Siamo tutti liberi… o no?

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in gabbiaOra vi dirò quello che penso. Ma tenetevi forte.

Che ci piaccia o no, siamo tutti in gabbia. Da quando nasciamo, in un modo o in un altro, qualcuno ci sistemerà dietro le sbarre. Per amore, per protezione, per cattiveria, per ignoranza, per superficialità o per opportunità.

Si comincia da piccoli. I nostri genitori hanno fatto di tutto per inculcarci delle cose che loro ritenevano essere giuste. Lo hanno fatto per amore. Per insegnarci come ci si deve comportare. Per farci crescere e diventare adulti indipendenti.

Ma noi non siamo loro e il loro mondo non è il nostro. Così, tra una fatica e l’altra, quando finalmente diventiamo grandi, ci accorgiamo che i tempi sono cambiati, che vogliamo pensare con la nostra testa e che forse per noi ci sarebbe voluto qualcosa di diverso. Qualcosa che loro non conoscevano o comunque non erano in grado di darci. E che a loro volta non hanno avuto dai loro genitori.

Ce ne accorgeremo da soli quando inforcheremo i sentieri della vita. La nostra. Quando ci troveremo disarmati di fronte ad una situazione difficile. Quando i valori che ci sono stati trasmessi non saranno funzionali per noi o forse semplicemente non si adatteranno alle circostanze in cui ci troveremo, o peggio, ci impediranno di vedere valide alternative.open cage

Ci sentiremo legati. Incapaci di trovare soluzioni sane. Disarmati. Senza strumenti. E così cominceremo a prendere coscienza che gli schemi entro cui siamo cresciuti e che ci hanno fatto arrivare fino a là sono gabbie da cui è davvero difficile uscire.

E allora, se ne saremo consapevoli, cominceremo, da soli o con l’aiuto di qualcuno, a destrutturare noi stessi, smontare l’impalcatura che ci regge in piedi, lavorare per rifare la base del nostro sentire. Per ricostruire il nostro piano di realtà. Per ri-abilitarci. Con fatica. Con dolore. Ma va fatto.

E incontreremo sulla nostra strada chi vorrà farci le scarpe o imporci la sua idea magari togliendoci l’autostima e la dignità. E la forza, quella che stiamo cercando di nutrire e che ci fa andare avanti come equilibristi. Dovremo imparare a tenere costantemente le antenne dritte per captare i pericoli. Per non permettere a nessuno di rimetterci in gabbia. Ma forse questa è una di quelle cose che solo l’esperienza è in grado di insegnare.

La gabbia è mancanza di libertà. Libertà di pensiero innanzi tutto oltre che di movimento e di scelta. In molti pensiamo di essere liberi e di agire come meglio ci aggrada. Ma non è così. Questa è una presunzione. I nostri giorni e i nostri atti sono condizionati dalla nostra educazione, dalla nostra cultura, da chi abbiamo vicino, da chi amiamo, da chi lavora con noi, da chi ci guarda e ci giudica. Ce lo dicono i sensi di colpa che tutti noi conosciamo.

Fermiamoci dunque un attimo a riflettere. Quante volte avremmo voluto agire in un certo modo ma non ne siamo stati capaci? Avremmo voluto difendere la nostra anima e invece abbiamo fatto scelte contrarie al nostro sentire? Avremmo voluto andarcene e invece siamo rimasti? Avremmo voluto dire quello che pensiamo e non ne abbiamo avuto il coraggio?

Gabbie.

Ma ciò che conta è vedere le sbarre. Quelle che ci tengono in prigione perché questo non è per nulla scontato. Ci sono persone che in una vita intera non se ne accorgono e pensano che il mondo finisca là, dove le sbarre segnano il confine tra il dentro e il fuori.

E in fondo, in gabbia, in qualche modo perverso, riusciamo anche a sentirci protetti. Sicuri. Noi siamo dentro. E il fuori non ci può toccare. Ma questa è una delle più grandi disfatte. La paura di aprire quella porta, di scardinare quelle sbarre, di uscire, di confrontarci, di scoprirci inadeguati, di cambiare, di accettare la trasformazione. Di andare incontro all’ignoto, a ciò che non è rassicurante proprio perché sconosciuto.

E così si rinuncia alla metamorfosi dell’esistenza. A nuove possibilità, a orizzonti più vasti, a colori diversi, a lampi di luce capaci di illuminare ciò che abbiamo intorno permettendoci di vedere con occhi nuovi. E vivere liberi. Liberi, per quanto ci è possibile, dai condizionamenti.gabbia aperta

I più coraggiosi non si fermano, affrontano i propri blocchi con la forza di un leone e la leggerezza di una colomba.

Sì, i propri blocchi. Perchè queste sono le vere gabbie.

Ma finchè transiteremo in questo mondo, non illudiamoci mai di essere davvero fuori. Dalla gabbia.

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Chi lo ha scritto

Daria Cozzi

Triestina, due figli, una vita vissuta con passione. Ascolto tutti, soprattutto chi la pensa diversamente da me. E imparo sempre qualcosa. Mi piace comunicare attraverso la parola scritta, ma non solo ... credo che ci sia sempre una seconda chance, che possiamo crescere e cambiare pensiero, modo di essere, obiettivi e programmi per avere davanti a noi ogni giorno un orizzonte nuovo su cui scrivere i nostri progetti, dipingere i nostri sogni, depositare le nostre speranze. Ho raccontato la mia storia in "Quattro giorni tre notti", il mio primo romanzo.  

