Quando Mignon partì

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Una sera di un’adolescenza già varcata di diversi anni fa, la mia, la Rai proponeva all’attento pubblico televisivo di allora una prima visione, un film delicato e sensibile.  Amato dalla critica e introdotto dalla voce profonda e dal tono grave di un Sergio Zavoli che si avventurava nei difficili percorsi e oscuri meandri dell’adolescenza, il film rivelava al grande pubblico la mano tesa verso fragilità di crescita e lo sguardo lucido di una giovane regista agli esordi, quella stessa Archibugi che il tempo e la notorietà avrebbero ricondotto alle tematiche adolescenziali in più di una pellicola.

Quella sera, una delle tante in cui mi attardavo sui libri di scuola, quei libri attesero a lungo che io li riprendessi in mano: il film mi prese portandomi verso qualcosa che conoscevo. L’immagine che ancora oggi ritorna è quella dell’esile e complicato ragazzino che, al principio del film, tra le inferriate di un enorme cancello di ingresso alla casa di famiglia, passa e ripassa, scontrandosi, al termine del film, con l’evidenza di un corpo che cambia dimensioni e che da quelle inferriate, per legge naturale, non passerà più.

Il giovane protagonista, dall’aria intellettuale, col ripetuto gesto di portare su i grandi occhiali, difesa da un mondo adulto vorticoso e instabile, dietro cui la dolcezza e lo smarrimento dei piccoli occhi di fronte alla spietata durezza della vita vera, fu l’evidente trasposizione sullo schermo di molte mie insicurezze di allora.

Portavo gli occhiali e perdevo occasioni importanti dietro paure giganti e fughe dalla vita verso più rassicuranti rifugi, talvolta di cartacea materia in forme bibliofile, altre di visiva percezione in giochi di luce cinematografica o domestica in un salotto chiuso al mondo da una porta, il cui accesso era severamente proibito ai grandi di casa. Crescevo e scoprivo mondi, ma, in qualche modo, non mi scottavo e, non scottandomi, fondamentalmente non crescevo. L’adolescente del film cresce perché entra nel gioco della vita, si innamora e perde.

Mignon, il grande e primo vero amore, diviene l’evidenza di un passaggio, l’ingresso nel regno adulto, in cui tutto è instabile, perché è la vita stessa in perenne cambiamento e poco importa che, dietro allo sfaldarsi delle infantili verità, ci sia la tremolante presenza di una Stefania Sandrelli sopraffatta dal caos familiare e dalla sua “incontinenza emotiva”, perché è la mutevolezza delle cose in un corpo che oscilla a velocità estreme che non puoi accettare.

“Mignon è partita” è un film del 1988 diretto da Francesca Archibugi ed interpretato, fra gli altri, da Stefania Sandrelli e Massimo Dapporto

Mi chiedo quanto la crescita abbia a che fare con la sofferenza o quanto, piuttosto, essa non sia correlata, più ampiamente, al fare esperienza, che implica l’accettazione della prima quale componente eventuale.

Il mio impedito crescere era, allora, l’inevitabile sbocco di una paura di vivere una vita, una qualunque, con l’implicazione di un rischio di scottature, quasi a illudermi che, se un inizio non ci fosse stato, sarei stata preservata per sempre dalla fine delle cose.

Ma la fine delle cose arriva, arriva inesorabilmente il tempo in cui da quelle inferriate non passerai più e l’unica cosa che potrai “concederti” sarà la dolente confessione di un pezzo che manca e che dovrai, per legge di vita, recuperare. Questo perché l’adolescenza è un passaggio di sfaldamento e ricostruzione, di esperienza e sofferenza, di intensità emotive e baraonde di sconvolgenti turbamenti, di picchi e cadute, di vorticosi giri di giostra in cui tutto rapidamente ruota intorno a un corpo dietro cui un’anima smarrita si cerca.

Qualcosa di analogo torna nella vita di un uomo in tutto ciò che è passaggio verso nuove forme, ma la velocità, l’irruenza, l’intensità non saranno mai più le stesse. L’isola di Arturo che più non si scorge è l’immagine del senso di perdita che l’adolescenza porta con sé.

Eppure l’etimologia della parola crescita induce a meditare in senso critico sui concetti di perdita, di abbandono di terre note, che l’adolescenza, quale complicata fase di vita, concettualmente contiene. Crescere è supportato dalla medesima radice di creare, un verbo che ha in sé la speranza e la luminosa accezione di tutto ciò che sorgendo contiene la potenzialità di un divenire che si fa scelta.

Allora, crescere è creare, plasmare, dare forma, infondere vita a pezzi di noi ancora sepolti e protetti dall’assolutismo infantile e da ataviche paure. All’abbandono e alla perdita si contrappone lo spazio che ospita creazione e nuova vita, sostegno di passioni e ricerca di condivisione verso un esterno che ci appartenga, che sia lo specchio di ciò che vogliamo coltivare.

E lì lo scatto ulteriore verso maturità ancora più adulte è il probabile arresto di crescita di chi dall’adolescenza fatica a venire fuori, in una disperata ricerca di una totalità di coincidenze che la vita umana non conosce, nell’istante stesso in cui la medesima “deve” fornire spunti di crescita e, dunque, coscienza di carenze e spinte propulsive verso nuove mete.

L’altro, nell’adolescenziale delusione di chi lo scopre differente dall’idea deiforme iniziale, dalla luce di aureo candore in cui lo ha immerso, diviene la scoperta non solo di una diversità reale che urta con la propria onirica dimensione, ma anche lo spunto di riflessione sulla propria crescita, su quanto si è disposti a confrontarsi con la durezza della realtà e, soprattutto, con noi stessi, con i nostri limiti, con le nostre pretese. In primis, quella che tutto sia noiosamente lo specchio delle parti più floride e verdeggianti della nostra esistenza e non, piuttosto, un variegato carosello in uno spazio circense di felliniana memoria.

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Chi lo ha scritto

Alessandra Bartucca

Nata in Calabria nel 1978, trascorsi i tempi in cui “si potevano mangiare anche le fragole”, si trasferisce a Bologna per ragioni universitarie e di vita. Laureata in giurisprudenza, prova a dare costantemente una “ratio” o senso alle cose, inclusa la scelta di studi giuridici di difficile integrazione con la sua passione per l’arte cinematografica, culinaria, per la psicoanalisi e per la letteratura greca, oltre che per i libri in genere, da leggere e provare a scrivere, e per i viaggi, dentro e fuori di sé. Intimamente idealista e in cerca di un suo posto nel mondo, è una giovane donna ciclicamente in trasformazione.

Cosa ne è stato scritto

  1. Nadia Porfido

    Bellissima riflessione a partire da un bellissimo film! Mi permetto di condividerlo sul mio diario.

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