La centralità del campo nel giuoco del calcio

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L’ultimo caso, che ha dell’incredibile, è del 18 ottobre 2013. Durante il match di Bundesliga, Hoffenheim-Bayer Leverkusen, il giuocatore del Bayer, Kiessling, incorna la sfera indirizzandola verso la porta avversaria. La palla termina fuori, sull’esterno della rete, al lato del montante, difeso dall’estremo difensore avversario. Il fatto è che dall’”esterno” della rete, attraverso un buco nella stessa, finisce all’”interno” della rete, ossia in porta. L’arbitro non se ne accorge, vede la palla nel sacco e convalida la segnatura (clicca qui per vedere il pazzesco gol fantasma del Leverkusen).

Uno dei più clamorosi casi di gol fantasma degli ultimi otto secoli: il goal di Muntari non convalidato dall’arbitro durante Milan-Juventus del 25 febbraio 2012.

Gli errori arbitrali sono sempre accaduti, dal giorno in cui fu inventato il giuoco del football, dal clamoroso goal inesistente concesso agli inglesi durante la finale del Mondiale del 1966, fino all’inesistente offside fischiato a Paloschi in Chievo-Juventus dell’ottobre 2013, passando per il celeberrimo goal di mano di Maradona, il gol fantasma di Muntari, il vergognoso tocco di mano del francese Henry nella gara decisiva per la qualificazione ai Mondiali 2006, il rigore non concesso a Ronaldo in Juventus-Inter del 1998 e la “parata” del difensore laziale Zauri in Lazio-Fiorentina del 2005.

Esiste tuttavia una sensibile differenza tra l’oggi e il passato. Probabilmente nessuno allo stadio di Wembley, il 30 luglio 1966, ebbe la possibilità di verificare con certezza che la palla non aveva varcato la linea di porta e lo stesso può dirsi della “mano de Dios” di Maradona vent’anni dopo allo stadio Azteca di Città del Messico. Al contrario, la stragrande maggioranza degli spettatori allo stadio “Giuseppe Meazza” il 25 febbraio 2012 o alla Rhein-Neckar Arena il 18 ottobre 2013 avrà potuto sapere pochi minuti (o secondi) dopo l’accaduto che il goal di Muntari era da convalidare e quello di Kiessling no..

Sobria esultanza di Galliani al fianco del padrone.

Ciò che è accaduto negli ultimi anni è che gli stadi di calcio di buona parte del globo terraqueo sono divenuti oggetto delle riprese di decine e decine di telecamere che sezionano, scandagliano, ispezionano e vivisezionano ogni singolo movimento, ogni singola azione, ogni singola smorfia. Siamo arrivati al punto che le televisioni “dedicano” esclusivamente  alcune telecamere a riprendere per l’intera durata della partita ciò che fa qualche dirigente in tribuna, un allenatore o un giuocatore lasciato in panchina.

La televisione è ormai padrona del luogo del pallone, ossia dello stadio, stravolgendone la sua realtà metafisica. Tutti i protagonisti dell’atto della partita di calcio, in primis gli spettatori, ma anche allenatori, dirigenti e infine giuocatori hanno oggi la possibilità, con smartphones, schermi posti in tribuna o anche semplici telefonate a qualcuno che sta vedendo la partita in TV, di sapere “in tempo reale”, mentre il tutto sta accadendo, cosa sia realmente accaduto e cosa no e quindi quale sia la verità. Tutti, tranne uno, ossia chi – per regolamento – è deputato ad osservare e giudicare la realtà, determinando la verità, ad esempio convalidando o meno un goal ovvero: l’arbitro.

La solitudine dell’arbitro.

Nei secondi successivi ad un fuorigiuoco dubbio o ad una palla che ballonzola sulla linea di porta, l’arbitro, il direttore di gara, è l’unica persona in tutto l’universo conosciuto a non avere la possibilità di sapere cosa sia realmente accaduto. Tutti lo sanno, e tutti lo sanno grazie alle immagini televisive. Tutti tranne lui che a quelle immagini non può avere accesso.

