Gabbie dorate a Hollywood: dagli albori agli eccessi di John Belushi

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Los Angeles, la non città: pozzi di petrolio ad accoglierti, luce californiana, glam anche di smog, grovigli di autostrade per arrivare ad Hollywood, la terra dei sogni, tutto è concesso, niente è vietato. Proprio vero?

La famosa scritta era, in origine, più lunga.

La zona degli “studios” era inizialmente una grande e luminosa distesa di “caprifogli” (“hollywood”, appunto), che qualcuno trovò perfetta per costruirvi stabilimenti cinematografici. Vi investì, in particolare, una comunità di ebrei provenienti dall’est europeo, prevalentemente commercianti o artigiani. Decisero di sfruttare l’ultima trovata dell’800, il cinematografo, inventato in Francia dai fratelli Lumière e particolarmente apprezzato dagli italiani. Il primo centro di produzione di un qualche rilievo, infatti, fu a Torino e il primo kolossal della storia è il film “Cabiria”, del regista piemontese Giovanni Pastrone.

All’inizio ci si doveva accontentare di una sorta di cartoni animati, azionati da un nichelino in una macchinetta (da cui il nome di “nickelodeon” dei primi cinema), poi la tecnica progredì.

Gli americani, dapprima, copiarono. David Wark Griffith diresse un superkolossal dal titolo “Intolerance” ispirandosi a “Cabiria” e pretendendo scenografie enormi e sfarzose, che, dopo la fine delle riprese, rimasero a marcire nel deserto, simbolo della megalomania umana.

Si abbondava in scene spinte e seni nudi. Gli attori erano elementi secondari, il regista contava qualcosa in più: l’importante era fare soldi. La prima sexy diva del muto fu Theda Bara, ebrea americana spacciata per una dark lady arabo–francese.

Girava molto denaro e gli attori acquisivano fama. I produttori dovettero rassegnarsi a riconoscerne il ruolo nel nuovo business e ad aumentarne il cachet. Nacque lo star system, che esplose dopo la nascita del sonoro.

I protagonisti del nuovo circo si ritrovarono improvvisamente ricchi e si misero in mostra per le loro sfrenatezze. Si arrivò, negli anni ’20, a registrare episodi incresciosi, mentre ancora non esisteva un apparato in grado di “coprire” il lato oscuro del nuovo, sfavillante mondo. E le trame dei film erano sempre più sfrontate.

Si giunse al codice Hays, chiamato così dal nome dell’ex funzionario delle poste ingaggiato per ricostruire l’immagine, già compromessa, del cinema USA.

Hays, un inquietante personaggio dalla faccia topesca, stilò un decalogo che in parte è ancora valido. Per sommi capi si può affermare che erano bandite, dalle sceneggiature, le situazioni scabrose, mentre i comportamenti immorali dovevano implicare la punizione dei colpevoli.

Shirley MacLaine nel 1959.

Shirley MacLaine ha raccontato che le gonne erano trattenute da un complesso sistema di spille perché mai, nemmeno durante le scene di vento e tempesta, si vedessero, o intuissero, le mutande.

Subdolamente entrò sempre, come sottotraccia di quei film, una certa critica all’Europa viziosa e l’esaltazione dei sani costumi americani, che ancora perdura.

Si solidificò per sempre il “romanticismo americano”, che fa da sfondo anche ad una storia di surgelati. L’intento moralistico non viene mai meno, neppure davanti ad un serial killer, che ha quasi sempre qualche buona ragione per agire. D’altro canto, pur di progredire nella scala sociale, tutto è concesso per raggiungere la felicità, ad esempio rapinare una banca per pagarsi l’avvocato. Africa, Asia e America latina esistevano solo come elementi esotici e di nessun rilievo sociale.

Il cinema era, ovviamente, cosa di “bianchi”: i protagonisti di colore si fecero notare solo negli anni ’60, a parte l’eccezione di “Via col Vento”, che costituisce un caso a parte. Qualche edificante storia d’amore “mista” aveva un intento educativo (come “Indovina chi viene a cena?”) o un esito negativo (attenti, è meglio evitare), ma per lo più veniva celata dietro un pretesto (missionaria e servitore, ragazza madre e vicino di casa in miseria). Oggi i due mondi viaggiano separati, dopo un decennio di tentata integrazione tra personaggi.

Dietro la storia ufficiale, spesso il film ne nascondeva un’altra parallela, di solito gay. Tale pratica è ancora in uso.

