L’orco

1
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

“Hanno arrestato l’orco, hai visto?” Questo è l’sms che ho inviato al mio amico Enrico qualche giorno fa. Era sabato 9 novembre, quando aprendo il quotidiano che sfoglio ogni giorno, ho visto la notizia dell’arresto di un ventiquattrenne somalo, Mouhamud Elmi Muhidin, che nell’immagine si vede sotto braccio a due poliziotti italiani: l’orco.

Enrico, invece, è l’amico con cui mi sono addentrata nell’avventura di scrivere un romanzo a quattro mani. Proprio due giorni prima, il 7 novembre, lui ed io eravamo in una libreria di Ravenna a presentare il nostro libro.

Facciamo un passo indietro e andiamo a luglio 2011, quando prendeva forma l’intreccio della nostra storia d’esordio. Era un periodo molto intenso dal punto di vista dell’attualità: i giornali non parlavano che della primavera araba e degli sbarchi di profughi dal Nord Africa. Enrico ed io, amici di vecchia data, ci siamo ritrovati dopo tanto tempo a scrivere una vicenda ambientata proprio nel Mediterraneo, nello stesso periodo che stavamo vivendo in quei mesi. È stato come scoprire, man mano che il tempo passava, quale sarebbe stato lo sfondo della nostra vicenda.

La storia di “Haram-Intrigo mediterraneo” (ed. Terra, 2012) si apre col ritrovamento di un cadavere sfigurato al largo delle coste di Algeri, che verrà identificato subito col noto imprenditore Jean Claude Kaddouri, proprietario della ditta di superalcolici Haram. A condurre le indagini sulla morte dell’uomo, sono la giovane ed emancipata Hajar Khaldun, capo di un commissariato di polizia di Algeri e i suoi uomini, tra i quali spicca per intuito e bravura Ahmed Ben Tayeb. Hajar e Ahmed indagheranno in lungo e in largo nelle terre del Nord Africa, per capire chi fosse Kaddouri, detto l’orco, e chi lo volesse morto.

Il classico incipit del romanzo giallo si trasforma sotto gli occhi del lettore nella trama di un intricato noir, quando il contesto della vicenda assume importanza pari alla vicenda stessa. Tutto ha inizio alla fine dell’estate del 2011 in Algeria, quando la primavera araba è agli esordi, e si conclude a fine ottobre dello stesso anno in Libia, nei giorni in cui il leader Gheddafi viene stanato e ucciso dai ribelli. Le indagini sulla morte dell’uomo si dipanano lungo più direzioni, che porteranno i nostri protagonisti a seguire diverse piste, da quelle imprenditoriali, a quelle dei traffici illeciti, a quelle ancora del terrorismo islamico. Durante le ricerche effettuate sull’imprenditore morto, emerge la sconcertante realtà di come la ditta di superalcolici di cui era proprietario, fosse la copertura per il traffico di esseri umani da molte parti dell’Africa, all’Europa, attraverso i porti di tutto il Mediterraneo.

Mouhamud Elmi Muhidin, l'orco.

Mouhamud Elmi Muhidin, l’orco.

Chi è l’orco dunque? Riprendo in mano la pagina di giornale appena letta. La foto ritrae un ragazzo in felpa e pantaloni, magro e alto, dalla pelle scura. Nella didascalia si legge “Il trafficante e le sue vittime. Il somalo è stato arrestato per aver organizzato il sequestro dei profughi e per averli sottoposti a sevizie. Ai parenti dei migranti veniva chiesto un riscatto di oltre tremila dollari”. In un altro trafiletto leggo: “Sono 366 i migranti morti nel naufragio avvenuto lo scorso 3 ottobre a Lampedusa, organizzato proprio dall’orco”.

La mente mi riporta al minuto di silenzio che il preside della mia scuola ha fatto osservare ai ragazzi dopo la tragedia che si è consumata nelle acque di Lampedusa. Sensibilizzare i ragazzi rispetto a quello che stava accadendo nel Mediterraneo era necessario e giusto.

Sono un’insegnante di scuola media e vedo ragazzi dagli undici ai tredici anni tutti i giorni. Ancora mi stupisco a trovarli in terza media raddoppiati di volume rispetto agli anni precedenti, o a sentire le loro voci che da puerili passano ad essere cavernicole, o ancora a notare che sulle loro guance, un tempo lisce e paffute, spunta qualche imperfezione o un accenno di peluria. E così, tante volte, mi trovo a giocare con me stessa e la mia immaginazione, a guardare le persone di ogni età e chiedermi come possano essere state a undici anni, o dodici, o prima del momento in cui il tempo abbia annaffiato intensivamente le loro radici per farle crescere. Questo mi è capitato anche guardando la foto di Mouhamud Elmi Muhidin. È stato agghiacciante pensare che solo dieci anni fa, quando ormai io ero alle soglie della laurea e molti dei miei alunni iniziavano appena a camminare, lui avesse più o meno gli anni che hanno loro adesso. Mi sono trovata sbalzata nella vita di un dodicenne somalo, che molto probabilmente ha familiarizzato con armi e violenza nel momento più delicato della vita, l’adolescenza.

