Umani troppo umani (racconto)

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Lei, Elena, iniziò la sua relazione con uno più giovane, lui, Sandro, iniziò la dura lotta con le donne. Dall’autunno del 1984, cioè da quando si separarono “di fatto”, Sandro intraprese il suo viaggio collezionando amplessi che lo rinfrancavano da Elena e lo spingevano verso la depressione.

Ebbe una relazione anche con la moglie di un suo cameraman che, dopo avergli sferrato un pugno in pieno viso, chiese, seduta stante, il trasferimento ad altro studio televisivo.

Erano gli anni Ottanta ed anche in Italia fece l’approdo, issandosi come la bandiera di un nave pirata, la peste nera del ventesimo secolo: l’HIV.

La ritrosia di Sandro per i profilattici era nota; l’isteria pubblicitaria contro quel maledetto virus aveva paralizzato l’attenzione pubblica e anche Sandro, in qualità del suo ruolo, fu chiamato a testimoniare in televisione. Furono organizzati parecchi programmi televisivi per dimostrare, per spiegare, per salmodiare sulla malattia. I dottori andavano in televisione per catechizzare – la malattia non poteva trasmettersi con un semplice bacio, servivano scambi di fluidi.

A Sandro non interessava. Durante una sua trasmissione, disse che avrebbe obbligato tutti i suoi sottoposti a usare il preservativo; alla fine della registrazione propose ad una ballerina nera, che snocciolava le stupende forme nello studio accanto, di seguirlo per un aperitivo. Finirono a letto, senza preservativo ovviamente.

Di quegli anni, Sandro ricordava principalmente due pubblicità che lo facevano sbellicare dal ridere. Una per contrastare l’HIV, in cui esseri umani, circondati di aloni violacei, rappresentavano le persone infette in un gioco scenico di trasmissioni continue. L’altra era un Cristo Negro che faceva da ouverture alla sigla di un programma televisivo intitolato Nonsolonero. Avrebbe dovuto produrre integrazione, cultura del diverso, melting pot, in Sandro ispirava solo un delirante ghigno ridanciano.

Per fortuna venne Giovanna, la seconda moglie dopo Elena, che fu il freno a quel Picaro delle avventure sessuali. La partita Italia -Uruguay, ai Mondiali di calcio del 1990, era un ottavo di finale e fece da apripista al futuro amore tra Sandro Reboianni e Giovanna Zanon.

I Mondiali di calcio di Italia ’90 furono un evento miracoloso ma a Sandro tutto questo faceva schifo. Il calcio lo rendeva odioso. Non voleva essere come quel branco che si affannava a seguire le gesta di ventidue atleti messi alla rinfusa su un prato verde. Odiava l’accalorarsi ipertrofico delle persone che considerava ominidi. Allo stesso tempo era incuriosito e un po’ invidioso degli sguardi fieri che i suoi amici riuscivano a inspessire nei loro occhi.

Giovanna Zanon si trovava lì, in quella serata di giugno del 1990, era sola e aveva un bel da fare per tenere a bada una mandria di corteggiatori che la insidiavano. Sandro era stato invitato a casa di Callisto Snaporaz, un suo vecchio amico. Callisto era un conduttore televisivo che aveva invitato, parecchie volte, il suo collega di portata nazionale, Sandro, nella trasmissione che conduceva su una rete privata lombarda; e faceva il boom di ascolti quando Sandro emetteva qualche giudizio definitivo sul mondo del calcio. Snaporaz sfruttava la tensione che sapeva creare Sandro con gli ospiti, lo invitava di proposito per insultare allenatori e giocatori che venivano a parlare di partite di calcio, e invece si trovavano catapultati nei rimbrotti di Reboianni Sandro, il grande presentatore televisivo.

