Roberto Riccardi: “Niente è come sembra”

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roberto riccardi undercover niente è come sembra“Gli amici d’infanzia sono come le gomme da masticare, puoi fare tutta la strada che vuoi, ma loro ti restano attaccati alle scarpe”. “In Calabria non c’è futuro, lo sai quanto me’. Un bel discorso. Peccato che siano quelli come lui a rubare il futuro ai nostri figli”.

 Fin da quando, verso la metà degli scorsi anni ’70, compii un viaggio a Palermo ed ebbi modo di vedere di persona alcuni dei tanti luoghi teatro degli omicidi di mafia, sorta di icone che hanno reso tragica questa stupenda città, il tema della lotta alla malavita organizzata ha destato, e desta, in me forte attenzione, insieme a quello dei “diritti civili”, il primo dei quali in assoluto, sul quale poggiano tutti gli altri, è quello ad una vita vissuta in un ambiente contrassegnato dalla legalità.

Per questo, in primo luogo, mi sono avvicinata con vivo interesse a Undercover. Niente è come sembra di Roberto Riccardi, con protagonista Rocco Liguori, ufficiale dei Carabinieri impegnato a lottare “sotto copertura” la ’ndrangheta calabrese (in combutta coi Narcos colombiani e gli Zetas messicani).

C’è poi un altro interesse comune con lo scrittore, davvero una figura poliedrica: il tema della Shoah, miniera inesauribile di studi, ricerche, testimonianze.

Roberto Riccardi (nato a Bari nel 1966, residente a Roma) colonnello dell’Arma e giornalista, è direttore della Rivista Il Carabiniere. Per diverso tempo ha lavorato in Calabria e in Sicilia ed ha comandato la sezione antidroga del Nucleo investigativo di Roma, svolgendo indagini in ambito internazionale. Il suo debutto in letteratura avviene nel 2009 con Sono stato un numero. Alberto Sed racconta (Ed. Giuntina), coraggiosa biografia di un sopravvissuto ad Auschwitz, opera vincitrice del Premio “Acqui Storia” e finalista nella sezione Ragazzi del “Premio Letterario ADEI -WIZO Adelina Della Pergola”. Sul genocidio degli Ebrei si scrive tanto, ma si sa, in proporzione, davvero poco; specie per quanto concerne aspetti che difficilmente vengono raccontati, quelli di cui gli ex deportati si vergognano di più.

Quest’opera è un drammatico riflettore su un universo oscuro.roberto-riccardi

Nel 2012 e nel 2013, ancora sul tema della Shoah e sempre con Giuntina, ecco due autentici gioielli letterari. Il primo è La foto sulla spiaggia, in cui ci presenta le storie, destinate ad incontrarsi, di Alba una bambina sensibile cresciuta nell’Italia degli anni ’50 del Novecento, e di Simone, deportato ad Auschwitz, il quale vive nella speranza di ritrovare la moglie e la figlioletta, perdute di vista all’arrivo nel lager. Il secondo è La farfalla impazzita, in collaborazione con la protagonista, Giulia Spizzichino, ebrea romana la cui vita fu sconvolta dalle deportazioni e dalla strage delle Fosse Ardeatine, dove furono uccisi ben ventisei suoi congiunti.

La…farfalla impazzita è la stessa Giulia, così soprannominata da un caro amico: un insetto che sbatte le ali a caso, senza riuscire a trovare luoghi in cui posarsi.

Ma Roberto non trascura il genere thriller. Nel 2009 pubblica Legami di sangue (Mondadori), che gli è valso il “Premio Tedeschi” e, con gli stessi protagonisti, Condannati (Giallo Mondadori, 2012).

Ho avuto modo di conoscere, sia pure solo attraverso messaggi e mail -per ora, ma il vuoto si può sempre colmare!- Roberto Riccardi dopo che questi, alcuni mesi fa a Roma, ha presentato da par suo Generazioni 1881-1907 (Edizioni World Hub Press, Bologna, Collana High Concept Novel, Luglio 2011, pp. 650), opera prima del comune amico Gabriele Rubini.

La sua spontaneità ed innata simpatia, oltre ai comuni interessi culturali, mi ha spinta a leggere il presente romanzo; davvero una piacevolissima sorpresa, che consiglio ai miei lettori -anche se sono certa che diversi di loro già lo conoscono ed apprezzano-.

Undercover è, tra l’altro, uno dei tre finalisti della seconda edizione del Premio di Letteratura gialla noir spy story “Mariano Romiti 2013” (proclamazione del vincitore il 21 settembre).

