11 film dal London Film Festival (2)

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Le altre 5 recensioni degli Undici (11) magnifici film visti al London Film Festival, dei film davvero consigliati, leggete e segnateveli in attesa che siano distribuiti nelle sale italiane.

The congress

“The congress” scritto e diretto da Ari Folman (USA)
Con Robin Wright e Harvey Keitel, Jon Hamm, Paul Giamatti.

Ari Folman è il regista del capolavoro Valzer con Bashir ma questa volta non fa del tutto centro. Il film si può tranquillamente dividere in due parti: quella animata, la seconda, e quella live action, la prima, e si può affermare che una è riuscita e toccante, la prima, e l’altra è caotica e non chiara, la seconda; il problema è che per il 75% del film siamo nel mondo animato. Robin Wright interpreta un attrice con una carriera non più florida che decide di vendere la sua immagine allo studio di produzione che dopo averla scannerizzata potrà usarla per qualsiasi progetto vorranno. Molti anni dopo tutto questo è sfociato nella creazione di una sostanza che ti permette di vivere nel sogno che desideri essendo la persona che desideri in tutto e per tutto, compresa un’attrice se vuoi.

L’inizio del film è incentrato sul convincimento della protagonista a vendere la sua immagine e vengono perciò toccate corde molto sensibili e l’intento accusatorio contro quella Hollywood che sta strumentalizzando e distruggendo il cinema è piuttosto chiaro, e a pensare che la macchina in cui la Wright viene scannerizzata nella scena più bella del film, in cui il semplice monologo del suo agente interpretato da Keitel e le inquadrature delle reazioni del viso della protagonista restituiscono un momento da antologia, a pensare che questo strumento esiste davvero viene un po’ paura.

Si fa poi un salto temporale di 20 anni e si arriva al giorno in cui il contratto dell’attrice scade e viene perciò chiamata ad un Congresso per firmare il nuovo progetto e diventare così una sostanza per chi volesse diventare lei. Per accedere a questo raduno anche lei assume quella che a tutti gli effetti viene considerata una droga permanente e si entra così nel mondo d’animazione ed è qui che si perde il filo, perché rimane chiaro l’intento accusatorio non più solo al cinema ma a tutta quella tecnologia che sta rovinando i rapporti umani (il presentatore del congresso si chiama guarda caso Reeve Bobs), ciò che si perde è tutto il resto, la trama ha dei buchi, non è sempre chiaro cosa succede o come si è arrivati a quella situazione e con tutti questi personaggi che cambiano aspetto non è nemmeno sempre chiaro chi sia l’interlocutore, però in fondo siamo in un mondo fantastico e psichedelico quindi forse tutto è voluto o almeno gli si può concedere il beneficio del dubbio. Va sicuramente detto che la tecnica d’animazione è molto ben fatta e i “camei” di celebrità cartoon sono delle chicche. Il ritorno alla realtà conclusivo sarà drammatico e il finale non sarà da meno.


The missing picture

“The missing picture” co-scritto e diretto da Rithy Panh, Francia
Documentario

Il 17 aprile 1975 i Khmer Rossi prendono il potere in Cambogia imponendo la loro dittatura e rendendo schiavo tutto il paese tanto da portare alla morte circa 2,5 milioni di persone. Purtroppo è un avvenimento poco conosciuto e il regista di documentari Rithy Panh ha deciso di dedicare la sua intera arte al ricordo di quei fatti drammatici e lui ha un motivo in più per farlo: è cambogiano, all’epoca aveva 9 anni e ha visto tutta la sua famiglia morire, il padre, la madre, i fratelli, le sorelle e i cugini, il suo villaggio è stato distrutto e lui a sofferto come nessuno meriterebbe. Quella a cui assistiamo in questo film è la sua storia, perciò non mi dilungherò nel dire quanto sia commovente e ben scritta. Ciò che merita attenzione dal punto di vista meramente cinematografico è la realizzazione di tale pellicola, poche immagini live action, alcuni video di repertorio in bianco e nero ma soprattutto immagini statiche coloratissime, quasi dei quadri, creati usando centinaia di statuine in fango costruite a mano, la cura dei particolari in queste ricostruzioni è minuziosa e sebbene sia statica grazie ai suoni riprodotti e al lento movimento di macchina sembra quasi in movimento.

Il film è un lungo monologo che non risparmia niente allo spettatore, la fruizione non è facile, può risultare lento in alcuni punti ma vale la pena guardarlo sino alla fine anche solo per conoscere tutta la storia e per la speranza che in fondo comunica. E una volta spento il proiettore ci si rende conto senza volerlo di aver assistito a qualcosa di incommensurabile, per i temi e il modo di trattarli, e necessario per la storia. Cos’è l’immagine mancante del titolo? Ognuno può darle il significato che vuole, il regista dà il suo ma non è assolutamente detto che sia l’unico possibile tant’è che lascio a voi decidere il vostro.

Premio Un certain regard Cannes 2013

Il tocco del peccato 

“Il tocco del peccato”,  (A touch of Sin), scritto e diretto da Jia Zhangke, Cina
Con Jiang Wu e Zhao Tao

Jia Zhangke è probabilmente il miglior regista nel rappresentare i mutamenti odierni della sua Cina e anche questa volta ci riesce cambiando però completamente registro, dal lento e riflessivo passa a toni molto più cruenti, a tratti action con qualche punta di ironia, di certo sempre violenti senza risparmiarsi nel mostrare il sangue, fortunatamente ciò che non viene mai a mancare è la sua visione poetica e quando questa viene perfettamente tradotta in immagini il risultato è garantito.