A Sandro piaceva la pallacanestro, non c’era posto per altro. Gli piaceva poter ammirare geometrie, vedere la scienza sportiva applicata al campo per la vittoria, uno schema, un passaggio, un gioco provato in allenamento; vedere realizzati i giocatori di pallacanestro era come abbeverarsi alla stessa fonte del suo ego. Il calcio era diverso, non ne capiva il senso e, spesso, non vinceva la squadra più forte e questo, proprio, non lo mandava giù. Lo considerava come lo sport meno meritocratico del mondo. “Vince chi fa più casino” , diceva sempre ai suoi amici appassionati della domenica calcistica. Italia-Uruguay, però, in casa Snaporaz, non avrebbe accettato i suoi giudizi. Sandro stette zitto almeno in quell’occasione, ed ebbe un tremore di dolcezza verso quelle donne e quegli uomini così uniti che non sarebbe mai riuscito a provocare e a svilire. Avrebbe potuto prenderli in giro, sottolineare i loro comportamenti sopra le righe, ma avrebbe ricevuto l’indifferenza che si dà sempre agli inutili. Non poteva sopportarlo, e rimase in silenzio ad osservare un intero popolo che, in quell’estate del 1990, sembrava avesse trovato una coesione degna dei kamikaze giapponesi durante la seconda guerra mondiale. Il calcio è una guerra non è uno sport, e Sandro, in quanto Sandro Reboianni il “grande presentatore televisivo”, lo sapeva e purtroppo non poteva competere con un fenomeno sociale così radicato.

Al primo gol di Salvatore Schillaci, un omino di Messina, il salone di Snaporaz esplose. Le urla filarono talmente intense e prolungate che Sandro uscì in balcone per fumarsi una sigaretta. Anche lì fu investito da altri strepiti e da insopportabili trombette, piccoli esplosivi lanciati da mocciosi per strada e sfilate di gesti, oltremodo fuori luogo, di vecchi signori che, dalle finestre dirimpetto, si spogliavano sventolando canottiere ingiallite e sudice. Sandro scoprì in quel momento di non essere italiano. Immaginò di essere americano, diamine!, ed estraneo a quel clamore. Certo, anche da lui, durante il Superbowl, nascevano frivolezze da avanspettacolo, emozioni vulcaniche, tette all’aria, ma non c’era in America quella disperazione nell’esultanza: l’esultanza per un riscatto morale, di breve durata, per un popolo umanissimo che cercava la rivincita nel rigonfiamento di una rete.

“Italiani!” – biascicò in un misto di approvazione e rifiuto, difficile da spiegare. Al secondo gol di Aldo Serena che incollava il risultato sul due a zero, ebbe la sorpresa del giorno. Un ragazza, fra gli applausi e le contorsioni di allegria, le si lanciò sulle gambe, poi risalendo lo abbracciò e gli stampò un bacio in bocca. Era frizzante e profumata, era Giovanna Zanon. Brilla, a causa della birra, continuò a baciare molte delle persone lì presenti che festeggiavano il gol di Serena. Donne e uomini, non faceva differenza. Giovanna era sorridente e mentre salutava, abbracciava e baciava i compagni di viaggio della partita, Sandro ne notò l’ampia scollatura. La maglietta grigia era mezzo sudata e mezzo bagnata e metteva in risalto ancora di più le forme arrotondate. Giovanna aveva trent’anni e si era specializzata nella trasmissione lombarda di Snaporaz, urlando nelle televendite, il potere taumaturgico di creme e tubi di bellezza. Era una di quelle donne che, cascasse il mondo, profumano sempre.

Sandro arguì che quella donna, così solare, poteva fare al caso suo. Inconsciamente era già scritto tutto nelle sue intenzioni. Giovanna, oltre a potergli dare delle copiose gioie sessuali, aveva la leggerezza di spirito che gli serviva per superare lo scotto di più di venti anni di relazione con una donna così terribilmente impegnativa come era stata Elena.

Giovanna e Elena avevano poco in comune e di lì a breve avrebbero avuto una cosa ingombrante da raccontarsi: una relazione con Sandro Reboianni. Il matrimonio fu celebrato nel 1992, dopo che Giovanna era rimasta incinta di David. I genitori di Giovanna erano veneti, di Vicenza, e non avrebbero mai accettato una figlia con una figlio a carico, senza una famiglia riconosciuta.

