La pagina della Cover Writer: “Non so niente di te” di Paola Mastrocola

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Paola-Mastrocola-non-so-niente-di-teQualcuno ha la vita che vorrebbe?
Un figlio deve abitare la nostra casa come un estraneo avventuroso e felice. Pietro Citati, scrittore.
Ripudiavamo fermamente l’idea che la conoscenza utile fosse preferibile alla conoscenza inutile. John Maynard Keynes, economista
L’idea capitalistica del PIL che dice che tutto deve crescere, porterà al disastro, mentre la legge della natura prevede una nascita, una crescita e un declino. Andrea Zanzotto, poeta.

Nella vita c’è un’unica relazione irreversibile. Quella con un figlio. Un figlio è per sempre. Siamo tutti figli. Il problema è che capisci cosa significhi solo nel momento in cui da figlio passi a giocare nel campo opposto: quello dei genitori. Perché finché sei solo figlio, una condizione che non hai chiesto tu, puoi sempre decidere di incolpare uno o entrambi i tuoi genitori, di startene tranquillo nella loro ombra o di far tutto per far tu ombra a loro, di seguire o ignorare le loro indicazioni, di andartene e abbandonarli, o semplicemente tenerli a distanza. Puoi finire male o bene per il troppo o troppo poco amore, per la mancanza di sostegno, per gli incombenti obblighi morali ed educativi che i genitori impongono. Puoi sentirti irrisolto perché ti hanno ignorato o perché avrebbero dovuto ignorarti un po’ di più. Puoi rimanere schiacciato dalle loro aspettative sproporzionate o dalla loro totale mancanza di fiducia. Puoi avere un costante senso di colpa per quello che fai o che non fai. Ma ripeto, dato che i genitori non si scelgono e ci tengono d’occhio finché campano, l’unico modo che esiste di crescere è superare, in quanto figli, i rapporti con loro.

Perché poi finalmente capisci che nemmeno i figli si scelgono. Chissà se eri tu quello che avrebbero desiderato. Chissà se tu fossi stato diverso, forse ti avrebbero trattato effettivamente in un’altra maniera. Nemmeno loro forse, sanno se avrebbero scelto altro. E invece da quando sei nato tu sei stato tu e ti hanno preso per quello che sei. Perché puoi pensare di cambiare fidanzata o marito, cambiar amicizie o lavoro. Cambiar vita. Ma nessuno al mondo ha pensato di cambiar figli.

Puoi scegliere, certamente, più o meno consapevolmente di avere figli tuoi, ma questo non fa necessariamente di te un buon genitore, e il fatto che tu faccia di tutto per esserlo non ti impedirà di fare errori e nulla impedirà a tuo figlio di sbagliare e magari darti le colpe dei propri sbagli.

Che poi, li conosciamo i nostri figli? Noi crediamo di sì, ma loro pensano di no. Ed è una sensazione reciproca. Pensiamo di conoscere i nostri genitori? E i nostri figli sanno chi noi siamo veramente? I nostri ragazzi, immaginano di essere sempre al centro dei nostri pensieri? Hanno la minima idea di come fosse la nostra vita prima, senza di loro? No. Giustamente, perché il fatto che una madre o un padre sono, prima di tutto persone, non è un motivo di interesse, come non lo è stata per noi la vita dei nostri genitori. Prima di noi, cosa esistevano a fare?

Poi quando hai figli tuoi lo capisci. Perché, dopo l’avvento di un figlio, non riesci più nemmeno a pensare al mondo senza che loro esistano. Ce lo dice il lessico. Esistono parole per indicare la perdita dovuta alla morte di mariti e mogli, dei genitori. Ma se si può “dire” orfano, non c’è una parola per dire la morte di un figlio. Di norma è un valore e un amore assoluto, incondizionato – anche quando ci sono difficoltà relazionali, in realtà si tratta più di incapacità che di mancanza di sentimento.

