Non mi chiamo Ted – parte II

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Non mi chiamoTed


Preparare il discorso da presentare a una conferenza non è mai una cosa facile. Soprattutto quando si vuole in qualche modo minare il concetto che sta alla base della conferenza stessa. Hai diciotto minuti a disposizione per cercare di spiegarti nel migliore dei modi possibili. Diciotto minuti che pesano quanto le parole, mentre pensi in silenzio. E intanto il tempo passa, tic, e le lancette dell’orologio corrono, tac.

Un racconto a puntate di Edward S. Portman

 

Era facile sentirsi stupidi rispetto a tutte le altre persone presenti in quella sala. Gli argomenti erano talmente vari che nessuno poteva vantare una conoscenza trasversale su tutti i temi trattati.
Inizialmente le conferenza di quel tipo erano nate proprio per superare questa ignoranza strutturale insita in ogni individuo. Il loro scopo era di portare all’attenzione di tutti idee reputate degne di essere diffuse. Quegli incontri erano delle vetrine di curiosità, alle quali i partecipanti potevano affacciarsi e apprendere qualcosa di nuovo e interessante, a loro ignoto fino ad allora. Tutti potevano trarne beneficio: chi ascoltava poteva accrescersi, sia sotto l’aspetto spirituale, se si voleva tenere un profilo molto aureo, sia sotto quello lavorativo (molti vedevano quelle conferenze come dei veri e propri corsi di aggiornamento di alto livello); chi invece parlava aveva modo di diffondere le proprie idee di fronte a individui fortemente ricettivi, pronti ad accogliere ogni ragionamento senza alcun tipo di preconcetto, in una specie di lungo spot pubblicitario personale in presa diretta.

Lui non aveva difficoltà a parlare in pubblico. Lo aveva già fatto altre volte quando lavorava per una grossa multinazionale. All’epoca si era trovato a condurre interminabili riunioni con alti dirigenti, a volte anche con ricchissimi investitori stranieri. Aveva parlato in italiano, inglese, e in un paio di occasioni pure in un traballante tedesco scolastico, illustrando progetti altamente complessi di cui era stato nominato coordinatore. Non aveva mai avuto nessun tipo di problema. Tutto era sempre filato liscio senza intoppi, anche il tanto temuto (dai suoi colleghi) spazio per le domande e i chiarimenti a fine presentazione, durante il quale uno qualsiasi dei suoi ascoltatori, pure il tizio cinese seduto in un angolo che una volta aveva assistito alla sua esposizione impeccabile senza apparentemente sbattere mai le palpebre, poteva alzare la mano e chiedere delucidazioni particolari su determinati punti risultati magari un po’ ostici. Non era mai stato messo in difficoltà. Aveva sempre mantenuto le redini della situazione ben strette in mano, senza sbandare nelle risposte, con voce calma, sicura, non balbettante.

“Non aveva mai avuto nessun tipo di problema. Tutto era sempre filato liscio senza intoppi…”

Era stato ogni volta padrone dell’argomento, conoscendolo alla perfezione in tutte le diramazioni possibili lungo le quali le domande potevano addentrarsi. Non c’era modo che lui potesse bloccarsi anche solo per una manciata di secondi, con la faccia sospesa in un’espressione di pausa, chiara maschera indossata per nascondere la ricerca di una scusa o di un po’ di fumo dietro il quale nascondersi, un diversivo per uscire dall’impaccio, e riprendere a parlare poi con frasi incerte, a metà strada tra un profondo tecnicismo e un insipido senso dell’umorismo. No. Lui ascoltava con attenzione ogni tipo di quesito, sia il più stupido che il più complesso, senza mai accennare alcuna reazione facciale. Guardava negli occhi la persona alzatasi per prendere la parola, senza tradire insicurezza o paura. Appena questa finiva di formulare la propria domanda, quando metteva il punto interrogativo alla fine della sua richiesta e tornava a sedersi al suo posto, lui iniziava subito a risponderle, cercando di essere il più chiaro possibile. Non aveva bisogno di tempo per costruirsi una risposta. La risposta gli nasceva in testa già mentre ascoltava la domanda. In un certo senso si poteva dire fosse la domanda a entrare dentro di lui attraverso le orecchie e andarsi a cercare da sola la propria risposta.

L’intervento che stava per presenziare in quel momento era però tutt’altra cosa. Non poteva essere messo a confronto a quelle riunioni, era di una natura completamente diversa. Si sentiva preparato allo stesso modo, sicuro in egual misura, ma per la prima volta in vita sua, di fronte a situazioni del genere, non sapeva con precisione come sarebbe potuta andare a finire: applausi, risate, pernacchie, lancio di uova o frutta marcia? O peggio ancora: indifferenza, silenzio di stupore da incomprensione, ma questo qui sta parlando sul serio o ci sta prendendo per il culo?

 

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Chi lo ha scritto

Edward S. Portman

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Edward S. Portman vive nella provincia di Pistoia dal 1980. Abita in un corpo con il quale condivide alcuni disturbi e acciacchi fisici. Passa il tempo a leggere e a cercare risposte accettabili a domande che la vita pare rivolgergli in continuazione. Di tanto in tanto scrive, e quel che ne viene fuori a volte è abbastanza gradevole da poter pensare di essere fatto leggere ad altri. Immagina ci sia qualcosa la fuori, se non la verità almeno una bella città ancora da visitare.

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