Durante il pranzo di matrimonio, Sandro capì che la sua irrefrenabile tensione sessuale non sarebbe mai stata sopita. Mentre assaggiava voracemente un rognone al vago retrogusto di urina, vide ballonzolare davanti a sé alcune donne che accennavano un ballo in onore della vecchia amica Giovanna. La pesantezza del cibo ed un certo caldo, lo costrinsero ad avere una tale eccitazione che si alzò, ciondolante, e poi spedito, verso uno dei tanti bagni del casolare vicentino, a masturbarsi. Non poteva chiedere a Giovanna di concedersi nel bel mezzo del matrimonio, così, come estrema ratio, lasciò gli ospiti, il cibo e il vino rosso e si allontanò nel bel mezzo del suo priapismo. Stette a lungo chiuso in bagno e mentre tutti lo cercavano, Giovanna ebbe un cattivo presagio. Quell’uomo che aveva appena sposato era incontrollabile, le sfuggiva di mano, non poteva distrarsi che era già andato via verso nuove azioni, nuove conoscenze, nuove avventure. Non importava che stesse seduto come un larva sulla tazza del cesso, Giovanna temette da quell’istante che avere a che fare con Sandro sarebbe stata un’impresa impervia.

La nascita di David fu salutata come un evento divino benefico. Il primo maschio della dinastia aveva messo piede sulla Terra e questo riempì di euforia le sensazioni e lo spirito di Sandro. In quel bambino di quattro chili e mezzo, il presentatore televisivo vide tutta la forza che possedeva, l’esempio vivente di quanto egli stesso si considerasse duraturo nel tempo. Capelli nerissimi e occhi marroni chiaro, David crebbe benissimo nei primi tre mesi di vita. L’unica interruzione a quel percorso perfetto la ebbe quando gli fu riscontrata la bronchiolite. Dovette stare un mese da solo in ospedale, isolato dal mondo. Sandro soffrì molto. Si chiedeva che cosa avesse potuto provocare l’incidente e risolse tutto con la fede, utilizzata come un foglio di carta che si compila per necessità formali.

La sua particolare devozione si manifestò ancora più ciecamente e l’insopportabile intoppo fu giustificato da Sandro come un disegno di Dio, che vedeva la piccola creatura costretta a quel supplizio perché protagonista e partecipe di un complicato dedalo della volontà del Creatore.

Come ogni uomo di cristallina fede, ravvisava nella disgrazia che rischiò di far perdere la vita a David, una prova a cui il giovane era stato chiamato.

Sandro non sopportava le preoccupazioni della madre, mentre Giovanna, dal canto suo, trovava incredibile l’indifferenza con cui il marito affrontava quel triste episodio. Fortunatamente David superò senza particolari strascichi la malattia, ma, crescendo, si convinse di aver sofferto per qualche inspiegabile ragione. Si sentiva sempre come spaesato in mezzo ai suoi compagni di gioco, non era un disadattato ma faceva fatica a ridere dei giochi e degli scherzi. Quando la maestra delle elementari annunciava una prossima gita, si scopriva ad osservare, non senza ammirazione, gli strilli di eccitazione dei suoi compagni di scuola, chiedendosi il perché egli non riuscisse a provare le stesse intense emozioni di evasione. Beh, David crebbe in un mare di problemi, tra sensi di colpa inspiegabili e con due genitori inadeguati a capire le sue ansie interiori. Aveva sempre cercato di instaurare un delicato rapporto con il padre, che vedeva imperscrutabile. L’unico vero contatto con Sandro lo ebbe durante una gita in montagna, allo Stelvio, che fecero quando David aveva otto anni, nel 2000. Vide il padre sotto una luce diversa, lo ascoltava chiedergli le cose che sentiva domandare dai padri dei suoi compagni di scuola. Le domande “Che cosa hai fatto a scuola?” “Chi è la bambina che ti piace?” suonarono, però, in bocca a Sandro, stonate e mal poste. Il piccolo David capì, capì di avere un padre diverso da quello degli altri bambini e rispose per senso del dovere, per non ferire la personalità di quell’uomo che considerava terribile e immenso.

