Basta con le donne

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A volte si cresce in una direzione imprevista. Avete presente i luoghi comuni, quelli che  ono spesso oggetto di pessimi dibattiti giornalistici e gustose satire televisive? Tipo, non ci sono più le mezze stagioni, i neri hanno il ritmo nel sangue, meglio andare in vacanza a giugno e a settembre, ognuno è libero di fare come crede, con tutto il rispetto non sono d’accordo – e giù considerazioni che non rispettano nessuno -  non sono razzista ma…., i veri animali sono gli uomini, è giusto parlare di valori condivisi dalla nostra società, ecc. ecc.?

A volte sogniamo un dibattito dove i partecipanti, con la massima pacatezza e l’urbanità di chi vive nel terzo millennio (e come essere umano appartenente a una specie su piazza da molto tempo, dovrebbe avere alle spalle una certa stanchezza di litigare),  i contendenti dicevamo, si esprimano più o meno così: “Quello che sto per dire non sarà piacevole. Non ho secondi fini, non sarò tendenzioso o capzioso. Semplicemente, in anni di vita, mi sono formato questa idea, anzi essa è andata crescendo in me e c’è poco da fare, non è che l’abbia cercata, s’è presentata come un’illuminazione e temo fortemente che mi farà compagnia per un po’. Ammetto anche di non andarne fiero, però è così”.

Poiché questa premessa è rara, anzi inedita, la facciamo qui. Intendo ora parlare di donne. Quanto ho amato le donne. Da donna.

Prima la mamma, per cui stravedevo, al punto che, quando alle elementari presi un voto scarso per un disegno che lei aveva ritoccato, odiai la maestra. Mia mamma era unica, non poteva sbagliare. Se litigava con mio padre, tenevo per lei e non, come spesso accade alla femmine, per lui.

Poi mia sorella. Una bambolina bruna con grandi occhi verdi che spupazzai per anni. Non trascurai di amare cugine e amichette. Le prime mi “facevano famiglia”, le seconde erano compagne di lieti giochi. In seguito subentrò il tipo di amicizia confidenziale, ragazze con cui condividere le prime sortite al cinema, in discoteca. Non meno amate furono le colleghe, e tante figure pubbliche femminili che si battevano per i diritti.

Non sono lesbica, anche se mi piace guardare una bella donna, pertanto il mio fu un amore puro, “stilnovista” e commisto ad ardore sororale e sociale.

Naturalmente i rapporti non sempre furono buoni, per responsabilità mia quanto altrui, tuttavia i contrasti non hanno scalfito per anni l’idea della solidarietà da cercare sempre e nonostante tutto.

Oggi, finalmente, desidererei fortemente liberarmi da impacci psicologici che mi impediscono di sentirmi libera. Dopo aver diligentemente disboscato il campo da false credenze, buonismi finti (attenzione, finti!), giudizi, ricerca di compassione – tutti cespugli che tendono a ricrescere, ma è bene tenere sempre sotto controllo -  mi sento  matura per questa nuova consapevolezza. Donne, basta!!! Non ne posso più  e allora, che la festa inizi!

Siete tremende. Già da piccole vezzose, leziose, intriganti, capricciose, ruffiane, lunatiche, bisbetiche, ombrose per nulla. Non fate che guardare le vostre simili con astio e gelosia, l’invidia vi mangia vive, serbate rancore, siete ipocrite, santerelline sotto il portone e messaline, appena girato l’angolo,o viceversa bacchettone da inquisizione, bugiarde, arriviste, violente, infingarde, fannullone, isteriche, subdole, presuntuose.

E c’è di peggio. Appena ne avete le occasioni, vi schierate con il peggior sessismo maschile e girate i fucili contro le altre donne. Vergogna a voi!

So che non siete (siamo) tutte così, ma nemmeno così in alto da disprezzare tutto e tutti e affermare, in tutta coscienza che “un mondo governato dalle donne sarebbe meglio”. C’è ancora molta strada da fare.

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Chi lo ha scritto

Carmen NY

Carmen è autrice di romanzi, saggi e manuali ad uso professionale. Genovese d'anagrafe , ama le culture diverse, il che per lei ha sempre significato anche quella del vicino di casa. In epoca di globalizzazione, la distanza tra individui di fatto è divenuta infinita anche tra condomini: la condivisione e la conoscenza restano  valori fondanti per non inabissarsi nella disumanità.

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