7 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Francesca Graziani

    Concordo pienamente.E il problema infatti non sono quelle gabbie, ma è ciò che è con noi in quelle gabbie che ci fa percepire un senso di libertà quasi invidiabile. Il punto è trovare il coraggio di guardare quelle catene, di guardare la gabbia in cui siamo rinchiusi. Io non se se sia un percorso volontario, imposto, involontario, frutto di una convenienza spicciola, anche per i falsi miti che ci propongono. La libertà è la determinazione di considerare noi stessi in maniera autentica e assumerci poi la responsabilità di agire coerentemente di conseguenza. Io credo che non soltanto ora siamo in gabbia: ora siamo sottoposti a modelli di libertà per opporsi a questa gabbia, ma che di fatto sono soltanto modi diversi di intendere la medesima cosa.

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  2. Valeria Bellinaso

    Post interessante. La mia opinione -che raccoglie anche altri spunti dai commenti- è che il “peccato originale” degli umani è che nasciamo talmente immaturi da necessitare supporto per tempi lunghissimi e quindi siamo esposti a curatele inadeguate, improbabili se non deleterie, con la conseguenza di introiettare informazioni e sentimenti distorti se non falsi . Con l’ingresso in società poi, ecco le “convenzioni sociali” divisorie e settoriali: maschio/femmina…ricco/povero…bello/brutto…del nord/del sud…artigiano/imprenditore…cattolico/mussulmano…

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  3. Antonio

    Bene, i luoghi comuni annoverati in questo scritto potrebbero far riflettere coloro i quali vivono in un contesto civile, ma gli altri, costretti a stare dietro sbarre vere, costruite da criminali efferati, sono esclusi anche elettivamente, forse perché la loro anima vola così in alto che noi, poveri idioti imprigionati dalle nostre città-luminarie non riusciamo neanche più a vedere.

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    • Daria Cozzi

      Caro Antonio, grazie per la tua puntualizzazione. Non posso che essere d’accordo con te. Ci sono gabbie e gabbie. Nel mio scritto, e questo vale per tutti gli scritti, la riflessione non può che essere parziale. Ci vorrebbe davvero un trattato di molti tomi per analizzare tutte le gabbie. E sono molte. Di tutti i tipi. E io riconosco di non essere competente per un’analisi così approfondita. Credo invece che se quelli che tu chiami “luoghi comuni” possono semplicemente muovere qualcosa nella coscienza delle persone, possono offrire uno spunto di riflessione e magari avviare un processo di risanamento che è latente in molti di noi, un piccolo, piccolissimo contributo questo articolo può aver dato.

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  4. AeRRe

    Ciao e complimenti Daria per la bella riflessione.
    Le gabbie più resistenti non sono quelle costruite da altri, ma da noi.
    Gabbie sostenute dal timore di deludere e perdere qualcuno che amiamo, dal non volersi attribuire totalmente la responsabilità delle proprie azioni (“non avevo scelta”), dal prender per verità dogmatica tutto ciò che ci è stato insegnato, dal credere ottusamente che il percorso della propria vita sia stato tracciato e non si possa rivoluzionare in corso d’opera.
    Quelle che, se vogliamo almeno provare a cercare la felicità, dobbiamo aprire, con una mandata di chiave, un seghetto o una cannonata.
    Come dici tu, non è per niente facile, ma ce lo meritiamo tutti.

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  5. Paolo Agnoli

    Contributo istruttivo davvero. Mi permetto una ulteriore considerazione. Se consideriamo anche le predisposizioni genetiche, la via che prende (per caso) durante la gravidanza lo sviluppo del nostro sistema neurale e ciò che avviene al nostro cervello nei primi tre anni di vita a causa degli stimoli (anche culturali, certo) esterni è difficile parlare in ogni caso di ‘libertà’. Su tutto ciò poi si innescano le ‘gabbie’ cui fa riferimento, bene, l’articolo. (Si potrebbe anche aggiungere -ma qui il discorso si fa più complesso ancora e lo lascio subito- che secondo alcuni fisici e filosofi se si accetta il fatto che noi non siamo altro che un fascio di quark e elettroni tutte le nostre decisioni di oggi erano già determinate un istante dopo il Big Bang). In ogni caso se le cose stanno così dobbiamo accettare il fatto che in morale la divisione tra diavolo e acqua santa è piuttosto artificiosa. Una cosa sono le colpe, una cosa le responsabilità.

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  6. Elisabetta

    Articolo molto interessante. Ci vuole coraggio per liberarsi delle proprie gabbie, ma è importante rompere le regole e uscire dalla propria zona di comfort. Per me è stato cruciale il momento in cui ho deciso di smettere di non voler deludere le aspettative della mia famiglia, per inseguire le mie passioni. E’ importante non lasciare che gli altri decidano ciò che è meglio per noi: il rischio è svegliarsi a 50 anni e rendersi conto di aver vissuto nella gabbia dei desideri degli altri.

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