Il sensibilissimo David piangeva spesso dentro la sua camera quando i due genitori litigavano. Le continue scenate di gelosia di Giovanna si irradiavano, come un gas nervino, nelle stanze ogni lunedì, quando Sandro rimaneva a casa. David conviveva, portandosela ovunque, con una fottuta paura di perdere i genitori. Presagiva incidenti, grandi tragedie familiari. E il pensiero più spinto, che gli implodeva la testa, era la paura del divorzio dei suoi genitori.

A scuola sentiva spesso casi di suoi compagni di scuola che avevano avuto le famiglie spezzate. Immaginava il divorzio come fosse un tumore da cui un bambino non si sarebbe mai più potuto riprendere per il resto della vita.

Quando nacque la sua sorellina Luisa, pensò che quella potesse essere la svolta per il paradiso. Celestiale fu ammirare i due genitori scambiarsi tenerezze con la piccola Luisa. David li spiava e li sentiva parlare di grandi progetti per la piccola e, quando li vide scambiarsi un bacio sulle labbra sporche di caffè, sentì di poter fugare qualsiasi dubbio sulla resistenza matrimoniale dei suoi. Andò, perciò, a giocare fieramente al campetto. Non importava che piovesse, quel giorno era felice. Giocò la più bella partita della sua vita, piena di fango e di grida.

Luisa era la sorella più piccola di tutti e cinque i figli di Sandro, compresi quelli del primo matrimonio. La sua nascita nel 1997 significò l’occasione per la famiglia di riunirsi.

I rapporti tra Giovanna e Elena erano stati inesistenti fino ad allora. Si erano viste di sfuggita in un paio di circostanze, che non significarono niente né per l’una né per l’altra. Sandro organizzò una pomposa festa di battesimo che decise l’unione delle due donne. Elena, l’imprenditrice, la donna in affari, trovò in Giovanna, diventata, dopo la maternità, ispettrice di produzione per una rete privata lombarda, una donna intelligente e coraggiosa. Una madre, come lo era stata lei da giovane, quando, da sola, aveva cresciuto tre bambine.

Luisa fu una provvidenziale guarigione dei rapporti tra le due famiglie di Reboianni, e le tre ragazze di primo letto, Caterina, Katia e Rachele si accalorarono per quella piccola sorellina venuta dal nulla.

Luisa era diversa dai componenti della famiglia Reboianni; mentre il fratello David aveva dei tratti somatici molto affini a Katia, Luisa era di un altro mondo. Rossa di capelli, come una Pippi Calzelunghe, dimostrò ai suoi di essere già pronta per una vita fuori dal comune. Sprizzava vivacità in tutto quello che faceva. Già nella culla era una bambina sempre allegra e socievole, a tal punto che nel primo giorno di asilo nido si elevò sulla massa dei compagni per ergersi a paladina di una bambina che, malgrado le attenzioni delle maestre, se l’era fatta nelle mutande. Le maestre inesperte e ciniche, colte dai dubbi sul da farsi, la misero all’angolo, tra le proteste puntute di quel casco di capelli rossi che era Luisa. La piccola fece compagnia alla sua giovane compagna fino all’arrivo dei genitori di lei, aiutandola nell’imbarazzante compito di resistere alle prese in giro degli altri bambini. Una forza straordinaria che inglobava anche la personalità meno spessa del fratello David.

Sandro amava Luisa ma ne riconosceva l’estraneità, era come avere tra le mani un privilegio che a tutti gli effetti era suo, ma che, in realtà, era qualcosa di molto più vicino ad un regalo irraggiungibile.

Durante la famosa gita del 2000, dove David iniziò l’unico vero approccio della sua vita con il padre, il piccolo si rese conto che sarebbe stato perseguitato per sempre da una fobia. Spinti da Giovanna, i quattro andarono a fare un’escursione per arrivare nel più bel rifugio di Canazei; mentre salivano, David avrebbe voluto rimanere incollato al padre, e per un po’ riuscì nell’impresa. Aveva quasi un bisogno epidermico, voleva che Sandro gli trasmettesse l’autorevolezza, la postura di uomo commendevole e stimato da tutti. Percepiva di non possedere il suo stesso phisique du rol, e all’epoca dei fatti non capiva ancora bene cosa provasse, sapeva solo che era un dolore non essere come il padre.

