7 ottobre 2013 Regina Coeli: un giorno in carcere

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Tornare, per la seconda volta, è stato molto più facile: niente ansia, sapevo la strada, niente paura di non sapere cosa dire, sapevo perfettamente cosa ascoltare, chi avrei trovato, lo sapevo già: delle persone a cui prima di andare via ,l’altra volta, avevo stretto la mano.

Il carcere di Regina Coeli è il principale e più noto carcere di Roma

Questa volta arrivo di corsa, Roma, via Lungara 29, tutto d’un fiato, il traffico, la pioggia, il lunedì mattina… venti minuti di ritardo… Misa è già al controllo documenti insieme allaPresidente dell’Ass. Giovanna D’Arco Onlus contro la Pedofilia e lo Psicologo Carlo Lai della Sapienza che oggi affronteranno l’esperienza con me.

Io torno per sentire le opinioni sul mio libro e me la prendo comoda. Lascio la carta d’identità senza sapere se aspettare lì impalata, oggi so che me la restituiranno quando uscirò, aggancio al volo il cartellino di visitatore; chiudo la borsa nella cassettina e via di corsa verso il meta detector; la guardia che ci accompagna è sempre la stessa, mi riconosce; i lavori procedono molto lentamente, ma procedono? Il papa presto arriverà in visita quindi…

Cammino a testa alta, sorrido ai visi stanchi delle guardie carcerarie, alcuni più gioviali altri mostrano occhi stremati alla grigia chiusura forzata dal loro lavoro; percorriamo il corridoio velocemente: siamo in ritardo. Stringo il mio libro tra le mani e guardo le inferriate tutte intorno.

Loro sono già lì, pronti, in attesa, tanti, molti gli stessi che avevo già incontrato, ne riconosco i volti, altri li cerco ma non li trovo; più tardi presenteranno le loro scuse tramite i compagni: hanno chi visita medica, chi incontro con l’avvocato; avrebbero voluto essere lì. Ce lo fanno sapere, ci sono. Alcuni visi nuovi. Ci salutiamo, Misa presenta i nuovi ospiti.

Oggi mi posso distrarre mentre il Presidente fa il suo intervento; li posso guardare senza fretta e allora ne posso scoprire i diversi volti. Alcuni sono più ansiosi: mi spiegheranno dopo che il loro umore dipende dal responso della pena, pattuita, concessa, attesa o sperata. Un ragazzo mi racconta di lui con le manette ai polsi con sua madre e i suoi familiari al di là della porta, che si trova in mezzo alla riffa dei numeri (anni di carcere) che potrebbero essergli assegnati; ora forse gli avvocati hanno concordato: cinque… forse… così io mi faccio trasferire a… e mi posso laureare… qui niente è concesso.

Misa mi conferma all’uscita che Regina Coeli è da sempre un carcere di passaggio e al suo interno sono rari i progetti portati avanti…”Tutto è concesso a Rebibbia” dice con aria rassegnata…

Il clima si scalda, Carlo però è molto bravo a riportare la discussione sempre all’argomento pedofilia (il tema del mio libro, NdR), beh in fondo è il suo lavoro… ma lui lo fa veramente bene. Gli uomini si aprono, raccontano di loro, il reato diventa narrazione e ognuno di noi entra nella storia dell’altro. Spillo vuole parlare con il Presidente che è anche avvocato; il ragazzo con il codino e gli occhialetti rifiuta l’incontro con il suo avvocato (d’ufficio ci dice dopo): vuole rimanere ad ascoltare.

Alcuni mi dicono di aver letto il libro, altri mi chiedono dove trovarlo. Il ragazzo russo è convinto che in Russia non ci siano pedofili. Chissà perché ognuno di noi vuole lasciare questa piaga fuori dalla sua vita. Alcuni ricordano che gli italiani detengono un vergognoso primo posto sul turismo sessuale. Non ci piace, ma è così. Escono fuori ancora gli uomini, Cesare ci declama una sua poesia in onore delle donne, scrivere poesie, disegnare rende la cella meno dura. “Viviamo in quel buco venti ore al giorno – mi raccontano- dobbiamo non pensare!”

Alcuni hanno messo il gel, sono ordinati, i più anziani hanno i capelli un po’ lunghi, i giovani li portano legati; il ragazzo russo è l’unico ad averli quasi rasati. Il ragazzo macedone mi parla di sua moglie e di sua figlia; un ragazzo ormai uomo racconta di quando da giovane rubava i soldi nel portafoglio dei genitori. All’uscita, dopo il caffè, con Carlo ci siamo confidati che lo abbiamo fatto anche noi. E allora cosa ha fatto la differenza? Perché noi abbiamo continuato gli studi e lui a dodici anni rapinava supermercati?

Alla fine dobbiamo uscire: è finito il tempo; tornare all’uscita è una passeggiata tranquilla tra amici, accompagnati da loro che uno ad uno devono tornare nei diversi bracci…Guardo nel braccio numero tre, c’è un camice verde, un infermiere, c’è una donna con la cartellina: un’operatrice… Poi detenuti in magliette scolorite e chi va e chi viene… le sbarre ora sono aperte. Dal cortile arrivano le pallonate sulle sbarre…Ormai siamo fuori. Un caffè per non separarci ancora…

Quest’esperienza ci legherà per tutta la vita…
Regina Coeli, via Lungara, 29.

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