Anche le vite degli attori dovevano rimanere sotto controllo. Solo matrimoni, niente convivenze. Guai ai figli fuori dal matrimonio. Nacquero le agenzie per proteggere la vita privata dei divi, compito davvero arduo. Tutti apparivano belli, sani e sportivi. La parola “droga” era scomparsa dal vocabolario. Sullo schermo nella vita si poteva bere, fumare non era considerato disdicevole (gli USA erano grandi produttori di alcool e sigarette). Curiosamente, non si puntava tanto sulla purezza femminile: è un argomento che hanno reso di moda più di recente personaggi come Brooke Shields, Witney Houston e Britney Spears: tossicodipendenti, baby nudiste per pedofili, mentitrici, spose e divorziate nel giro di una notte, ma portabandiera dell’integrità fino al ridicolo. Sopravvive, in figure come Sharon Stone, un residuo modello di diva incontrollata e un po’ dissoluta, cui tutto è concesso. Nel mondo delle donne afroamericane andrebbe forse ricercata una forma di riscatto dai cliché, ma finora ancora nessuno ha pensato di approfondire quel modello.

Charlie Chaplin nel 1910 circa.

Il lavoro non mancava ad avvocati, manager e gossippari. Il più bersagliato fu Charlie Chaplin. Gli attribuivano figli a profusione e la propensione verso le lolite minorenni. Il genio inglese, attore, regista, musico e danzatore, a quanto pare era dotato di un’esuberanza sessuale sopra la media. Frequentava indifferentemente ragazze del popolo e pupille dei produttori. Prima di calmarsi con la quarta moglie e la nidiata di figli che ne ebbe, fece l’errore di sedurre l’unica donna che avrebbe dovuto evitare, l’attrice fallita Marion Davies, protetta e amante del magnate della stampa Randolph Hearst. Non fece più vita. Lo dipinsero come un satiro venuto dall’Inghilterra a insidiare le brave ragazze (che tanto brave non erano). Inoltre era critico verso la società statunitense e spuntò il sospetto di comunismo. Finì i suoi giorni in Svizzera.

Altri che ebbero non pochi problemi furono, per esempio Clark Gable e Cary Grant, in testa a una lunga lista di bei ragazzi accusati di essere passati, prima del successo, da letti di produttori e registi (maschi) e di anziane femmine in cerca di gigolò da sposare ed esibire. A nulla valse, in seguito, mostrarsi in giro con una sequela di giovani e avvenenti fanciulle e nemmeno il romantico matrimonio di Clark con la splendida collega Carol Lombard.

Jean Harlow, morta nel 1937 a ventisei anni, prima diva ultrabionda, brillante e ironica nelle sue interpretazioni, fu indiziata di condotta immorale, soprattutto dopo l’apparente suicidio del secondo marito (giallo mai risolto). Di Joan Crawford, regina dello schermo degli anni ’30 e ’40, un oscar e quattro mariti, sono conosciute immagini porno e lesbo. Viene ricordata per il libro dedicatole dalla figlia adottiva. In esso, e nel film che ne fu tratto, (“Mammina cara”) la Crawford viene dipinta come una sadica ninfomane.

Notorio è altresì che molti matrimoni erano di facciata, come quello di Rock Hudson. Grace Kelly fu risparmiata in vita, ma sommersa di insinuazioni dopo la morte. In biografie postume fu dipinta come un’assatanata, abile a fare il colpaccio con l’ingenuotto principe da operetta. Marlon Brando, dopo che i suoi figli combinarono una serie di guai, non si curò neppure di smentire le voci su di lui.

Questo era il clima. Ne uscivano bene solo John Wayne, l’eroe cinematografico per eccellenza, che andava risparmiato e Liz Taylor, astuta baby diva, cui si perdonava tutto, perché, forse, aveva gli amici giusti. E James Stewart, irreprensibile a oltranza. Greta Garbo si nascose, ma lei era svedese, non contava.

Insomma, gabbie dorate. In realtà pare che quelle invisibili, di gabbie, pesino molto e quando meno ce lo aspetteremmo. Ambiente, territorio, condizioni di lavoro o sentimentali insoddisfacenti, tali ci sembrano infatti e uscirne può essere più difficile che evadere da un carcere. Tuttavia, molti non immaginavano, quando scalavano posizioni ambite o desiderate da una vita, di ritrovarsi proprio nello stato di un recluso senza via di scampo. Conoscete la storia di John Belushi?

John Adam Belushi (Chicago, 24 gennaio 1949 – Hollywood, 5 marzo 1982)

John nacque a Chicago nel 1949 da Adam e Agnes, albanesi, di professione ristoratori. Per il ragazzo questa provenienza etnica era già un problema, tanto che per anni si dichiarò di origini greco–italiane, a suo avviso comunque preferibili. Allora, per quei pochi americani che la conoscevano, l’Albania era soltanto uno sfigatissimo paese comunista, amico della Cina. Ai tempi di Mao, per significare “uomo bianco” si diceva “è un albanese”.

