco totale, Cruijff lo è del gioco d’attacco in salsa oranje; la sua velocità gli consente di partire da dietro, di svariare sulla fascia, di giocare di infilata tra le linee, mentre la sua tecnica – fino a quel momento mai vista coniugata a una simile velocità e potenza – gli permette di partire in dribbling, controllare in volo, giocare d’acrobazia. Qualcuno anni dopo dirà che Crujiff è il primo “falso nueve” della Storia; di sicuro, in campo genera quel mismatching che solo i grandi pivot tecnici del basket (i Sabonis, i Divac, i Kareem) sanno creare: quando lo marca uno stopper roccioso, il Papero lo straccia con la fantasia, partendo da metà campo e svariando sulle fasce; se gli mettono un brevilineo, si lancia in area come un kamikaze. Per provare a fermarlo, ci vorrebbe un brevilineo roccioso e tignoso che gli si appiccichi alle mutande fregandosene degli altri 21 in campo. Ma nel giugno del 1974, il mondo sembra suo.

Dal punto di vista tattico, l’Olanda introduce nel calcio i concetti di squadra alta, applicazione del fuorigioco come tattica sistematica, pressing a tutto campo (che oggi è acqua fresca, ma ai tempi era roba mai vista), copertura reciproca.

La mancanza di un regista dichiarato fa sì che chiunque abbia la palla cerchi il fraseggio corto e lo scambio di posizione; la palla circola dalle fasce al centro e ritorno fino agli ultimi 20 metri, quando inserimenti ed accelerazioni improvvise mettono l’uomo davanti alla porta. In fase di non possesso, l’aggressività sul portatore di palla e la difesa alta (con il portiere pronto ad uscire con i piedi) neutralizzano ogni tentativo avversario di fare gioco. “Presuntuoso panturbiglione” lo definirà un livoroso Gianni Brera, sempre così sprezzante verso ciò che non riusciva a capire. La verità è che l’Olanda del ’74 è una rivoluzione, in campo e fuori, con le mogli al seguito che condividono la stanza del ritiro con i mariti, come qualsiasi coppia in vacanza (Ah, il Nord-Europa…). Per fermare questa Olanda, ci vuole qualcosa di nuovo. Oppure qualcosa di straordinariamente vecchio.

Come era già, quella storia del brevilineo roccioso incollato al Papero d’Oro?

I sogni finiscono all’alba
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Al primo minuto della finale Johan Neeskens porta in vantaggio l’Olanda, ma il sogno degli Orange finisce qui

La storia ci racconta come finì la corsa. E, pensa la novità, finì contro i panzer tedeschi di Berti Vogst, degli Schwarzembeck e dei Bonhoff, ma anche del calligrafico Beckenbauer e del killer d’area Gerd Müller. Anche loro una squadra moderna e tosta, ma meno fantasiosa.
Vogts è il tignoso da appiccicare in marcatura asfissiante su Crujiff e la scelta sembra rivelarsi un suicidio: al 1’ il Berti teutonico stende il Papero in area, primo rigore della storia di una finale mondiale e 0-1; al 4’ è ammonito per un altro fallaccio, sempre su Giovannino I. Ma la partita di Crujiff e dell’Olanda finisce lì. Prima della fine del primo tempo, la Germania ha già rovesciato il risultato e l’Olanda non troverà più il bandolo.

Kaiser Franz alza la Coppa in casa e l’Olanda non vincerà più un mondiale, pur arrivandoci vicino quattro anni dopo in Argentina e in Sudafrica nel 2010.

Terza è la bellissima Polonia di Lato, Deyna e Tomaszewski che – come i padroni di casa – chiude con 6 vittorie e una sconfitta, mostrando al mondo il declino dei brasileiri. L’Olanda chiuderà con 5 vittorie, 1 pari e 1 sconfitta. Quella decisiva.

