Pioggia sull’alveare

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Stamane piove sul mio alveare.

Vivo in un grande quadrato di cielo su cui si affacciano otto grandi condomini in Barcellona city: tante finestre e balconi si schiudono su di un cortile interno, quasi sempre spoglio. Un alveare umano, lo chiamo io. Dal mio sesto piano mi affaccio a guardare, come al cinema, il via-vai di vite sconosciute che mi respirano accanto. Il signore del secondo piano presenta, ogni mattina di sole, il suo fiero stomaco mentre legge sul terrazzo in mutande. La vicina del quarto accanto, avvolta nella tipica vestaglia da casa degli anni ’60, spruzza l’insetticida contro la persiana girevole. Gli appartamenti dirimpetto devono appartenere a giovani famiglie: gli arredamenti sono moderni, le stanze appaiono luminose, i mobili chiari. Ci sono persino dei giochi di luce, con lampade e candele, nelle sere d’estate.

Le tende leggere non nascondono il muoversi indaffarato di noi, api di città. Di corsa da un lato ad un altro, noi insetti a due zampe ci ritroviamo a sbattere le ali senza spesso sapere come e dove andare. Oppure, fissi nella corsa, dimentichiamo di goderci il paesaggio, di notare fiori meno appariscenti ma più succosi, bramosi del nettare di un ibiscus fiammeggiante ancora lontano.

Ieri sera, in una conversazione ad un bar di Tapas, si contavano le ore di lavoro settimanali: alcuni superavano le 100. La legge lo proibisce, certo, però lo tollera. L’uomo lo deride, vero, però lo cerca. Realizzarsi nel lavoro troppo spesso sembra essere sinonimo di un’abnegazione totale, una dedizione assoluta che genera un nuovo bisogno primario, proprio dello stacanovista moderno. Il monte ore è che ciò posso produrre, quanto valgo, il mio posto nel sistema. È ciò che Sono.

Trovo sconcertante tutto ciò. Ed ancora più abominevole il fatto che nessuno apertamente condivida tale teoria, ma solamente pochi si ribellino, preferendo l’ostracismo della massa alle glorie del produttivismo estremo.

Siamo Api. Corpi tozzi, a strisce come i carcerati, che volano con ali corte ma resistenti, producendo un buzz continuo che fieramente chiamiamo “attività”.

Abbiamo perso lo spirito del viaggio, quel piacere insito nell’andare e non nel raggiungere, in un dilagarsi trasversale che rallenta la marcia ma arricchisce lo zaino.  Ammettiamo il vagabondare curioso nel bambino, assetato di conoscere tutto, e lo tolleriamo nell’anziano, ormai troppo lento per correre ancora dietro a chimere lunghe una vita: Noi, però, non possiamo. Idolatri di un dio tempo da noi stessi creato, ci rilassiamo pianificando impegni e dimentichiamo come dalla  riflessione nasca il pensiero, dalla meditazione la presa di coscienza, dall’ascoltarsi la comprensione di ciò che si è e verso dove realmente si vorrebbe andare.

La felicità non può essere imprigionata negli zeri del conto corrente o in un titolo più o meno altisonante, ma piuttosto nel sorriso sereno e soddisfatto di una persona cosciente di sé. Non sto parlando di asceti e guru, ma di un uomo comune, immerso anche lui in quel suo tran tran quotidiano che lo fa sentire utile e produttivo. Un uomo moderno tuttavia ancora capace di non lasciarsi sommergere dal panta rei, di fermarsi, nel suo volo verso l’ibiscus, a godersi lo spettacolo della margherita ebbra di rugiada ed il ruotare lento del girasole, la brezza di un giorno inatteso e non pianificato, il tramonto rosato in un’ora di solitario silenzio.

Stamattina pioveva sul mio alveare, così ho deciso di fermarmi e assaporare  l’odore della pioggia. Il cinguettio di un uccello annuncia il ritorno del sereno a Barcellona city. Domani appenderò tende color prato.

 

 

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