In altre parole, chi è a casa davanti alla televisione o comunque chi ha accesso alla televisione possiede una fetta di verità maggiore di chi è allo stadio e, ancora di più, di chi è in campo. La “verità” è quindi paradossalmente in un luogo diverso da quello in cui la realtà, a cui la verità è legata, sta prendendo forma, ossia il rettangolo di giuoco.

Ma c’è di più. Sempre più spesso si fa uso della cosiddetta “prova televisiva”, ossia la squalifica di giuocatori sulla base di immagini televisive che testimoniano di atti da loro commessi durante la partita e non visti dall’arbitro, ma evidenziati dalle immagini televisive a cui nulla ormai può sfuggire.  E’ ovvio e naturale che lo sguardo del 95% degli spettatori e dell’arbitro più collaboratori sia rivolto nella zona di campo in cui è il pallone, ma quello delle telecamere è dappertutto, così che un episodio che appare assolutamente marginale allo stadio, diventa clamoroso e plateale alla televisione.

L’arbitro non vede, ma la TV sì: la manata dello juventino Ibrahimovic all’interista Cordoba nell’aprile 2005 costa al primo una squalifica di tre giornate. E’ un tipico caso di “prova TV”

La conseguenza è che il risultato finale, la definitiva e reale conclusione della partita viene sancita dalla televisione, nel “luogo della televisione”, secondo “i tempi della televisione” e non del campo da giuoco. La realtà del prato verde abdica alla realtà dell’”onniveggente” immagine televisiva. L’evento reale della partita s’impoverisce, perde importanza, si svuota di valore. Gli autentici protagonisti, i giuocatori più arbitro e collaboratori, mentre stanno giuocando la partita in campo, non possono certamente evitare di pensare alle immagini televisive che, in un altro luogo, costruiscono e restituiscono la realtà che loro stanno vivendo. In particolare, mentre sta dirigendo la gara, l’arbitro sa che qualcuno, altrove, ha in mano tutta la verità che a lui, che dovrebbe essere il supremo custode e giudice di quella verità, è invece negata.

E’ innanzitutto per tutto questo, dunque, che è necessario introdurre la moviola in campo: per far sì che l’intera “verità” del calcio torni sul campo da giuoco, dove la partita ha luogo, perché la televisione e l’inevitabile peso della tecnologia in ogni aspetto della nostra vita, tornino ad essere solo uno strumento, funzionale e di supporto alla centralità della partita.

Inoltre, offrire a chi è preposto a dirigere l’evento-partita di consultare, secondo modalità da stabilire, le immagini televisive e di avere dunque accesso al massimo grado di verità possibile, non solo non lo priverebbe del potere che gli compete, ma, anzi rafforzerebbe il suo ruolo di giudice assoluto che, invece, l’onniveggenza delle immagini televisive stanno pericolosamente minando. Il tempo ed il luogo della partita di football tornerebbero perciò ad essere centrali ed a rimpossessi della verità, proprio grazie allo strumento televisivo che gliela sta rubando.

 

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Cosa ne è stato scritto

  1. Filippo Cirino

    Una piccola osservazione: è vero che il pubblico televisivo vede cose che sul campo di gioco l’arbitro non è in grado di vedere, ma vale lo stesso discorso per i calciatori: in tv noi vediamo l’uomo libero sulla fascia o in mezzo all’area a cui sarebbe possibile passare il pallone, molte volte dal campo magari i giocatori non hanno la stessa possibilità perchè non hanno 10 telecamere ma solo 2 occhi. La limitatezza dell’essere umano (arbitro, allenatore o calciatore) fa parte del gioco, altrimenti domani qualcuno proporrà dei sistemi elettronici per segnalare il passaggio migliore ai calciatori (e le tecnologie corrono più dei regolamenti, quindi non oso pensare al caos che si creerebbe…)

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