Non mi chiamo Ted – parte I

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Non mi chiamoTed


Preparare il discorso da presentare a una conferenza non è mai una cosa facile. Soprattutto quando si vuole in qualche modo minare il concetto che sta alla base della conferenza stessa. Hai diciotto minuti a disposizione per cercare di spiegarti nel migliore dei modi possibili. Diciotto minuti che pesano quanto le parole, mentre pensi in silenzio. E intanto il tempo passa, tic, e le lancette dell’orologio corrono, tac.

Un racconto a puntate di Edward S. Portman

Mancavano ancora quasi diciotto minuti a quando lui avrebbe dovuto iniziare, e già cominciava a sudare. Nonostante l’aria condizionata sputata con circospezione da dei grossi bocchettoni attaccati al soffitto – delle gigantesche bocche spalancate in un’espressione di stupita meraviglia, a forma di O maiuscola, con denti e labbra tramutati in grate a maglie larghe – e a dispetto degli abiti leggeri che indossava – sia la camicia con le maniche arricciate lungo le braccia e il colletto aperto con due bottoni sbottonati, nonché i pantaloni leggeri di un completo scuro di cui la giacca era da tempo abbandonata su una sedia alle sue spalle – sentiva ugualmente il sudore bagnargli la fronte appena all’attaccatura dei capelli, e giù lungo i bordi, le tempie e lo spazio appena sotto, fino a formare un timido fiume sulla mascella sbarbata e arrivare, alla fine di un percorso fatto di zigomi prominenti e guance incavate, nel punto più estremo del suo mento. Più dei suoi tratti, il sudore delineava i contorni della sua faccia.
Lui sapeva bene per quale motivo una persona solitamente suda. È un modo per espellere dal proprio corpo delle sostanze di scarto. Non a caso il sudore in minima parte è composto pure da urea: come pisciare dalla pelle senza dovere andare in bagno. Al contempo è un metodo per abbassare la temperatura corporea, in modo da contrastare magari una febbre altissima capace di costringerti a letto, con le lenzuola tirate fin sopra la testa, e abbatterti nelle forze, sfiancandoti di stanchezza. Di solito si suda quando si è sotto sforzo, durante una corsa o un’attività fisica protratta, oppure per esprimere in modo involontario un determinato stato d’animo, attivando un metodo di comunicazione non verbale molto di moda tra i sociologi moderni.

In quel momento non stava correndo, anche se si sentiva trasformato in un unico fascio compatto di muscoli tesi, né era a letto a casa malato. Il sudore non poteva essere altro che lo specchio del suo stato d’animo. Era irrequieto, agitato all’inverosimile per la preoccupazione sorda di ciò che stava per fare.

Si trovava dietro le quinte di quello che avrebbe dovuto essere un palco ma che in fondo un vero e proprio palco non lo era affatto. Gli organizzatori dell’evento a cui stava partecipando, così come molti altri nati sulla falsariga, non avevano mai preso in considerazione l’idea di mettere i loro oratori su di un podio. Volevano che chi parlava fosse allo stesso livello di chi ascoltava, in modo da suggerire questa parità non solo a livello fisico ma anche mentale e di importanza. L’area disponibile al conferenziere di turno veniva delimitata solo da un fascio di luce proveniente dall’alto. Non c’era una linea tracciata sul pavimento, o una qualsiasi altra struttura a separare il palco-non palco dalla zona disponibile agli ascoltatori. I relatori erano semplicemente illuminati, mentre chi ascoltava era immerso nel buio. Per i primi era un po’ come parlare al nulla, o condurre una specie di monologo interiore ad alta voce, mentre per i secondi le parole assumevano lo stesso valore di una specie di folgorazione quasi divina.