Ma non è d’aiuto tutto questo sentimento. Come dice Paola Mastrocola, insegnante, scrittrice e madre, l’amore incondizionato non serve a comprendere, perché l’amore cela, non svela. Anche fra madre, padre e figli.

Quando mi han regalato questo libro ero molto curiosa, perché “Quante cose che non sai di me e quante cose che non vuoi sapere”, l’interesse per le storie di gente in fuga dalla propria vita, il cercare di cambiar vita in genere, sono fra i miei argomenti di narrativa preferiti. La copertina piena di pecore e foglie, il titolo e soprattutto  il sottotitolo “Qualcuno ha la vita che vorrebbe?” come potevano coesistere? Potevano essere allo stesso tempo pieni di interrogativi, carichi di idee, di ipotesi – anche economiche -, di avvenimenti e non essere pesanti?

Sì, il libro “Non so niente di te” riesce ad essere pieno di leggerezza senza essere superficiale. Grazie al linguaggio e al piglio dell’autrice, che ci parla di figli, famiglie, obblighi, economia, crisi, come se il suo fosse un romanzo per ragazzi. Invece è una storia che tutti gli adulti dovrebbero leggere, perché racconta il disagio del sentirsi smarriti nella propria vita, sempre senza attribuire colpe, innescare lotte. Forse la totale mancanza di conflitto, presente solo in modo marginale, può essere un limite. Ma la totale mancanza di dramma ti fa riflettere. Ti fa pensare che non conformarsi alle altrui aspettative si può. Che si può cercare di cambiare vita, ma che spesso non le si può sfuggire. E che non è sempre e necessariamente un dramma.

Balliol College Oxford

Balliol College Oxford

Non so niente di te di Paola Mastrocola edizioni Einaudi.

… Possono i neonati fingere? E perché un figlio dovrebbe fingere proprio con i suoi genitori, coloro che lo hanno generato e lo amano incondizionatamente? Quale molla scatta nella mente di un figlio, un figlio buono, poi, gentile studioso, obbediente?

Per la prima volta nella vita Nisina Rocchi sentì la mancanza di suo figlio. Una mancanza sorda, che stringeva il petto in una morsa. Fil era fuori da 5 anni e lei solo quella sera ne sentiva la mancanza. é che a una madre non sembra lontano un figlio lontano quando sa con precisione dove si trova, cosa fa, quali luoghi e quali persone frequenta. Fino a che ha almeno un barlume della sua vita concreta. Lontana, ma concreta. Più sa con precisione, meno patisce. Lo colloca in uno spazio definito, in un ambiente, un tempo. Il solo fatto di poterlo vagamente immaginare glielo rende più vicino.

… ebbene lei era convinta di conoscerlo da sempre, il segreto di Fil, il segreto che Fil era. Non si trattava di presunzione, semmai di un eccesso d’amore. Amava talmente quel ragazzo che pensava di sapere tutto di lui. Come se l’amore fosse conoscenza… che ingenuità! In genere è proprio il contrario: l’amore offusca ogni chiarezza. Non capiamo mai bene coloro che amiamo, proprio perché li amiamo.

E l’amicizia serve a qualcosa? Dà accesso alla conoscenza dell’altro, aiuta a capire il perché delle sue azioni? No.

Le era venuta, in realtà, una strana voglia di tornare a casa. Una voglia piccola, ma improvvisa e forte. Non era tanto di tornare a casa, ma tornare e basta. Era … un desiderio di tornare. Quella morsa che ci coglie a volte a nostra stessa insaputa e ci sorprende: magari a una festa, nel mezzo di una piazza, tra la folla, al ristorante, a una cena di famiglia, a un ballo, sull’aereo o anche al buio di un teatro. Non importa dove, in qualunque modo vadano le cose, non ci sentiremo mai a casa.

Così si era vissuti, per una trentina d’anni fino a quei primi giorni di novembre2011, inun tempo vuoto e triste. Grigio, dovessimo indicare un colore, come son quei cieli nuvoli e nebbiosi, incombenti come cappe.