Assistiamo a 4 storie tutte da 30 minuti e tutte ispirate a fatti reali il cui leitmotiv è il medesimo: questa società in continua e veloce evoluzione porta con se pulsioni e tensioni terribili.

Un minatore è stufo della corruzione dei suoi capi. Un uomo è annoiato dalla vita e decide di viaggiare per compiere crimini in base alle sue voglie. Una donna tenta di cambiar esistenza ma non ci riesce e aggredita da un cliente reagisce. Un ragazzo è costretto a cambiare di continuo lavoro per poter sperare in una domani migliore. Tutti i 4 segmenti sono blandamente legati da alcuni contatti che fanno da passaggio del testimone e man mano che si susseguono il film ingrana la marcia, tanto da risultare l’ultimo episodio il migliore.

Siamo di fronte al Zhangke che non ti aspetti, con un tono più commerciale ma non per questo meno profondo, con un cast più macchiettistico ma perfettamente adatto alla situazione, insomma un film più vicino ai gusti del pubblico ma non per questo peggiore, anzi.

Premio miglior sceneggiatura Cannes 2013

Like father like son

“Like father, like son”, scritto e diretto da Hirokazu Kore-eda, Giappone
Con Masaharu Fukuyama e Yoko Maki

 

Il film si pone una domanda semplice quanto ardua: si è genitori per sangue o per amore? La famiglia Ryota è di classe borghese, il padre ha un buon lavoro, ha successo e vuole bene al figlio di 6 anni spronandolo forse eccessivamente a dare sempre il massimo, la madre remissiva vive per accudire il loro unico bambino. Un giorno vengono contattati dall’ospedale per informarli che il loro primogenito alla nascita è stato scambiato con quello di un’altra famiglia, perciò il loro figlio naturale vive con due fratelli insieme a genitori meno benestanti ma più spontanei e goliardici. Le due famiglie agli antipodi faranno lo scambio dei ragazzi ma dopo 6 anni in cui cresci un individuo forse il sangue non conta più.

La bellezza del film risiede interamente nella sua compostezza, dall’inizio alla fine risulta misurato e delicato in ogni settore, nulla è mai sbavato o sopra le righe ma sempre approfondito a dovere, non si rischia mai di cadere nel melodramma nonostante il tema possa permetterlo e la scrittura ne risulta così più toccante e veritiera. La regia è silenziosa nel seguire i suoi personaggi tra azioni e reazioni più o meno inaspettate e riesce a mantenere intatto dall’inizio alla fine come un alone il peso che comporta l’importanza di un quesito come quello che il film si pone. Gli attori riescono a ricreare due famiglie agli antipodi strappando più di una risata e magari anche qualche insegnamento, nel farlo sono naturali e per questo risultano ancora più toccanti donando un ulteriore valore aggiunto ad un film meraviglioso che sfiora le corde del cuore.

Premio della giuria al Festival di Cannes 2013

Miele valeria golino jasmine trinca

“Miele”, co-scritto e diretto da Valeria Golino, Italia
Con Jasmine Trinca e Carlo Cecchi

Il film è da parecchio uscito in Italia ed è ormai impossibile trovarlo nelle sale ma questo poco importa visti gli scarsi incassi ottenuti, ed è un peccato perché il primo film di Valeria Golino è un’onesta storia girata con cognizione su un tema fin troppo tralasciato.

Sotto lo pseudonimo di Miele, Irene si occupa di suicidi assistiti, in cambio di denaro segue i suoi “pazienti” negli ultimi istanti e si procura di persona in Messico un medicinale veterinario illegale in Italia perché in dosi massicce causa la morte per l’uomo senza lasciare traccia. Lei ritiene tutto questo giusto finché i suoi assistiti sono persone malate che difficilmente definirebbe la loro situazione Vita, ma quando incontra un anziano perfettamente in salute ma che semplicemente non ha più motivi e voglia di vivere le sue convinzioni mutano e apprende forse il vero significato del suo esistere.

Golino con professionalità e senza sbavature contrappone continuamente la meticolosità e compostezza dei momenti di eutanasia alla frenesia e irregolarità delle giornate della sua protagonista, trovando negli ultimi istanti di vita dei clienti molto più sentimento che non nell’intera esistenza di Miele.

Il messaggio ultimo del film non è chiaro e di certo non prende posizione sullo spinoso tema trattato ma pone molti interrogativi interessanti grazie all’arguzia di quel vecchio ingegnere, magistralmente interpretato da Carlo Cecchi, che si è stufato della stupidità dell’uomo e vuole smettere di conviverci, grazie al quale spesso ci scappa un sorriso amaro e perché no una lacrima finale. Nonostante una ottima Jasmine Trinca il film risulta a volte troppo smieloso (sarà colpa del titolo?!) e volenteroso di insegnamenti che tuttavia non arrivano sempre a destinazione, però in fin dei conti parecchi colpi li tira a segno e tanto basta per uscirne soddisfatti.

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