Wayne Gonzales: Light to Dark / Dark to Light

Wayne Gonzales: Light to Dark / Dark to Light

Chi parlava, dalla sua posizione, scorgeva solo gli accenni delle prime file di sedie, illuminate dagli scorci della luce destinata a lui stesso. Poteva immaginare senza alcuno sforzo la grande sala gremita fino allo stremo, con tutte le sedie occupate e qualche persona costretta pure in piedi lungo le pareti, ma non poteva vedere tutto quanto con i propri occhi, doveva fidarsi della sua immaginazione. Il numero di partecipanti a ogni conferenza non dipendeva mai dall’effettivo quantitativo di teste e orecchie presenti ad ascoltarla, quanto piuttosto dall’autostima di chi la teneva: tanto più grande era quest’ultima, tanto maggiore erano i partecipanti, a prescindere dal numero reale di spettatori.

Da dove si trovava, dietro delle massicce tende rosse che scendevano da poco sotto il soffitto, attaccate alle stesse travi sulle quali si tenevano aggrappati i riflettori impegnati a delimitare lo spazio riservato all’ospite di turno, nonché le bocche dei condizionatori di cui sopra, sbirciava lo spettacolo da un angolo laterale, senza farsi vedere dal pubblico e allo stesso tempo senza riuscire a vedere lui stesso il pubblico. Non era curioso di sapere quante persone stessero assistendo al discorso tenuto dal ragazzo di più o meno trent’anni vestito con una caratteristica maglia blu priva di qualsivoglia tratto caratteristico (e che proprio per questo lo diventava nella sua totalità, caratteristica), intento ad agitarsi in quel momento a poca distanza da lui in modo molto professionale e disinvolto. Da un certo punto di vista non gli interessava neppure sapere quante persone avrebbero assistito al suo di intervento. Potevano essere dieci come centinaia, non aveva importanza. A farlo in parte preoccupare, costringendolo con le spalle al muro di fronte a un personale bilancio da tempo rimandato, era la possibile differenza di spettatori in negativo tra il suo discorso e i discorsi degli altri relatori. Come avrebbe reagito se al suo intervento avessero presenziato venti persone, quando invece all’intervento appena precedente se ne potevano contare moltissime di più? Un pubblico basso presente a tutte le sessioni poteva essere giustificato da una bassa frequenza all’intera manifestazione, ma un pubblico basso a uno o più interventi rispetto a tutti gli altri non poteva che sottolineare lo scarso interesse per l’argomento trattato, o l’incapacità di chi lo trattava. In qualsiasi caso: un duro colpo per il suo ego.

Se davvero il suo discorso avesse registrato un numero di spettatori molto inferiore all’intervento immediatamente precedente, ovvero quello del giovane vestito con la generica maglia blu, significava che un tot di persone si era alzato dalla loro posizione e aveva preferito andarsene via, rischiando pure di perdere il posto a sedere per gli interventi successivi. Anziché ascoltarlo per solo diciotto miseri minuti, avrebbero preferito correre il rischio di rimanere poi in piedi per il resto della giornata. Una bocciatura su tutti i fronti. Forse era quello il motivo per cui l’organizzazione aveva fatto in modo che gli oratori non potessero vedere il proprio pubblico, evitare lo sconforto per chi riscuoteva meno successo. Volevano una parità non solo tra oratori e spettatori, ma anche tra oratori e oratori.

[Non mi chiamo Ted - parte II]

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Tag

Chi lo ha scritto

Edward S. Portman

Sito web

Edward S. Portman vive nella provincia di Pistoia dal 1980. Abita in un corpo con il quale condivide alcuni disturbi e acciacchi fisici. Passa il tempo a leggere e a cercare risposte accettabili a domande che la vita pare rivolgergli in continuazione. Di tanto in tanto scrive, e quel che ne viene fuori a volte è abbastanza gradevole da poter pensare di essere fatto leggere ad altri. Immagina ci sia qualcosa la fuori, se non la verità almeno una bella città ancora da visitare.

Perché non lasci qualcosa di scritto?