Erano quattro figli, uno dei quali, Jim, farà l’ attore a sua volta. Tra i due fratelli , molto legati, non mancavano baruffe e scazzottate. Un grande affetto li legava alla nonna matriarca. John, un biondo frugoletto, si trasformò con gli anni in un ragazzone bruno, dal massiccio fisico balcanico, dotato nello sport, e si fece subito notare per la “verve” scenica; era considerato un idolo goliardico, una specie di giullare del liceo, ma avrebbe preferito un maggior seguito presso le ragazze. Presto incontrò la futura moglie, Judy Jacklyn, unica donna della sua vita, di qualche anno più giovane.

Conobbe poi il belloccio e dinoccolato canadese Dan Aykroyd, aspirante attore e sceneggiatore. Tra i due nacque subito una bella amicizia virile, da romanzo. Pur se conducevano vite private distinte e avevano interessi diversi, erano l’uno per l’altro. Condividevano bravate giovanili, tipo rubare i motori ai fuoribordo, e l’uso di droghe, senza farsi mancare nulla.

Per un certo tempo i due gestirono un locale alternativo a Chicago, il Blues Bar. Poi giunse la trionfale carriera televisiva, nel programma “Saturday Night Live”, fucina di talenti comici, da Robin Williams a Eddie Murphy. Si spostarono così a New York. A capodanno del 1977 John e Judy si sposarono. Lei usava sostanze e dapprima questo fu elemento di affinità.

Lui lavorava senza sosta nello show, eclettico nelle esibizioni: parodie, siparietti, un fuoco d’artificio di personaggi veri e inventati: ape regina, con tanto di costume giallo e nero gonfiato, compulsivo cameriere di un pazzo fast food, le famose imitazioni di Joe Cocker e Toshiro Mifune, il surreale “la cosa che non voleva andarsene”, gags deliranti e irresistibili. Il cinema non tardò a farsi vivo. John è ricordato sostanzialmente per quattro film.

Belushi in una scena di “Animal House”

“Animal House”, diretto dall’amico e sodale John Landis (poi noto per film come “Una poltrona per due”).
Ambientato in una confraternita studentesca e girato appunto alla “Alpha Fraternity”, nel New Hampshire, Belushi vi interpreta la parte di Bluto, studente trucidissimo, che scatena baldorie incontrollabili, il tutto in mezzo a scene di balli e baccanali con attrici a seno nudo, che nelle produzioni americane di un certo tipo si faceva fatica a trovare. L’esordio è già controcorrente, e scioccante per il pubblico statunitense, che non amava, almeno allora, vedersi rappresentato per quel che era.

“Vicini di casa” diretto da J.Avildsen (regista del primo “Rocky”).
L’intenzione era buona. Il personaggio di John è sposato e ha una figlia; la sua famiglia è triste e conformista. L’arrivo di una coppia di vicini (il marito è Aykroyd), dallo stile di vita eccentrico e travolgente, lo trasformerà. Verso la fine del film, John distrugge simbolicamente il televisore. Fu una delusione. Regista e protagonisti avevano idee diverse sui tempi comici; l’atmosfera è buia e pesante; le interpretazioni dei due rimangono in stile di monologo televisivo; la carica dirompente della sceneggiatura non esce. Fallimento prevedibile? John già dava fastidio per il carattere difficile e le sue abitudini di vita.

“The Blues brothers” sempre di J. Landis e con Aykroyd.
Film di culto, per gli amatori. Due fratelli, con la fedina non immacolata, vengono a sapere che l’orfanatrofio dove sono cresciuti rischia la chiusura e fanno di tutto per scongiurarlo. Ci riusciranno a un prezzo…John e Dan, hipsters per eccellenza, vestono per tutto il film con abiti neri e occhiali scuri, look che verrà imitato all’infinito in sketches e pubblicità di tutto il mondo. E’ un carosello di stuntmen impegnatissimi, ospiti musicali d’eccezione (memorabili Ray Charles e Aretha Franklyn), coreografie in stile Broadway. Anche in questo caso, molto è tratto dai precedenti televisivi, ma funziona.

Passa per il film lo sberleffo a una certa società americana rozza e ignorante. Alcune scene sono davvero felici (una per tutte, quella in cui John chiede perdono, con scuse inverosimili, all’inferocita fidanzata abbandonata all’altare). Non manca la disinvolta etica di molta produzione statunitense, per cui si tollerano autentiche mascalzonate in nome del principio che il fine giustifichi i mezzi e si finisce per parteggiare per le due simpatiche canaglie. Film antirazzista per eccellenza, per alcuni con sottotrama filocattolica.