Il rifugio era pieno di bella gente, uomini e donne felici di trovarsi tutti in una vacanza alternativa, diversa dal bisogno consumistico della balneazione estiva. La polenta saracena calda e nera si sposava alla perfezione con la gustosa succosità di un capriolo in salsa. David, si può proprio dirlo, era al sicuro. Aveva con sé la madre Giovanna, serena e forte accanto al marito e, eretta a presidio dell’unione, c’era la piccola Luisa che, grazie alla sua simpatia naturale, metteva a proprio agio tutti i visitatori che si fermavano ad ammirarla e a fare i complimenti di prassi. Verso la fine del ricco pranzo, a millecinquecento metri di altezza, il sorseggio della grappa della montagna fu interrotto da alcune grida furiose. Un uomo imprecava contro un cavallo imbizzarrito che non ne voleva sapere di tornare indietro.

La folla dei curiosi si accalcò dietro quell’uomo disperato che bestemmiava verso l’animale. Sfortunatamente sul cavallo c’era una bambina di undici anni che aveva provato a cavalcare l’imperfetto esemplare di quadrupede equino. Non si sa bene se Dio guardò quella scena. Fatto sta che le bestemmie dell’uomo si intensificarono nel momento in cui la bestia impazzita si diresse verso un burrone. La strada sterrata del rifugio andava a morire giù a valle in mille rivoli di ruscelli e in una maestosa profondità che cadeva a spiovente. Sandro prese Luisa per andare a vedere l’accaduto, urlando a David di rimanere seduto. Il cavallo faceva circoli strani su se stesso, mentre la bambina in groppa piangeva di terrore; l’uomo – presumibilmente si trattava del padre – si trovò nella condizione di vedersi di fronte un immenso pericolo con l’aggravante dell’impotenza. Impotente, si dimenava, guaiva e prometteva al cavallo la sua prossima morte. Il cavallo, dopo interminabili ghirigori e volute su se stesso, si fermò. Il sospiro della folla fu paragonabile a quello del pubblico dei primi spettacoli del cinematografo. Il cavallo si girò, guardò per un breve attimo la masnada di umani e, con un gesto felino, estraneo alla sua natura di docile mammifero, prese una folle corsa verso la morte. La bestia – come nel finale di Thelma e Louise – si dirigeva sicura, piena di onore, verso il destino che aveva scelto.

Sandro strinse forte a sé la piccola Luisa, la quale, pur avendo tre anni, stava realizzando praticamente tutto di quello le accadeva sotto i suoi occhi. Non piangeva e, dietro quelle perle verde smeraldo, assisteva imperterrita al possibile strazio. Il cavallo sterzò e si issò su in aria, sul ciglio del precipizio, provocando uno svenimento alla madre della bambina e la conseguente caduta della piccola che evitò, a stento, il ruzzolone improvvido nel burrone.

L’uomo furioso consumò la vendetta sparando seduta stante al cavallo, la cui unica colpa era di aver coinvolto una piccola terrestre in un complicato gioco tra sé e la Natura.

Scampata la possibile tragedia, Sandro tornò al tavolo; intanto un nugolo di gente si era recata attorno alla bestia uccisa con un colpo di fucile all’altezza delle tempie. David non era interessato, come tutti, al terribile trauma, per lui, quel giorno, significò sconfitta. Nell’animo e nel cuore del bambino, quella storia evidenziò come il padre considerasse più pronta alla vita la sua piccola sorellina Luisa.

Ad ogni modo, tre anni prima del cavallo, per Sandro fu una consolazione vedere come tutti i suoi figli andassero d’amore e d’accordo al battesimo di Luisa, sopratutto intuì una vicinanza tra le due piccole rosse di famiglia. Durante la cerimonia, Rachele prese in braccio la piccola e iniziarono a ridere beatamente come se si conoscessero da anni; Sandro girò lo sguardo verso un orizzonte che vedeva solo lui e si accorse di avere le lacrime tutte giù fino al collo. La sua famiglia era riunita, e questo lo inerpicava verso vette di allegria inimmaginabili.

