Quei bisogni inutili che rendono l’uomo schiavo

12
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

“Accrescendo i bisogni inutili, si tiene l’uomo occupato anche quando egli suppone di essere libero” recitava Montale nel suo saggio “Ammazzare il tempo”. Era il periodo del boom economico, la piccola e media industria fioriva di un nuovo spirito che sapeva di innovazione e progresso, il popolo iniziava a respirare e potersi permettere un’automobile e la televisione. Con poco si passavano le giornate, cogliendo con molta più voracità ed essenzialità la vita. Il consumismo e l’era moderna hanno spazzato via l’autenticità delle cose. Sommersi di cose inutili, che hanno una durata limitata nel tempo, che inventano un bisogno e creano necessità sterili.

Sono ormai passati 50 anni ma il tema continua ad essere attualissimo. Chissà se Montale pensava di essere letto nell’era moderna così con tanta comprensione e attualità… Lo scrisse molto tempo prima che la rivoluzione elettronica arrivasse a colonizzare ogni vuoto, con l’eterna connessione di tutti a tutti, la cancellazione del tempo vuoto che è il solo tempo davvero libero. Un vuoto che non si riesce più a definire perché non si percepisce, perché diventa inesistente. Ammazzare il tempo non è stato mai di certo un mio problema, vorrei che le ore di una giornata si potessero moltiplicare, perché ho una reale difficoltà a conciliare tutto ciò che desidero fare. Ore, giornate, mesi volano senza essere assaporati fino in fondo. E diventa una rincorsa disperata contro il tempo, orari, appuntamenti, persone da vedere, attività da fare.

Come quando scendi dal treno a Milano e sei sommersa dalla corsa inevitabile di chi cerca di arrivare puntuale, tutti con un telefono in mano, un orologio al polso e una valigetta. Tutti che corrono senza prestare attenzione se calpestano i piedi a qualcuno, tutti incentrati su se stessi, evitando qualsiasi contatto con il mondo esterno. E così il nostro febbrile consumo di tempo assume i connotati inquietanti di un’anestesia di massa, di uno stravolgimento degli scopi e del destino della vita umana. Riempiamo le giornate arrivando esausti a sera, impegni, appuntamenti che distolgono l’attenzione da noi stessi e da quell’inevitabile necessità di guardarsi dentro. E scriveva Montale qualche riga dopo “E poiché pochi sono gli uomini capaci di guardare con fermo ciglio in quel vuoto, ecco la necessità sociale di fare qualcosa, anche se questo qualcosa serve appena ad anestetizzare la vaga apprensione che quel vuoto si ripresenti in noi.”

Bisogno. Parola che non ho mai amato, perché trasmette dipendenza. Tangibile e reale è che siamo circondati di soprammobili, di oggetti inutili che riempiono i vuoti. E bisogno è ciò di cui non puoi fare a meno, perciò diventa una malattia non viversi i momenti veri ed essere nascosti dietro ad uno schermo che ti lobotomizza, me compresa. Diventiamo tutti dipendenti e schiavi di un cellulare, della televisione, di Internet. Come una cara amica scriveva qualche tempo fa, di tutte quelle applicazioni che non ti permettono di sbagliare o che non ti fanno assaporare il gusto di cercare una strada, di perdersi, di usare la penna e la carta quella vera invece che una tastiera.

Gabbie come trappole per nuvole (Andrea Bianconi, Traps for Cloud)

Gabbie come trappole per nuvole (Andrea Bianconi, Traps for Cloud)

Ditemi se queste non possono essere definite gabbie. Gabbie costruite da noi stessi, comode e confortevoli nelle quali abbiamo tutto quello che ci serve, delimitato da confini e definizioni che ci fanno sentire meglio e al sicuro. Gabbie attraverso le quali ci sentiamo protetti, dentro le quali troviamo riparo e ci nascondiamo. Appena usciamo pero’ veniamo travolti dal mondo fuori, non più abituati ad una forma di contatto vera.

Così le sigarette, il cibo, un cellulare, una persona possono diventarti essenziali come l’aria che respiri. Tutte forme di dipendenza che considero gabbie. Bisogna solo avere l’onestà intellettuale di riconoscere quella gabbia che ti costruisci giorno dopo giorno e avere il coraggio di distruggerla per poter costruire qualcosa di molto più vero: iniziarsi ad aprire al mondo vivendosi anche quei vuoti di cui Montale era tanto spaventato.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

12 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Chica

    Secondo me dovremmo partire da noi, iniziare noi a fare il primo passo. Imparare a domandarci cosa davvero origina quel “bisogno”. E qualora ci accorgessimo che si tratta di dipendenza, o di un compromesso, o di una via preferenziale per concedersi un percorso comodo, avere il coraggio di ammetterlo, nominando ogni cosa per ciò che è. C’è chi rinuncia a un proprio sogno travolto dalla logica del consumismo, c’è chi si diverte a apparire anticonformista,tentando di proporsi come un esempio, mantenendo e difendendo allo stesso tempo il contatto con gli oggetti che lo circondano. C’è chi semplicemente vive, e vivendo dimostra di aver scelto di uscire da quelle gabbie.

    Rispondi
    • agostino

      io trant’anni fa, circa, ho fatto un viaggio con quella che sarebbe stata poi mia moglie: abbiamo percorso con una fiat uno ben 10.000 km. senza cellulari e senz navigatore e siamo andati da milano fino a capo nord! siamo sopravvisuti! siamo tornati a casa e gia’ allora avevo capito che cosa vuol dire partire …senza patire! poter fare a meno di cio’ che e’ inutile o comunque non indispensabile! certo, le comodita’ piacciono a tutti (credo) ma anche le sane scomodita’ ti fanno sentire VIVO! ….questa e’ la mia idea di liberta’ ….fare cio’ che si pensa meglio per te stesso ….farlo per stare bene …a prescindere da quello che fanno altri…., forse schiavi delle “comodita’ – superflue” ….