Le deviazioni per lei erano sempre una festa, un modo di riprendersi la vita, sentirla scorrere come il fiume che costeggiava. Aveva bisogno di rilassarsi, mettere ordine, radunare i pensieri.

Il fatto è che Fil era nato così: gli piaceva essere buono. Cioè, lo era per carità, lo era davvero un ragazzo buono. Diligente, quieto. Ma soprattutto gli piaceva!
Gli piaceva essere considerato buono, più ancora che essere buono. Sentire che gli altri intorno erano contenti di lui, sopratutto la famiglia … Questo più di ogni altra cosa lo faceva sentir bene: corrispondere. Corrispondere esattamente a quel che gli altri volevano da lui, coincidere. Non creare problemi, anzi rendere felici gli altri, tutti quelli intorno. Così che poi è bello vivere della felicità altrui.

La felicità sociale prende avvio dagli altri, e poi dagli altri riverbera sull’individuo, e dall’individuo rimbalza ancora sugli altri … La felicità sociale ci rende più sereni, pensava Giuliana. Certo. Chi invece sceglie di essere felice soltanto individualmente si condanna a una vita difficile, impervia.

Con quanti filtri davanti agli occhi vediamo gli altri? E un essere tanto amato, siamo in grado di vederlo per quel che è, senza rivestirlo degli abiti che noi vorremmo che avesse?

La realtà presenta lati oscuri, – disse, – ma non vuol dire che siano oscuri in sé, vuol dire che noi non siamo così bravi da vederli. Non abbiamo gli occhi buoni, non le pare? Un po’ come la luna quando ne vediamo la metà, non vuole certo dire che è dimezzata.

… Max Weber (uno dei più grandi sociologi di fine ottocento). Secondo lui il capitalismo, a forza di burocrazia, sarebbe presto diventato una gabbia d’acciaio.

Allora Fil immagina che lui non ce l’ha quel tempo … Quel tempo è un lusso. … Quello è il tempo vero, il tempo che non ha. Qualcuno glielo ha preso, e lui non sa nemmeno dire chi, perché, e quando se l’è lasciato prendere, e in cambio cosa. Sa solo che lo vuole lui, adesso, quel tempo.

Si accorge che non può dire la verità, perché quello che è vero è anche maledettamente indicibile. Come fai a dire, a due mesi dalla fine del master che lasci, che rifiuti il dottorato e te ne vai in campagna a pascolare pecore? Come fai a dire queste cose hai tuoi genitori?

Fil è confuso e irrequieto. … Lui non è contro … Lui è solo fatto in un altro modo. Non vuole fare la vita di suo padre, tutto lì, ma questo non significa andargli contro.

Glass-CeilingTheory

Glass-CeilingTheory

Le ultime generazioni sono cresciute meno, anzi, adesso non crescono affatto, perché … sono partite altissime! L’ultima generazione, la sua, la generazione detta dei precari, i cosiddetti giovani senza futuro, non può muoversi, non solo per la crisi, ma perché parte dal livello massimo raggiunto dalle generazioni precedenti. E certo che non si muove… Non c’entra la decrescita, l’idea è di prevedere un “stato sereno di non avanzamento” …

Hai voluto sempre il meglio per me. ma forse è questo papà. Nessun genitore deve volere il meglio per suo figlio. E sai perché? Perché non lo sa. Un genitore non sa cosa è meglio. Non lo può sapere, come potrebbe? No è solo un genitore. E allora dovrebbe starsene a guardare e basta. Un po’ come si sta davanti al mare. si accompagnano le onde con lo sguardo. … Un figlio che non continua il padre spezza la linea. La rompe, é un elemento di rottura. … quella linea spezzata continua, però. Continua da un’altra parte, in un altro modo, e va bene così, perché comunque quella linea è nata da voi, viene sempre da lì.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. marinda

    Grazie a te, che mi hai segnalato questo libro, e a chi me lo ha regalato, my friend.

    Rispondi

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