Accordo sì, scontro meglio di no

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Immaginiamo che, nel condominio in cui viviamo, arrivi un nuovo condomine, il sig. Neri, che, un bel giorno, si appropri del piccolo cortile condominiale per svolgerci affari illeciti, ad esempio, conservare e vendere droga. Gli altri condomini ovviamente si accorgono della cosa e il sig. Rossi va a parlare con Neri. Per tutta risposta egli gli dice che quel cortile gli serve, non arrecherà altro disturbo e consiglia a tutti di farsi gli affari propri.

Rossi non è per niente convinto e informa Neri che avvertirà l’amministratore e la polizia. Il giorno dopo Rossi si ritrova la porta dell’appartamento sfregiata ed il campanello bruciato. Si convoca allora un’assemblea condominiale per decidere sul da farsi. Nel frattempo, il sig. Neri ha contattato vari condomini spiegando loro che, se non si metteranno contro di lui in assemblea, saprà ripagarli in qualche modo. In fondo sono tempi di crisi e il cortile condominiale non si utilizzava mai…quindi in fondo, perché mettersi contro di lui? Chi glielo fa fare? Perché crearsi problemi, quando invece se ne può trarre un piccolo vantaggio? Alcuni accettano la proposta di Neri, altri preferiscono non impicciarsi in alcun modo e fanno finta di nulla.

All’assemblea, Rossi si ritrova isolato: in tanti sono neutrali e indifferenti, hanno altro a cui pensare e, in fondo, possono sopravvivere anche senza cortile, mentre altri, per paura o convenienza, sostengono che è meglio non mettersi contro il sig. Neri. L’assemblea si conclude con un nulla di fatto e tutto rimane come prima.

Rossi decide allora di passare all’azione, minacciando di sporgere denuncia, ma diversi condomini provano a dissuaderlo: i bambini possono andare a giocare nel parco di fronte, il sig. Neri in fondo tiene pulito il cortile e, da quando c’è lui, non si sono neanche più verificati furti di biciclette. Ma per Rossi è una questione di principio e di rispetto delle regole. Un bel giorno, però, trova le gomme dell’automobile bucate.

Gli altri condomini gli esprimono la loro solidarietà, ma solo a parole e un po’ di nascosto. Quando Rossi li invita a firmare per convocare una nuova assemblea e cacciare Neri, tutti scompaiono o minimizzano. Quando si piazza nel cortile per impedire a Neri di fare i suoi comodi, si ritrova qualche proiettile nella buchetta delle lettere. Quando appende nella bacheca condominiale una lettera aperta ai condomini, si ritrova la macchina bruciata e i figli minacciati da strane persone al ritorno da scuola. E allora decide di cambiare casa.

pghjroLa storiella appena raccontata dipinge in maniera semplificata, ma efficace, una tipica situazione in cui un soggetto mafioso, ossia che fa uso di violenza e prevaricazione e che non intende rispettare le regole della comunità “propone” alla comunità stessa un accordo: voi non mi mettete i bastoni fra le ruote, mi lasciate fare i miei affari anche se sono contro le regole e io, in cambio, non uso violenza contro di voi.

Si tratta di uno scenario purtroppo assai comune nella società italiana che ci rende evidenti due cose. La prima: certi meccanismi, che accadono “in alto” e crediamo lontanissimi da noi, in realtà hanno spesso forti analogie con quanto accade a noi nelle nostre “piccole vite”, seppure su altra scala. Confrontarsi con la “mafia” non significa solo avere a che fare con Cosa Nostra, ma con chiunque metta in atto atteggiamenti mafiosi, dal collega di lavoro ai tifosi violenti negli stadi. E quindi – seconda cosa – certi costumi e difetti dei quali accusiamo, giustamente, i politici, le istituzioni, ecc. in realtà ci sono vicinissimi e ciò significa che anche noi, seppure in piccola parte con i nostri piccoli comportamenti, possiamo e dobbiamo determinare come la comunità a cui apparteniamo reagisce a queste situazioni.

E allora, come reagiamo? E come reagisce la nostra società?

Storicizzando e generalizzando, in Italia la tendenza è comportarsi come il sig. Bianchi (senza considerare ovviamente i sig. Neri), ossia accettare la trattativa e raggiungere un accordo con il soggetto violento e prevaricatore. L’alternativa è, in nome del rispetto delle regole che regolano la convivenza civile e non violenta nella comunità, andare allo scontro, denunciare il prepotente e perseguirlo con ogni mezzo.

Ovviamente, se denunci un delinquente e ti adoperi seriamente per impedirgli di infrangere la legge, magari mettendolo in galera, è ovvio che lui s’incazzerà e magari metterà in atto minacce, ritorsioni, rappresaglie. E a nessuno piace essere oggetto di minacce, ritorsioni o rappresaglie, a nessuno piace che ci esplodano bombe davanti a casa o sull’autostrada o anche “solo” che ci buchino le ruote dell’automobile. Ed è per questo che si preferisce la trattativa: per il quieto vivere, per non dover arrivare al “dunque”, per quella tendenza un po’ meschina che ci spinge a pensare che “è stato sempre così” e le cose in qualche modo si risolveranno da sole.

Il punto è che lo scontro con chi infrange le regole è necessario, per evitare che quel modus operandi diventi prassi accettata e legittimata e anche per costruire e rafforzare quella famosa “cultura del rispetto delle regole” che tanto invochiamo e invidiamo ai “paesi normali” e che non nasce dal nulla o dall’oggi al domani, bensì è figlia anche di una condotta inflessibile in questo tipo di situazioni. Ovviamente poi accompagnata da altre azioni e politiche, più costruttive e non solo poliziesche.