      Rispondi
      • Freida F.

        Agostino, grazie per la condivisione. Si vive la libertà quando si smette di delimitarla. Prendo spunto dal viaggi, bellissima idea!

        Rispondi
        • Eros

          La gente si aggrappa a dei abitudini come ad un scoglio quanto invece dovrebbe staccarci e tufarsi in mare per vivere. Scriveva charles bukowski

          Rispondi
    • Freida F

      Chica, grazie per le parole condivise. Cerco di guardarmi con verità tutti i giorni, ma a volte semplicemente è difficile…
      Presi da quella frenesia che ci fa dimenticare la bellezza delle piccole cose.
      A presto, Freida

      Rispondi
  2. Claudia

    Bell’articolo, grazie. Io penso che la misura vale per tutte le cose. Se utilizziamo un cellulare..e’ una gabbia quando se lo dimentichiamo da qualche parte ci prendono gli attacchi di panico, ma è una grandissima invenzione che ci permette di comunicare senza un filo. Se utilizziamo la tv…diventa una gabbia quando non riusciamo ad essere critici su ciò che ci propinano, ma è uno strumento comunicativo eccellente quando ci da le notizie (vere o no?) o ci fa gustare un buon film, o un bel documentario. Il computer e’ una grandissima invenzione, tant’è che eccoci qua ad aver la possibilità di lasciare un commento un’opinione..diventa una gabbia quando non scegliamo cosa ci fa bene e cosa no. Forse quindi dipende anche dal nostro senso critico e non solo dallo strumento in se. Su tutto una necessità di comunicare tutta particolare, legata a questo tempo e alla cultura, ma anche al bisogno di credere che le nostre idee valgano qualcosa almeno per qualcuno.

    Rispondi
  3. Antonio Capolongo

    Ottimo articolo. Freida, le tue parole – foriere di nuovi modi di impiegare il tempo – si collocano perfettamente nel ragionamento che vide impegnati, oltre a Montale, tanti intellettuali e filosofi tra cui, per me, svettano Aristotele (distinzione tra bisogni e desideri, legati rispettivamente ad una produzione naturale e innaturale) e Schopenhauer (l’oggetto del desiderio non ha più quell’attrazione, quel fascino che possedeva prima di possederlo… l’uomo si finge tutti gli “idoli” ai quali deve credere per sopravvivere).
    Arrivando ai nostri giorni, non si può assolutamente escludere la responsabilità di alcuni marketing manager che, istruiti a stimolare l’inconscio delle persone (consumatori) per suscitare un desiderio: “Quel prodotto deve essere mio”, hanno sacrificato l’anima per la materia, maltrattando, secondo me, la parte più “romantica” dell’economia, la scienza sociale che li avvinse da giovani.

    Rispondi
    • Freida F.

      Ciao Antonio,
      Che piacere un tuo commento… che come al solito diventa una profonda riflessione dove le parole danno spazio ad altri mondi, pensieri e punti di vista.

      Tornando al punto sui Brand Manager, penso che la responsabilita’ sia bilaterale e non univoca. La responsabilita’ della societa’ ma anche di chi la compone, la responsabilita’ di strategie di mercato ma anche dei consumatori. Forse noi, io, te, come altri, abbiamo una responsabilita’ “personale” legata al nostro stile di vita a come affrontiamo le cose e il mondo. Io mi sento responsabile se mi creo una gabbia, mi sento responsabile se compro un oggetto a cui non posso fare a meno, mi sento responsabile se mi faccio influenzare dai media o dalla comunicazione sociale di massa.
      Allora non siamo vittime, ma fautori di quello che siamo. Tutto qui.
      A presto,
      F

      Rispondi
  4. Anna

    Secondo me, se tornassimo ad imparare a distinguere i reali bisogni dai desideri, e poi ci chiedessimo se li desideriamo davvero, sarebbe già un passo avanti.
    …E abbasso i soprammobili!

    Rispondi
  5. Freida. F

    Ciao Gabriella, grazie per il commento. Abbiamo sempre l’occasione di uscire da quella gabbia, sia per scelta che per forza maggiore. E per fortuna direi. Non si possono indossare maschere e protezioni che ti costringono a vivere in un mondo ovattato dove la percezione della realtà è lontana dal concreto. Io stessa le porto durante la mia giornata lavorativa e credimi ogni giorno cerco di togliere qualcosa. La gabbia interiore la costruisci inevitabilmente, quando soffri per corazzarti, quando ti fai male per proteggerti e così’ via. Rimanendo in quella gabbia ti perdi tutto. La vita fuori, le emozioni quelle vere, che ti fanno piangere e ridere. E arrivi che un bel giorno ti accorgi che non sai neanche quante maschere ti devi togliere per essere veramente te stessa, per avere il coraggio di rischiare e vivere un emozione autentica. Bisogna avere il coraggio di perdersi…. perché prima o poi ritrovi quella bussola che ti indirizza verso la strada migliore.
    A presto
    F.

    Rispondi
  6. Gabriella Battilocchi

    Verissimo! Ma succede che un bel giorno un evento improvviso ti scaraventa fuori dalla gabbia e non riesci più a entrarci. Rimpiangi quella gabbia e le certezze fatue di allora che t’impedivano di pensare si! Ma anche di soffrire. E cambia il tuo mondo e la visione della vita, diventa un mare d’incertezze e paure, di domande senza risposta, di giorni senza senso. Allora cos’è meglio per la nostra esistenza? Io credo che la gabbia è meglio, certo magari costruita in un contesto d’amore e fratellanza.

    Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?