In quell’occasione, il grande battesimo, come fu offerto alla stampa, Elena disse a Giovanna di quanto fosse contenta per la nascita di Luisa e di come lei fosse la donna giusta per Sandro; Giovanna trovò incredibile che una donna della sua classe potesse considerarla giusta, laddove lei aveva fallito anni prima. Sotto l’egida di questo tacito accordo – per Giovanna, Elena, sarebbe stata sempre il grande amore di Sandro, per Elena, quella ragazza formosa, avrebbe rappresentato l’unico approdo sicuro del suo ex marito – santificarono il loro rapporto di sodali. Divennero amiche, amiche vere.

Il battesimo rese Sandro euforico, ma malinconico. Per un breve attimo vide Elena tenere per mano il suo giovane adone e amante: sarebbe rimasto a vita un dipendente della vita sessuale di Elena che, pur essendo più anziana di lui, conservava ancora un tremendo fascino. Nel 1997 Elena aveva cinquantanove anni ma, Dio!, forse era un miracolo, conservava intatta la sua profondità di lineamenti, i capelli lunghi, aiutati da un po’ di tinta bionda, e un’anormale fisicità strepitosa. Sandro ne rimase abbagliato come quella volta a cena nel ristorante italiano a New York.

Il matrimonio con Giovanna finì cinque anni dopo. La causa, sempre la stessa. Le donne. Con loro aveva passato sempre il suo tempo migliore; prima c’era stata la mamma, poi Elena e adesso Giovanna.

Le donne erano l’universo sconosciuto che egli era riuscito a varcare e nel quale si era sempre disperso. Le continue infedeltà dell’uomo portarono all’esasperazione Giovanna, che iniziò a dare sempre di più in escandescenze. Erano litigi rabbiosi. Da principio si risolvevano nel sesso, serviva a placare le ansie di lei e a convincere Sandro che, fedele o non fedele, quella donna formosa, madre dei suoi due figli, sarebbe stata sempre di sua proprietà.

Sandro voleva assolutamente evitare che il suo rapporto andasse in fumo, solo perché sarebbe stato il secondo a naufragare, e il secondo non poteva andare male come il primo.

Molti amici che si portava dietro nel carrozzone Reboianni – comici falliti, personaggi televisivi di ogni genere, soubrette dagli occhi secchi e plasticati – lo rassicuravano su questo punto. E lui, che aveva sempre dato ascolto a se stesso, si fidò ciecamente. Giovanna lo lasciò nel 2002. Dopo dieci anni di relazione e due figli, lo lasciò. Lo fece, sempre d’estate, alla vigilia di un’altra partita di calcio, importantissima per la nazione intera: Italia- Corea del Sud, ottavo di finale dei Mondiali di calcio del 2002. L’estate non era più calda come quella di dodici anni prima, ma ventilata e gradevole.

Prima della partita, Giovanna presentò il biglietto di rinuncia al suo matrimonio. C’era scritto atto d’acquisto di un immobile a Cassina de’ Pecchi. Sandro sbraitò, la prese per le mani. Fu spossato da una notizia che considerava inutile, e continuava ad urlargli di non potere fargli questo, di non essere ancora pronto per rimanere solo un’altra volta. I bambini fortunatamente erano al mare con Katia e Rachele e non sentirono le minacce né gli insulti.

Era una puttana, per Sandro, Giovanna era diventata di colpo una manifesta puttana, pronta a tutto per portargli via tutto quello che aveva. Le lanciò strali di odio intenso, le disse che avrebbe dovuto fare i conti con Dio per questa azione così riprovevole. Una sceneggiata alla Reboianni, che produceva in chi le subiva un depauperamento del sistema nervoso, ridotto in mille pezzi.

“Dimmi chi ti scopi?” – fece Sandro.

“Io non scopo nessuno, questa domanda potrei rivolgertela a te.”

“Non iniziare, Giovanna, non iniziare con la solita cantilena. Dimmi chi ti scopi e la facciamo finita per sempre. Voglio vederlo in faccia.”

“Non dire idiozie, Sandro.”

“Allora è stata Elena, è lei che ti ha convinto a lasciarmi. Vero?”

