Le prime margherite – un racconto

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Lei scoprì la bellezza delle margherite colorate un qualunque venerdì sera di una serata autunnale.  Due ragazzi, due come tanti altri, due determinati, che nell’età dell’evoluzione decisero di scegliere la strada dell’ambizione.

Lei entrò in quella casa e subito fu stregata da quei colori, quelle margherite riempivano quella stanza cosi’ grande, colori accesi, rosa, giallo, fucsia, bianco, arancione traboccavano dai vasi raccontando una nuova storia.

Lui e Lei… due ragazzi cresciuti insieme. Lei lo aveva visto quattro anni prima, aveva incrociato il suo sguardo una sera in un bar. Un sorriso, lui, lo sguardo timido e quella sensazione del “chissà se lo rivedrò”.

Lui un ragazzo cresciuto a musica, scienza e pallavolo, lui introverso, lui generoso, lui e un mondo da scoprire. Lei fu subito affascinata da questo ermetismo.

Si rincontrarono una sera, un martedì sera di S. Patrizio a Bologna. La festa, le strade piene di persone, birra e voglia di divertirsi, quella tipica sensazione che puoi vivere solo a vent’anni a Bologna in Via Zamboni.

Loro, impacciati, loro che si stavano scoprendo. Così un invito in bicicletta divenne un percorso di vita insieme.

Un eterno giro in bicicletta, lui che portava lei e la voglia di effettuare nuove scoperte, viaggiando insieme.

Quella sera dopo quattro anni, lei decise di entrare da quella porta che aveva chiuso mesi prima con forza e violenza. Violenza come se non volesse più dare una possibilità a nessuno. Neanche a se stessa.

Così dopo tanti mesi, lei decise impaurita di riaprire quella porta. Una difficoltà enorme, guardarlo negli occhi con la consapevolezza di quanto gli aveva fatto male, di come aveva potuto distruggere tutti quegli anni.

Lei decise quella sera di credere ancora nell’amore, in quell’amore che ci fa aprire al mondo e mettere in circolo quell’energia, quella che scaturisce da un sorriso, dalla condivisione profonda della bellezza di quella sensazione inconfondibile e unica che è la condivisione di un momento autentico e genuino.

Lei capì solo tempo dopo il valore di quegli anni, solo aver chiuso quella porta con violenza. È stata attraverso quella porta chiusa che lei ha potuto riprendere il suo tempo, bloccato in una dimensione non più sua, né di lei, né di lui. Un momento statico durato quasi un anno. Come se loro fossero stati congelati in un qualcosa di incomprensibile.

Lei dura, lei e le sue ambizioni, lei e il suo egoismo. Lui e il suo credere fortemente in quell’amore, lui e la sua forza, lui e la sua purezza.

Rientrare da quella porta quel venerdì sera voleva dire riaprire una ferita, una sofferenza sommersa e sepolta in un posto nascosto dentro al cuore. Lei dopo tanti mesi pieni di riflessioni, silenzi, parole dette e non dette decise di varcare di nuovo quella soglia.

Una soglia abbandonata, un abbandono istintivo, esasperato, un esagerazione simile a quando ti perdi e non sai più’ ritrovare la via di uscita o lo strada giusta che ti possa indirizzare.

Così entrò in quella casa, una casa nuova dove sentiva ancora di essere presente. Due pesci rossi sul tavolo, un giradischi pieno di 45 giri in attesa di essere ascoltati. In cucina lui e il suo amore per il cibo e la creazione, lui e una dichiarazione sottile, non detta, la stessa dichiarazione timida e introversa di quattro anni prima a Bologna.

Lui aveva gli occhi avvolti da un velo di paura e rabbia, ma la guardava ancora con la stessa intensità degli anni passati insieme.

Così in quella sala piena di margherite colorate e nuovi sapori, lei scoprì una bellezza diversa, nuova, che riempiva il cuore di un amore infinito.

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