Cos’è successo a questo ragazzino perché sul giornale io legga che a ventiquattro anni è diventato un sequestratore, trafficante d’esseri umani, torturatore, assassino e violentatore?  Pensare in che realtà debba aver vissuto fa spavento. Che ne posso sapere io della vita di un somalo adolescente, se non quello che immagino quando leggo i giornali?

Continuo a guardare l’articolo che ho sotto gli occhi. Stupri di gruppo e scosse elettriche, sevizie di ogni genere e violenze inaudite contro uomini, ragazzi e ragazze, bambini. A Lampedusa i sopravvissuti alla strage del 3 ottobre e ad altri approdi coi barconi, hanno riconosciuto l’orco, che nel deserto aveva abusato di loro. È stato salvato dal linciaggio da parte delle sue vittime, solo grazie all’intervento della polizia italiana. “Il somalo e altri due mi hanno buttata a terra, cosparsa di benzina e stuprata a turno. Ero ancora vergine”, scrive F. di diciotto anni. Solo cinque anni in più dei miei alunni. “Eravamo costretti a stare in piedi in silenzio, a guardare gli altri torturati con manganelli e scariche elettriche” dice A. che ha la mia età. “Due ragazze minorenni sono state portate fuori e violentate. Abbiamo visto rientrare solo una di loro”, racconta S. di sedici anni.

Riguardo il libro che ho scritto con Enrico. Un pugno allo stomaco a pensare che siano veri i fatti che abbiamo narrato lì dentro. Non reali, ma veri. L’orco esiste. Che passato ha l’orco? Da quanto va avanti la violenza nella sua vita? Quanta violenza ha subìto lui stesso in passato e quanto è vittima della sua stessa violenza? Al pari delle sue, di vittime? No, non può essere un’attenuante. «Li ho osservati tutto il giorno, appostato dietro la collina. Ci sono due sorveglianti armati di mitra che stanno davanti alle porte del magazzino. Lì dentro ci tengono gli schiavi da imbarcare, legati tra loro. Ci sono altri due sorveglianti […] I due che stanno fuori accompagnano gli schiavi all’imbarco, lasciando libera la porta del magazzino per un tempo che va dai quindici ai venti minuti. Questo accade due volte al giorno nelle giornate stabilite. Quando la nave non parte, i due uomini sono tenuti a sorvegliare comunque gli schiavi. I turni di notte li fanno altri due scagnozzi».

Questo brano tratto da “Haram-Intrigo mediterraneo” dà un po’ un’idea di come vengano tenuti segregati gli esseri umani dai loro aguzzini. Non più persone, ma pacchi da spedire, le cui sorti dipendono dalla volontà degli orchi. Sono uomini, donne, bambini provenienti dalle parti più disastrate dell’Africa, che danno tutto quello che hanno, in cambio della speranza di raggiungere posti migliori, al di là del Mediterraneo, al di là di Tule.

Presentazione: Enrico Cirelli e Carlotta Santini. Fra loro il giornalista Alberto Mazzotti.

Presentazione: Enrico Cirelli e Carlotta Santini. Fra loro il giornalista Alberto Mazzotti.

Non riesco a non dirmi, leggendo le nostre pagine, che non c’è finzione. Accade costantemente. È tutto vero, mentre noi viviamo la nostra vita, andiamo a scuola, mangiamo, ridiamo, presentiamo libri o firmiamo le copie col sorriso sulle labbra. È tutto vero, mentre noi sfogliamo i giornali e vediamo la faccia di un orco camuffata da ragazzo di ventiquattro anni. È tutto vero, mentre facciamo alzare in piedi i nostri alunni e chiediamo loro di raccogliersi in silenzio per un minuto, in ricordo delle vittime di un naufragio.

Guardo i ragazzi e penso che se tra una decina di anni, quando avranno l’età di Mouhamud Elmi Muhidin, ricorderanno il motivo per cui abbiamo loro richiesto un minuto di silenzio, sarà una grande conquista. Perché il timore è che queste notizie abbiano l’effetto di assuefarci man mano che giungono fino a noi. Io stessa mi rendo conto della percezione distorta che finora ho avuto di queste tragiche vicende. Ho scritto di queste violenze in un romanzo di pura fantasia, basandomi su storie simili, documentandomi per scriverle, e rendendo quella narrata verosimile. Ma c’è voluto l’arresto di un orco, scoperto sfogliando un giornale, per aprirmi la mente sulla tragicità dell’argomento. E per farmi dire: la storia che abbiamo scritta è vera.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Cosa ne è stato scritto

Perché non lasci qualcosa di scritto?