“Elena!?! Lo vuoi sapere cosa penso di Elena? Non capisco come una donna della sua classe abbia potuto sopportare le umiliazioni di un piccolo uomo come te.”

“Stai zitta, puttana.”

“Sandro, mi fai schifo.”

“Vieni qua, vieni qua.”

Sandro prese da dietro Giovanna, palpandole il corpo.

“Sai fare solo questo, mettermi le mani addosso” – disse Giovanna scostandosi di colpo.

Sandro rimase con le mutande abbassate, a contemplare il bel corpo di lei.

“Io me ne vado, Sandro, io vado via per sempre e i bambini vengono con me.”

“Nei tuoi sogni” – ritirandosi su i pantaloni e i capelli arruffati – “Nei tuoi sogni, di certo, verranno con te.” – insistette.

“Non penso che avrai la forza di affrontare un processo in cui io potrei dire che ti porti le donne anche a casa.”

“Non l’ho mai fatto e questo lo sai.”

“Ho trovato nella villa in campagna un intero beauty case! A meno che tu non abbia iniziato a truccarti per la tua televisione, era quello di una donna.”

“Sei una puttana, capito?” – disse Sandro – “Sei una puttana!!”

“Sei un bastardo.”

“Di qui non te ne vai.”

“Ti atteggi con la tua fede e poi sei solo come tutti gli atei che disprezzi tanto, non hai valori, non hai mete nella vita, soddisfi solo te stesso. Non ti accorgi neanche che David è cresciuto senza un padre, che aveva bisogno di te e tu stavi in qualche bordello o a giocare a fare l’ipocrita in Tv.”

“La TV è la mia vita, è con questo gioco che hai avuto la ricchezza che ti ho dato. R-i-c-o-r-d-a-t-e-l-o.”

“Non ne avevo bisogno. Io avevo e ho un lavoro.”

“Sei solo una puttana.”

Sono la puttana che ti ha dato due figli.”

“Sei una puttana! Sei una puttana! Ti scopi qualcuno e non vuoi neanche dirmelo.”

“Tu hai solo paura che faccio come Elena, che mi prenda uno più giovane di te e che ti faccia scoppiare di gelosia vero? Ti vedo come la guardi Elena, non accetterai mai di averla persa per uno che ha più muscoli e più forza sessuale di te, non è vero?”

“Basta, vattene!!!”

“Per tutti questi anni non solo ho accettato i tuoi continui tradimenti, le fughe del lunedì. L’unico giorno di riposo dal lavoro lo hai passato matematicamente lontano da casa. In più mi sono dovuta rassegnare al fatto di essere una scappatoia secondaria al tuo sentiero principale. Lo so, lo so, cosa credi?, che Elena era quella designata dal tuo ego a stare insieme per sempre. Io ho ingoiato tutto, ho fatto finta di non sapere, di non vedere, sono rimasta la tua seconda moglie dalle tette grandi. Credimi lo so, sono diventata persino amica della tua dea. E vuoi sapere la verità? Hai ragione, è lei che mi ha fatto capire che razza di uomo sei. Ho visto lei, ho visto te e poi ho visto me. Ho capito e mi sono chiesta che le avevi fatto perdere qualcosa, ho notato che in tutti i suoi discorsi, pur non citandoti mai, tu l’avevi marchiata. Io non voglio fare la sua fine. Io stimo Elena ma non voglio diventare come lei.”

“Già lo sei.”

“Forse, si, forse” – ingoiò a forza un po’ di saliva – ”Ma me ne vado prima di diventare peggio e con te la discesa non finisce mai, continua imperterrita. Tu costruisci l’inferno per le persone e le costringi a viverci dentro.”

Sandro la guardò senza rispondere, andò nel cassetto del mobile nella camera da letto per prendere il blocco degli assegni e ne firmò uno da mille e quattrocento euro. Le disse: ”Comprati quella borsa di cui mi hai parlato.”

Passarono due mesi. Sandro conobbe Agata, e Giovanna, dopo qualche fuggevole incontro, iniziò un’intensa relazione amorosa con un macchinista della trasmissione in cui lavorava. Si chiamava Olawafemi, detto Jack detto l’Aitante.

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

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