Chiosa finale
olanda 1974

l’Undici titolare della mitica Olanda 1974

A proposito: lo stratega del calcio totale è Rinus Michels, vincitore della prima Coppa Campioni con l’Ajax ed emigrato alla fine del mondiale al Barcellona, presto seguito dai suoi due più scintillanti gioielli (Cruijff prima e Neskens l’anno dopo). Michels vivrà una parziale rivincita nel 1988 quando la nazionale olandese vincerà il suo unico titolo (l’Europeo) proprio in Germania.
Ma l’Olanda del ’74 era un’altra cosa. Io, l’ho visto un altro mondo. Anche se – a volte – penso solo di averlo immaginato.

Il gol del mondiale

Il gol che meglio rappresenta il mondiale del 1974 ed il Panturbiglione olandese è forse il secondo degli Oranje contro l’Uruguay, partita giocata a inizio torneo (15 giugno): Neskeens sul, cerchio di centrocampo mette in moto Suurbier a destra a 30 metri dalla porta avversaria; cambio di gioco a sinistra dove Van Hanegem stoppa il pallone, vede la sovrapposizione a scheggia di Rensenbrink e gli serve palla in profondità in area con il contagiri; Rensenbrink la mette in mezzo dove arriva Rep che in stile nemmeno bellissimo batte a rete, quasi a porta vuota. Quattro passaggi, 50 metri di campo, 12 secondi. E buonanotte!

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6 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Al

    Ero un ragazzino, ma ricordo benissimo quel mondiale, il primo che vidi in assoluto. E in particolare ricordo benissimo l’esordio degli outsider olandesi, come li definì Pizzul nella sua telecronaca, contro l’Uruguay. Di Brera meglio tacere, di calcio non aveva mai capito nulla era solo un cronista per quanto valente. E nemmeno di estetica, perché con l’Olanda del ’74 parliamo anche di arte applicata allo sport.
    Ricordo benissimo lo sgomento dei poveri calciatori uruguagi che non ci capirono letteralmente una mazza di quello che gli stava succedendo e che stava accadendo in campo. Al confronto della squadra in maglia arancione, sembravano dinosauri usciti da un film della serie Jurassik Park. E gli olandesi sembravano usciti dal futuro, mentre volavano sul campo disegnando geometrie armoniose e sublimi come il loro genio Johan Cruijff. Ma la loro forza non era solo nel gioco corale con la palla, ma anche quando la palla ce l’avevano gli avversari, anche se per poco…
    Indimenticabili i momenti di pressing totale, dove 5 o 6 maglie arancioni si catapultavano all’unisono sul povero uruguagio di turno, che circondato ed attaccato in simil modo, rassegnato lasciava sconfitto il pallone agli avversari. Che spettacolo indimenticabile e soprattutto irripetibile!

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  2. anselmo

    Dopo anni in cui ero convinto che valesse la regola, mi pare di avere scoperto qualche mondiale fa (forse Nippone-Korea) che no, la weorld cup è imperitura e non morirà mai (come Silvio)

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  3. Anna

    Non sapevo della coppa Rimet. Anche per la coppa FIFA vige la stessa regola, cioè che al terzo Mondiale vinto, rimane dov’è?

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    • Paolo Flamigni (Gigi)

      L’attuale Fifa world cup disegnata dall’italiano Silvio Gazzaniga non verrà data a titolo definitivo a nessuno, ma verrà sostituita quando non ci sarà più spazio per scrivere il nome del vincitore, probabilmente dopo il 2038. Però se vincerà sempre Cile, Cina o Perù si potrà andare più avanti

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  4. kiki

    Ah, l’Arancia meccanica.
    Io citai tutta la formazione nella mia tesi di laurea in economia. E il prof. mi confesso che solo arrivando a Crujiff capì di cosa si trattasse, che fino a lì pensava: “ma guarda un po’, tutti ‘sti economisti olandesi e non ne conosco uno”.
    A tutt’oggi resta l’unica cosa buona che abbia fatto in tutta la mia carriera universitaria.
    God bless ya, Anselmo

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