Mai inaridire le idee dei bambini

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IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA. Una mamma, attenta e sensibile ai problemi dell’educazione, mi ha inviato il colloquio tra la sua bambina (Alice) e il cuginetto (Simone) registrato in auto durante il percorso di andata a Scuola nel giorno del debutto tra i banchi – a sette anni – del secondo anno dell’obbligo.

E’ un dialogo fugace e spontaneo, tutto proiettato sul loro futuro. Forse scaramantico, per non alzare il sipario su dieci mesi di Scuola dove sarà necessario eseguire scrupolosamente le quotidiane direttive didattiche degli insegnanti. Come dire, Alice e Simone prima di incamminarsi in fila-per-due sembrano chiedere alla luna di custodire questa preziosa collana di perle esistenziali: la testa all’insù, la fantasia, l’inattuale, il pensiero contromano.

Simone. Io da grande voglio fare quello che aggiusta i giocattoli dei bambini.

Alice. Ma non esiste come lavoro….children dreaming

Simone. Sì, esiste: lo faccio io!

Alice. Ma chi te lo insegna?

Simone. Nessuno. Lo so già fare!

Alice. Ah, allora puoi aprire una Scuola per insegnarlo ad altri.

Simone. Sì, vuoi venire?

Alice. Sì, verrò!

Simone. E tu cosa vuoi fare da grande?

Alice. Non lo so.

Simone. Puoi anche “non” fare nulla!

Entra in scena la mamma. Non si può “non” fare nulla. Un lavoro serve anche per guadagnare soldi per poi comprare il mangiare, i vestiti . . . altrimenti come si fa?

Alice. Io li prendo dal Bancomat!

La mamma: beata ingenuità!

Maria Montessori

Maria Montessori in classe

PAROLA ALLA MONTESSORI. In libreria, è tornato ad occupare l’Hit-parade dei libri profetici il best seller di Maria Montessori: La mente del bambino. Il Saggio fece epoca, perché in controtendenza con la visione romantica dell’educazione allora egemone. Questa, sognava un’infanzia traboccante di buoni sentimenti e priva-di-pensiero:  “via” peccaminosa e orcale, da tenere mille miglia lontana dal mondo di cose e di valori delle prime generazioni.

Ricordiamo – in proposito – l’assioma dell’idealismo allora imperante: rispettare l’infanzia significa chiuderla in una nuvola di beata e felice ignoranza.

Al contrario, la grande pedagogista marchigiana (orgoglio del belpaese) sostiene – senza inibizioni – la sua fede assoluta nell’esplosività dell’intelligenza delle bambine e dei bambini: questa, nelle prime stagioni della vita può essere accesa o tenuta peccaminosamente spenta. Un interrogativo che la Montessori scioglie senza incertezze, affermando che nella stagione infantile si decide tutto o quasi sul futuro della nostra intelligenza. Se sapremo capire il mondo con la nostra mente oppure con quella degli altri, se disporremo di un pensiero libero oppure prigioniero, se sapremo elaborare idee personali e critiche oppure cucinate e imposte da altri. Da illustre chiromante, Maria coglie nella sfera di cristallo un profetico paradigma pedagogico. Lo ricordiamo. Le esperienze intellettuali che si accumulano nell’alba della vita sono patrimoni “cruciali” per lo sviluppo della mente negli anni a venire. A partire dal presente proclama, la Montessori inaugura il volo perenne dell’intelligenza infantile: la sola in grado di non inaridire mai le idee dei bambini!

Attenzione, però. Il duplice volto della sua luna pedagogica ritaglia luce e buio.

Il suo primo sguardo è inondato di “luce”. Annuncia la disseminazione dei saperi e della cultura in ogni contrada della terra. A sud come a nord dell’Equatore, nei mondi della povertà come in quelli del benessere.

