Io so chi ha ucciso Kennedy

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Il 26 ottobre 1963, meno di un mese prima di essere ammazzato, durante un discorso pronunciato all’Amherst College, un college dedicato alle arti, John Kennedy disse: “Poche cose sono più importanti per il futuro del nostro Paese e della nostra civiltà del pieno riconoscimento dovuto al ruolo degli artisti.”

John e Jackie Kennedy al loro arrivo a Dallas, la mattina del 22 novembre 1963.

Possiamo certamente pensare che furono parole retoriche, pronunciate per accattivarsi la platea, per farsi benvolere da studenti e professori d’arte, tutto quello che volete. Ma Kennedy le disse, e le disse 50 anni fa, come presidente degli Stati Uniti. Quanti uomini politici le hanno pronunciate negli ultimi 50 anni? Quanti lo farebbero oggi? Quanti discorsi politici pongono l’arte al centro della società e del suo futuro?

Esaltare la figura dell’artista, ponendola al di sopra di chiunque altro, e farlo in qualità di rappresentante massimo di una nazione e di una civiltà che, seppure democratiche, hanno sempre celebrato e si sono sempre fondate anche e soprattutto sulla forza, sull’intransigenza, sulla guerra e sui suoi eroi, significò creare le condizioni perché nascessero schiere di nemici che non potevano accettare che un presidente pensasse e dicesse quelle cose.

Forse Kennedy non è stato un politico di massimo valore come spesso si tende a pensare, certamente commise tanti errori, ma è fuori discussione che, con parole come quelle riportate sopra, indicò una strada, una possibile alternativa ad un mondo in cui si debba ricorrere alla violenza per risolvere i conflitti, in cui dare ascolto alla rabbia di fronte alle situazioni di stress, in cui l’arte intesa come approccio “gentile” alla vita sia considerata una debolezza da mammolette, assolutamente inadeguata per relazionarsi con l’altro, sia una nazione o il nostro prossimo.

Il presidente USA pochi attimi prima di essere colpito a morte

Non intendiamo qui discutere se ad uccidere Kennedy sia stato solo Lee Oswald o no, ma sicuramente chi ha armato l’assassino in senso stretto o in senso figurato, chi ha determinato le condizioni perché un complotto o un pazzo solitario ammazzassero il presidente, ha voluto fortissimamente anche eliminare e togliere di mezzo una nuova e diversa concezione del mondo, a livello politico, ma anche personale. Chi ha ucciso Kennedy è perciò chi vuole continuare a seguire, nel pubblico e nel privato, la via più semplice, quella per cui ci si lascia guidare dall’orgoglio, dal nostro “io”, dalla rabbia, ponendoci di fronte al prossimo con aggressività e violenza, rispondendo soprattutto alla smania di dimostrare di essere sempre i più forti, nell’accezione più semplicistica del termine.

Chi ha ucciso Kennedy, così come chi ha ucciso John Lennon o Gandhi è chi vuole allontanare da sé la possibilità che esista un’altra possibile via per affrontare le questioni del mondo, chi ha una paura terribile di mettersi in discussione, di soffermarsi sulle proprie debolezze e sulla possibilità che anche “l’altro” abbia una parte di ragione e che vada ascoltato e non solo aggredito e che quindi le controversie possano essere affrontate e risolte con il dialogo piuttosto che con le minacce e la violenza.

Il momento in cui Kennedy è colpito dal primo colpo.

Quando Kennedy pronunciò quelle parole pochi giorni prima d’essere assassinato, stava indicando il cammino verso una società in cui sia centrale e importante non solo l’artista, ma che  lo siano anche l’intelletto, la fantasia, la sensibilità. E dunque anche noi, nelle nostre complicate quotidianità, nelle nostre piccole, ma significative esistenze, ogni volta che rivediamo le terribili immagini della sua morte, siamo ogni volta chiamati ad interrogarci se vogliamo far morire e mettere da parte la capacità di far uso di queste qualità e prerogative nelle relazioni con chi ci sta accanto, in famiglia, con gli sconosciuti, nella maniera di guardare e vivere il mondo. Oppure se invece vogliamo salvarle, custodirle, dar loro forza e scegliere la strada più difficile, quella della comprensione, dell’amore, del dialogo, della compassione, che – ne siamo convinti – richiede più forza e coraggio di mettersi ad urlare ed agire come se si avesse sempre e solo ragione.

 

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Alfredo Pezzuti

    Questo articolo sull’assassinio di kennedy mi appartiene tutto,per quello che disse degli artisti e dell’arte, io sono daccordissimo.Mio figlio PEZZUTI RAFFAELE giovane artista di talento di origine napoletana,viene assassinato nella Rep.di San Marino l’11/11/2002 dal suocero,professore di educazione artistica in pensione senza alcuna ragione.Dopo l’assassinio egli si suicida.Raffaele era nato l’11/8/1972 ,viveva a Milano ed esponeva già in una galleria molto nota.Da quando ho perduto il mio Raffaele perseguo il numero 11 in tutte le sue manifestazioni,ed ho continuato il suo percorso artistico facendo conoscere le sue opere organizzando due mostre personali molto importanti alla Biblioteca Nazionele di napoli nel 2009 e all’Accademia di Belle Arti di Napoli nel 2010 .Oggi assieme alle istituzioni stiamo organizzando un premio a suo nome.Premetto che io non sono un artista ma solo il padre dell’artista,ma la strada che a me è stata imposta è quella dell’arte della musica e della fotografia.Chi volesse saperne di più ,su google cliccando PEZZUTI RAFFAELE vedrà le sue opere e conoscerà la cronaca di quel famoso e drammatico 11/11/2002.Gian pietro grazie per aver fondato questo sito che mi vede sostenitore,e se vorrai rispondermi ne saro molto lieto Alfredo Pezzuti

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    • Gian Pietro "Jumpi" Miscione

      Caro Alfredo, grazie del suo commento. Mi dispiace che siano state circostanze così tristi che l’abbiano fatta avvicinare al numero 11. Ci fa piacere sapere che la nostra rivista, nel suo piccolo, possa aver dato voce ad un suo sentimento, nel solco del suo ammirevole percorso di memoria ed arte. Un caro saluto, Gian Pietro

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  2. AeRRe

    L’arte è la via più semplice e diretta per arrivare all’anima, raggiunge chi è aperto ad accoglierla ed è in grado di smuoverne la coscienza. Non si impone quindi su chi la rifiuta, ma non sempre è “gentile”: può anche travolgerci impetuosa, insinuarsi in anfratti mai esplorati, sconvolgerci e quindi rinnovarci.

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  3. Antonio Capolongo

    Lo sforzo di compenetrarsi in difficoltà apparentemente lontane da noi è solo uno dei messaggi di questo bell’articolo che tocca l’anima, esaltato dalla forza evocativa e dal fascino che esercita su di me Amherst, città nella quale vide la luce, visse ma più scrisse la straordinaria Emily Dickinson, la cui arte non poteva e non può lasciare indifferenti.
    Grazie Giampi

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