De Blasio: ancora un italoamericano. Il primo fu Fiorello La Guardia

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Sono passati ormai un centinaio di anni da quando migliaia di italiani affollavano Mulberry Street, cuore di Little Italy, chi a fare il lustrascarpe, chi a vendere giornali per strada. Qualche ragazzo tirava a campare rubacchiando.

Bill de Blasio con moglie e figlio.

Alcuni chilometri più lontano tanti altri nostri connazionali si rompevano la schiena nei cantieri operai. In pochi riuscivano a contraddire questo destino e ad affermarsi nel vortice della futura capitale del mondo, almeno legalmente.

Dalla fine dell’800 infatti prendeva progressivamente piede la celeberrima epopea dei gangster, decisa a dipingere uno stereotipo che ci ha accompagnati per generazioni, non del tutto a torto e comunque sia non ancora completamente scomparso.

Il 6 novembre 2013 Bill De Blasio è stato eletto sindaco di New York, Mario Cuomo è già governatore dello stato, molti altri italoamericani sono ai vertici in ogni campo professionale.

Ma è proprio la poltrona di primo cittadino della Grande Mela ad essere diventata quasi una tradizione.
Prima di De Blasio, Rudolph Giuliani fu il sindaco dell’11 settembre, prima ancora Vincent Impillitteri occupò lo stesso posto nel 1950. Il primo di tutti fu però Fiorello La Guardia, che guidò New York dal 1933 al 1945. Lui spezzò quasi con prepotenza quello standard dell’italiano malavitoso, buono a nulla ma capace di tutto.

I genitori di Fiorello La Guardia emigrarono negli Stati Uniti nel 1880 . “Little Flower” – come fu poi soprannominato in America per via della sua bassa statura – venne alla luce a New York nel 1882. Il padre Achille, musicista a seguito di un reggimento dell’esercito, seguirà le vicende della sua unità militare per il Dakota e l’Arizona, così il piccolo Fiorello passerà la sua infanzia tra le ancora poco popolate terre dell’Ovest del Paese, quando la frontiera americana stava passando ormai alla storia.

Fiorello La Guardia

In quei luoghi remoti imparerà a resistere alle prepotenze dei compagni più grandi, vedrà gli operai della ferrovia sfruttati fino all’inverosimile e gli indiani imbrogliati dagli agenti dell’Indian Affair. Anni dopo sarà interprete ad Ellis Island, al cospetto di quella moltitudine di esseri umani, poveri e sognatori, che ogni giorno transitavano per di là nella speranza di essere accettati come futuri americani: da tutto questo trascorso ne verrà fuori un politico rigoroso ma al contempo anche solidale con i più deboli e avverso ad ogni forma di corruzione e ingiustizia.

Era tanto diverso dal Partito Repubblicano col quale era stato eletto, ma era ancora più diverso dal Partito Democratico, colluso con l’organizzazione Tammany Hall, che a quel tempo veniva spesso accusata di poca trasparenza e di voto di scambio. Non è certo diventato famoso per simpatia, La Guardia, né per un esercizio democratico del suo potere, ma al suo funerale ci fu un’autentica marea umana a piangerlo.

Nasce così idealmente la biografia dell’italiano che diventa italoamericano, che impara a ragionare con le regole della nuova terra, o come in questo caso, ne insegna anche di nuove. Aveva mille difetti, ma alla fine tutti gli riconobbero di aver reso un servizio alla sua città, lasciandola migliore di come l’aveva trovata, incenerita dalla Grande Depressione.

Se prima di lui erano Lucky Luciano, Vito Cascioferro e Al Capone gli italiani che riempivano i titoli dei magazine americani, da quel momento se ne aggiungeva un altro, con un sottotitolo in più: grazie.

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