La gabbia: sogno o son desto?

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Soffocato, congestionato, asfissiato. Gettato nudo su un pavimento umido in una stanza fredda illuminata al neon. Non è cosciente dell’ora, del dove, del perché. Non ricorda chi è. Ha solo quella vista grigia tutta intorno, uno spazio limitato da sbarre e una smania feroce di fuggire.   Eppure sa che non può, sa che la gabbia è la sua vita presente e futura, a stento ricorda cos’era quella passata.

Raggomitolato a terra come un neonato appena scivolato fuori dal ventre della madre, si agita nello sforzo convulso di aggrapparsi alla memoria. La prima cosa che vede è un tempio greco, o almeno così sembra. Maestose colonne di marmo e un toro sbuffante a guardia dell’ingresso. Un ometto sorridente ammicca a distinti signori in giacca e cravatta: “Investite da noi, ci sono molti meno comunisti e tante belle ragazze”. Adesso è in mezzo a un vecchio paese diroccato, come nel set cinematografico di un western girato in una città fantasma e sempre lo stesso ometto gli viene incontro in mezzo a quelle macerie e lo rassicura: “Certo per ora i terremotati sono in alloggi temporanei, ma la dovrebbero prendere come una settimana di campeggio!”.

Il povero abitante della gabbia sorride, adesso nella sua mente sfilano cammelli e bellissime hostess miracolosamente convertite all’Islam, amazzoni e vecchi dittatori che si compiacciono delle loro lingue lunghe. Il suo sorriso si storce in una smorfia di dolore quando quelle giovani donne si trasformano in uno sciame di strilloni. I ragazzetti colpiscono il carcerato lanciando i loro giornali e gridando i titoli a gran voce: “Premier in tribunale a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa!” “Prescritto il processo del presidente sul lodo Mondadori!” “Nuovo processo per frode fiscale in Mediatrade!” “Appropriazione indebita sulla casa cinematografica Medusa!” “Ipotesi di corruzione giudiziaria nel processo Mills!” “L’avvocato Ghedini ottiene l’ennesima prescrizione per il premier!”.

L’abitante della gabbia preme le mani sulle orecchie quando sente risuonare nella cella la voce suadente dell’ometto, ma adesso metallica e alterata come da una cornetta del telefono: “Ce n’erano undici, ma me ne sono fatte otto”.  “Marysthell stanotte abbiamo fatto pazzie, sono distrutto” “La Minetti travestita da suora ha ballato sul tavolo, non puoi capire..”. Stremato dal peso della sua memoria, piangendo disperato su quel pavimento umido della gabbia fredda illuminata al neon, l’uomo si sveglia nelle sue lenzuola di seta.

“Amò, hai fatto ancora quel sogno? Quella d’aa gabbia? Guarda che so’ venti minuti che ti dimeni, ti sei pure fracicato tutto. Ma lo vogliamo chiamà ‘sto dottore? Oh, quello dice mi madre che è un luminare!”

“Dottore? No senti, Francesca io ti devo dire una cosa. Io in tutta la vita non mi sono mai sentito in colpa per niente. Mai. E questo non perché io non abbia cuore, tu lo sai meglio degli altri, ma perché mai una volta ho fatto cose di cui mi dovessi vergognare o che non fossero giuste. Solo gli idioti non vedono che è necessario fare un po’ di male quando si vuole ottenere un bene più grande. E io non sono un idiota, Francesca. E forse sì, ho dovuto pagare qualcuno, o far star zitto qualcun altro o convincere con le cattive qualcuno che non aveva ceduto alle buone, ma è sempre stato per qualcosa di giusto e perfetto. Io ho dato lavoro, ho portato ricchezza, ho creato intraprendenza. Dio solo sa cosa sarebbe stato questo paese senza le mie aziende. Dio solo sa quanti soldi, quanta creatività, quante energie! Quanto sangue ho dovuto sputare, per il bene di questo paese.

Ogni tanto penso a quando andavo alle elementari, penso ai bambini che erano in classe con me. Penso alle loro vite scialbe, per lo più squallide, totalmente insignificanti.  Avvocati, operai, edicolanti, professori, dottori come ce ne sono a centinaia, tutti sostituibili, tutti anonimi sconosciuti. E poi penso a cosa sono diventato io e a quanto lontano ho fatto risuonare il mio nome, e non ho dubbi che ne sia valsa la pena e che tutto sia stato fatto per il migliore dei fini. Sono stato un imprenditore eccellente e un uomo politico coraggioso. Io non ho peccati Francesca, questo lo so e lo sanno anche i miei nemici. Ma i miei incubi no, non sono d’accordo, e non mi lasciano dormire.”

“Amò, ma che c’avrai il subconscio communista?”  
“Vabbè Francè, non hai capito un cazzo. Vado a farmi una doccia. E leva quel cane di merda dal mio divano”.

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Chi lo ha scritto

Giuditta Mitidieri

Ha due spazzolini in due case diverse, uno a Bologna dove studia Filosofia quando non le scappa da ridere e uno nel contado pistoiese, dove ha radici e affetti. Coltiva velleità letterarie da quando ha vinto un premio e si è montata la testa, nel frattempo dimostra simpatia solo a chi studia materie scientifiche e sogna di poter prendere a sberle tutti gli umanisti che almeno una volta nella loro vita hanno affermato con orgoglio "Io di matematica non ci capisco niente". L'unico uomo che abbia mai amato è il comandante Kim di Calvino. Le piace il limone, il chinotto, l'origine ebraica del suo nome e il mare selvatico della Liguria. Se potessse, vivrebbe dentro a un cinema. Finchè non le sarà possibile si consola scrivendo per L'Undici, come può.

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