Musica proibita… l’ebbrezza dell’amor (parte prima)

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“L’oro stava lasciando posto all’argento” fu il primo pensiero che mi sovvenne quando vidi Marcello in quella sala piena di colori – una mostra collettiva dedicata all’arte contemporanea.
Al primo impatto stentai a riconoscerlo, soprattutto per via di quel colore plumbeo-argenteo che aveva preso a contornargli il volto. Poi, ebbi la sensazione di essere rapito da uno sbalzo temporale. Mentre focalizzavo lo sguardo, infatti, a quell’immagine se ne sovrappose un’altra – noi due ragazzini fra i banchi di scuola – relativa al periodo durante il quale assistevamo rispettivamente e specularmente al passaggio dalla voce infantile alla voce adulta, a volte manifestantesi in repentini slittamenti che provocavano collettive e incontenibili risate grasse; scene ricorrenti e appartenenti alla grande famiglia il cui figlio prediletto era la spensieratezza.
Una propulsione della risata il cui picco sembrava non avesse mai fine, soprattutto a partire dal richiamo “in crescendo” dell’insegnante di turno, dapprima lieve e parlato, poi sempre più acuto, fino a divenire urlato. Era a quel punto che i decibel oltrepassavano la soglia di tolleranza dell’udito per andare a scolpirsi in un cantuccio dell’anima raramente accessibile: la memoria fantastica, certo sita nel più ampio luogo della proustiana memoria involontaria.
I miei occhi trasognati sovrapposero il passaggio delle voci a quello dei colori e, per un solo istante, ebbi il privilegio di osservarne la fusione. Poi le due immagini furono scisse di colpo, e il nitore dei colori incominciò a sbiadire la cromatura delle voci.
Mi sarei lanciato all’inseguimento dell’immagine digradante se Marcello non avesse volto lo sguardo sulla sua destra; movimento grazie al quale mi scorse immobile a pochi passi da lui. All’istante si stampò, sul suo volto, una gioia debordante. Corse ad abbracciarmi e, di lì a poco, ci trovammo seduti su una delle tante cassapanche accostate alle pareti dell’ampio corridoio attiguo alla sala, che avevamo appena abbandonato per via dell’urgenza di raccontarci vicendevolmente oltre dieci anni di vita.
Alternandoci, nei primi cinque minuti di conversazione, attraversammo, per sommi capi e tra risate a volte troppo sonore, quegli anni che ci avevano visti lontani; ma quando Marcello prese a soffermarsi su una scelta che stava segnando la sua vita, decisi di pormi solo in ascolto, ancorché lui, attingendo alla sua notoria educazione, mi invitasse costantemente a riprendere la parola. Invero, per non disattendere completamente i suoi persuasivi inviti, al mio turno ripetevo sempre la medesima frase: «Ti prego, continua». Quel bonario stratagemma, si rivelò il giusto viatico lungo il percorso di quel racconto-confessione che mi avvinse sin dalle prime parole.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Antonio Capolongo

    Grazie Freida, essere invogliati a tirare innanzi nel racconto è la migliore linfa che si possa ricevere.
    Ciao

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