Il suo secondo sguardo è avvolto nel “buio”. Annuncia la standardizzazione delle conoscenze sottoposte, sempre più, a un ininterrotto bombardamento mediatico e digitale. Parliamo della pioggia di saperi surrettiziamente imposti che trasformano l’infanzia in pappagalli che ripetono lemmi precotti e surgelati. Del tutto inabili al gusto dell’apprendere da soli.

E’ tramite l’Educazione, sentenzia la Montessori, che è possibile  forgiare un allievo omerico. Questa, la carta d’identità del suo piccolo Ulisse.

E’ uno scolaro serio, concentrato, impegnato a dilatare i propri orizzonti di conoscenza e a esplorare mondi immaginari dove assapora una scoperta dopo l’altra e sceglie, autonomamente, i propri itinerari di conoscenza e di creatività.

E’ un’infanzia che osserva il mondo che la circonda, scrutando e sognando orizzonti lontani.

E’ un’infanzia che respira a pieni polmoni il mito e la favola, ma che sa anche pensare e congetturare  idee inedite e inattuali.

E’ un’infanzia che non ha più nulla di tolemaico (destinataria della trasmissione delle conoscenze) perché ha tutto di copernicano: la libertà della ragione e l’azzardo della fantasia.

L’OMBRA SINISTRA DI UNA PROFEZIA: L’INFANZIA IN LATTINA. Tenendo saldamente in mano la lanterna dell’intelligenza della bambina e del bambino, ci sembra si possa denunciare una coppia di “belzebù” nemica delle nuove generazioni. Parliamo del  Mercato (il suo obiettivo è un’infanzia/merce) e del Mediatico (il suo obiettivo è un’infanzia/decerebrata: tutta coccodè e vuota di utopie).

Siamo all’autunno della qualità della vita nella città contemporanea. Sulla porta d’ingresso sogghigna, con i denti da vampiro, una città dell’alienazione che catrama la testa e il cuore delle giovani generazioni. Un mondo dove le bambine e i bambini scompaiono nel frantoio consumistico, costretti a vivere in luoghi urbani “sregolati” e flagellati dal vento gelido del neoliberismo mercantile. Sono tessuti strappati di vita collettiva, privi di progettualità e di piani regolatori per la vivibilità sociale e culturale delle proprie cittadinanze. Di più. Sono spazi metropolitani ritagliati-a-misura dell’età generazionale che lavora e produce: l’adulto. Sono contesti urbani dove sono ridotte al lumicino le offerte di convivialità comunitaria destinate alle stagioni della vita non inserite ancora nel mondo del lavoro (l’infanzia e l’adolescenza) oppure già uscite dalle professioni (la vecchiaia).seamless town map

Di fronte a noi campeggia l’impietoso verdetto/denuncia della letteratura pedagogica sul precario stato di salute dell’infanzia nella città contemporanea. I bambini sono costretti a vivere in “gabbia” i loro 700 minuti giornalieri al netto del mangiare e del dormire. Tot-ore in famiglia, tot-ore a scuola, tot-ore per svolgere i compiti a casa, tot-ore per frequentare corsi pomeridiani a pagamento (a tassametro: corsi presportivi, artistici e altri), tot-ore davanti al video e al computer. Una catena quotidiana di “microtempi” che si susseguono sempre uguali: vuoti di avventure, di incanti, di sogni. Siamo dinanzi a un tragico baratro esistenziale: l’infanzia é sempre più desaparecida nei territori metropolitani. E’irrintracciabile nelle strade, nelle piazze, negli spazi di aggregazione comunitaria perché costretta a vivere in gabbia, in scatola, in lattina. Sulla scia delle citate metafore, i Report delle scienze dell’educazione profetizzano l’incubo di bambine e di  bambini coca-cola: sicuramente infelici!

Un’ultima domanda. E’ possibile riconsegnare il sorriso all’infanzia? Sì, a patto che venga diffusa una nuova qualità della convivialità urbana di cui ha diritto ogni abitante del pianeta. Traguardo perseguibile dando luce a una costellazione di Città delle idee: progettate e co-costruite da coloro che le vivono giorno dopo giorno.

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