30 aprile 1982: dopo l'assassinio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo, Ninni Cassarà, Giovanni Falcone e Rocco Chinnici arrivano sul luogo del delitto. Finiranno tutti ammazzati.

30 aprile 1982: dopo l’assassinio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo, Ninni Cassarà, Giovanni Falcone e Rocco Chinnici arrivano sul luogo del delitto. Finiranno tutti ammazzati.

Accordi con soggetti come quelli descritti sopra, inoltre, vanno chiamati con il loro nome: si tratta di ricatti. Perché mettono sul tavolo della trattativa l’elemento della violenza. Quando, perciò, i mafiosi minacciano di uccidere qualche sig. Rossi che fa il suo dovere, se non otterranno dallo Stato campo libero in alcuni settori/territori o gli ultras “avvertono” le società e le istituzioni calcistiche, promettendo disordini pesanti dentro e fuori dagli stadi se non avranno impunità e un qualche potere addirittura sulla decisione di disputare o meno una partita, trattare con questi soggetti significa cedere ad un ricatto. E quando si cede ad un ricatto una volta, diventa poi molto difficile sottrarsi ad esso, anche perché ci si converte in qualche modo in complici o conniventi.

Naturalmente, se si cede ai ricatti dei prevaricatori a livello istituzionale, la cosa è grave perché è soprattutto dall’alto che arrivano gli esempi e le linee politiche. E quindi ciò che accade è che chi si nega a trattare, a qualsiasi livello, finisce isolato ed è costretto a comportarsi da eroe, pagandone le conseguenze a livello personale. Con l’emarginazione, le gomme dell’automobile tagliate o…saltando in aria su qualche chilo di tritolo.

I gesti valgono più di mille parole: Genny 'a carogna, una mano verso gli ultras, l'altra verso "istituzioni".

I gesti valgono più di mille parole: Genny ‘a carogna, una mano verso gli ultras, l’altra verso “istituzioni”.

Purtroppo da decenni, nella maggioranza dei casi, le nostre istituzioni hanno scelto la via della “trattativa” e dell’”accomodamento”. Dal dopoguerra in poi, ci ha governato la logica “andreottiana” per cui è meglio accordarsi con i mafiosi (in senso lato) con lo scopo di evitare una guerra senza quartiere con loro, dove per guerra – come detto – non s’intende solo un’operazione militare.

Il fatto è che un accordo prevede che entrambe le parti rinuncino a qualcosa per ottenere qualcos’altro. E lo Stato (ossia noi) ha rinunciato alla propria completa libertà e gestione civile dell’intero territorio e di ogni attività.

Non è casuale che lo Stato si è invece dimostrato inflessibile (e vincente) con soggetti come le Brigate Rosse. Perché esse, al contrario della mafia (sempre in senso lato), non avevano come obiettivo un accordo con lo Stato bensì la distruzione dello Stato stesso. La mafia invece, così come il sig. Neri non vuole eliminare le istituzioni, non vuole distruggere la comunità, bensì mira a infiltrarsi in essa e trattare con essa perché le venga accordato uno spazio di manovra in cui fare i propri affari in santa pace. Con la mafia si può insomma convivere: è quello che facciamo da decenni ed è quello che candidamente dichiarò il ministro Lunardi nel 2001 (governo Berlusconi), esprimendo come meglio non si poteva la nuova logica berlusconiana secondo cui la mafia va “messa a bilancio”.

Del resto, come diceva Flaiano: “L’italiano si ostina a immaginare l’inferno come un luogo dove, bene o male, si sta con le donne nude e dove con i diavoli ci si mette d’accordo.”

E dunque, altro esempio, chi dirige e gestisce il calcio preferisce mettersi d’accordo con chi va allo stadio con le bombe carta o obbliga i calciatori all’umiliazione di togliersi la maglia di fronte a loro se non li reputano degni o li costringe a pagliacciate come quella di Salernitana-Nocerina piuttosto che perseguire seriamente questi soggetti in nome della legalità, applicando metodicamente le leggi esistenti, senza bisogno di individuare e colpire un caprio espiatorio (vedasi Genny ‘a carogna) solo quando qualche avvenimento fa troppo clamore.

E’ ovvio che il messaggio che le istituzioni mandano alla propria comunità è: le leggi vanno rispettate, ma se non volete farlo e ci minacciate con la violenza, beh, magari ci si mette d’accordo. I delinquenti ci sono dappertutto, anche in Svezia o Danimarca; quello che conta è come si sceglie di affrontarli.

Se il messaggio è quello di sopra, se la maggioranza delle persone accetta questo stato di cose (le istituzioni in fondo sono rappresentative della maggioranza dei cittadini, anche se, a volte, fa male dirlo), la conseguenza è che chi non vuole usare o convivere con la violenza, chi considera un valore il rispetto delle regole, finirà per allontanarsi dalla comunità, dalla politica, dagli stadi…perché se ne andrà (dove le cose vanno diversamente, magari in Svezia o Danimarca) nel migliore dei casi, o perché sarà eliminato. Ed è un vero peccato perché spesso queste sono le persone che maggior contributo possono dare alla crescita della comunità stessa.

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Cosa ne è stato scritto

  1. Rosario Cucinotta

    Magari la Svezia e la Danimarca, per come intendono trattare i migranti, non sono oggi l’esempio migliore di dove si vorrebbe vivere…

    Rispondi

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