“Chiamami Aquila”, di Michael Apted.
Affiancato dalla dolce Blair Brown, John è un giornalista di Chicago che si mette nei guai per un’inchiesta scottante e si rifugia in uno chalet di montagna, dove si innamorerà di una ornitologa. A scampato pericolo, i due decideranno di non rinunciare al proprio stile di vita e di vedersi periodicamente senza vivere insieme. Un insolito Belushi romantico, in un ruolo delicato e apprezzabile.

Sempre inquieto, John aveva idee molto personali sui film da girare, riuscendo a scovare le sceneggiature più “scombiccherate”. Si scoprì anche produttore musicale, in cerca di gruppi “di nicchia” un po’ mattoidi, che piacevano solo a lui, perché i testi erano infarciti di riferimenti alle droghe pesanti.

Proprio questo stava rovinando i suoi rapporti personali. Benché amasse frequentare le conigliette di “Playboy”, sembra assodato che fosse stato reso pressoché impotente dall’uso eccessivo di eroina. Judy sosteneva di voler smettere con gli stupefacenti e desiderare un figlio, ma per molti era una figura ambivalente, che ne controllava la carriera senza aiutarlo più di tanto nella vita, anzi allontandosi di fronte ai guai crescenti del marito.

Privo dei suoi riferimenti, John andava alla deriva. Non era un cattivo ragazzo. Ripianò i debiti dei genitori, dovuti alla pessima gestione dei ristoranti; manteneva praticamente tutta la famiglia della moglie, dai suoceri alla cognata. Era un amico fedele e generoso, perfino un po’ timido, affettuoso, “grande abbracciatore”, come riferiscono in tanti. Innocuo e pacifista, costituiva una compagnia ingombrante ma affidabile, per coloro che amava. Solo che il suo grande amore era un altro, lo sballo: per dimenticare le pressioni dei produttori e dei parenti, il delirio malato dei fans che lo volevano buffone a vita e non attore serio.

Cominciarono così le scorribande notturne per Los Angeles, l’amata–odiata città dei sogni, su limousine guidate da autisti che iniziarono a passarsi voce: per lavorare con quello, volevano più soldi o niente, stargli dietro era un incubo. Frequentava compagnie che persino navigati personaggi come De Niro e Robin Williams ritenevano eccessive: minorenni interessate, spacciatrici di brutti modi, donne che un attore di fama avrebbe dovuto evitare.

Alcune simpatie, se le era perse per strada, con dichiarazioni avventate: criticato da Nick Nolte, aveva replicato che lui, John, non aveva fatto carriera grazie alle amicizie omosex.

La notte tra il 4 e il 5 marzo 1982, all’Hotel “Chateau Marmont”, noto per il pacchiano stile architettonico clamorosamente finto medievale e come residenza di varie celebrità, egli si trovava in compagnia di Catherine Smith, una specie di hippy strafatta, che campava spacciando; lei gli fece una “speed ball” (combinazione di eroina o morfina con cocaina, NdR) e se ne andò quando vide che le cose si mettevano male.

Dan Aykroyd a fianco alla bara di John Belushi

John, già imbolsito nel fisico, fu ritrovato nella camera sporca e disordinata dal suo massaggiatore, la mattina dopo.
Insinuazioni su come andarono realmente le cose non sono mancate. Qualche ora prima della morte Belushi si trovava appunto in compagnia di Robert De Niro e Robin Williams. Si dice che la polizia, nell’ambito di un’operazione antidroga, stesse indagando sul grande Bob ma, avendo le mani legate con la potente star di Scorsese, pensava di incastrare il più indifeso Belushi.

Fu sepolto a Martha’s Vineyard, l’isola VIP dei newyorkesi da lui amatissima, tanto da avervi comprato una casa. Guidava il corteo funebre Dan Aykroyd, in motocicletta.

Come spesso accade alle star d’oltreoceano, fu idolatrato più in Europa che a casa propria.

[Fonti: “Chi tocca muore,” Bob Woodward; “Cigni selvatici”, Chang Jung; ; History Channel; NateGeo; web.]

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Carmen Gueye

    Complimenti all’editor che sceglie le foto. Ricordando che in origine la scritta era più lunga, rammentiamo anche che fu teatro di suicidi….la storia di star e starlettes fallite meriterebbe un libro, anzi per chi fosse interessato ne suggerisco già uno “Hollywood Babylonia” di Kenneth Anger.

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  2. rashmani

    Se The Blues Brothers dà uno schiaffo alla cultura rozza e ignorante, Animal House ne dà uno altrettanto forte al codice Hays: gli anti-eroi guidati da Bluto sono tutti promossi nel finale, mentre gli odiosi WASP vengono condannati a destini tristi.

    Anyway, grande John!

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  3. Elisabetta

    Ho vissuto alcuni anni in Albania, e confermo che sia John che il fratello minore James (Jim) sono ovviamente venerati in patria. Grazie Carmen per aver riassunto così bene la vita di questo interessante attore.

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