Il libro è pubblicato dalla casa editrice e/o nella collezione Sabot/age, diretta da Colomba Rossi e curata da Massimo Carlotto. Sabot/age è nata circa un paio di anni fa con l’intento di far conoscere al pubblico storie italiane vere, non raccontate finora, lasciate in ombra, per superficialità o magari calcolato interesse. Prostituzione, mercato della droga, mafie, pedofilia, finanziamenti illeciti. Non è peraltro una collezione, per così dire, di genere: si va dal noir, alla commedia, dal pulp, all’horror. Tematiche forti, scomode, di notevole attualità, di vita vissuta, come nel caso del nostro romanzo.

La storia inizia nel 1985. Rocco Liguori e Antonio (per tutti Nino) Calabrò, coetanei, crescono insieme in un piccolo paese dell’Aspromonte. Il primo è figlio di un carabiniere; mentre il padre del secondo è esponente di una ‘ndrina (cosca malavitosa, nel linguaggio della ‘ndrangheta calabrese); i rispettivi genitori, specie quello di Nino, ostacolano il rapporto di amicizia, ma i bambini, nei loro sentimenti, non conoscono divisioni, anche perché, come scrive Riccardi, “alla vita bisogna dare il tempo di insegnare”.

Nel prosieguo del tempo li ritroviamo giovani uomini, su sponde opposte.

Nino è divenuto personaggio di rilievo nella criminalità organizzata, seguendo le orme paterne; Rocco, dal canto suo, ha fatto altrettanto ed ora è un agente della Direzione antidroga.

Nell’immaginario collettivo criminale Nino è rappresentato dal Coltello (simbolo degli uomini d’onore), Rocco dalla Chiave (emblema dello Stato, cioè degli sbirri).

L’A. si concentra soprattutto su Rocco.

Divenuto maresciallo dei Carabinieri, egli frequenta a Roma un corso per agenti sotto copertura, cioè infiltrati nelle organizzazioni malavitose. Una grande opportunità, a detta di tanti e anche lui ne è convinto. Qui, fin dal primo giorno, fa la conoscenza dell’ispettrice Vera Morandi, con la quale nasce un’immediata reciproca simpatia che, per l’uomo, si trasforma ben presto in amore, mentre lei pare sfuggirgli.

Subito Rocco impara un principio basilare: la realtà non è mai (o quasi) quella che sembra!

E un bravo agente deve subito comprendere chi, tra le persone che si troverà di fronte, “comanda la baracca”. A cominciare da quanto succede proprio al corso. Il cui responsabile non è Jack Vettriano (statunitense che vive da lungo tempo a Roma), agente della DEA (Drug Enforcement Administration, agenzia federale antidroga statunitense facente capo al Dipartimento della Giustizia degli U.S.A.), mezza età, tipo robusto, faccia cattiva, piazzato sulla porta ad accogliere gli allievi, bensì il commissario Nicola Clemente, più giovane di circa dieci anni, tipo mingherlino e dall’aspetto insignificante, tranquillo e silenzioso, in piedi a poca distanza.

Nicola, soprannominato “il Regista” per la professionalità che lo contraddistingue, è una delle figure intorno alle quali ruota tutta la vicenda. Alcuni anni dopo, sarà infatti la sua misteriosa sparizione, tra Madrid e Città del Messico, mentre era impegnato in un’indagine su un traffico di cocaina, a indurre Rocco, il quale, nel frattempo, aveva lasciato l’attività di “barba finta” in favore di un’interessante possibilità di carriera nell’Arma, a rientrare in quell’ambiente sul filo del rasoio e darsi anima a corpo alla ricerca del collega con il quale, fin dai tempi del corso per agenti undercover, si era stabilito un forte rapporto di reciproca stima ed amicizia.

Il romanzo si snoda, lungo l’arco di diversi anni, tra Italia, Spagna, Messico e Colombia.

Va da sé che non ne racconterò la trama per non sciupare l’effetto sorpresa al lettore. Mi limito ad alcuni rapidi accenni su ambienti e personaggi.

Ad esempio, i feroci Zetas, organizzazione criminale di origine messicana, coinvolta essenzialmente nel traffico internazionale di droga, in stretto rapporto con l’ndrangheta. I membri originari del gruppo erano disertori dell’esercito, che avevano tradito la divisa per entrare nell’ambiente, assai più lucroso, nella malavita. Il vicecomandante è Diego Cardona Fernandez, già ufficiale dell’esercito, col mito dell’Impero romano. Annota l’Autore in modo perspicuo: “Non lo ha mai studiato, sa solo che ha affermato il proprio dominio su tutto il mondo allora conosciuto e tanto gli basta, è ciò che sogna di fare anche lui”.

Ma non mancano i potenti Narcos colombiani, a loro volta in strette relazioni “operative” con Zetas e ‘ndrangheta. E queste relazioni, insieme a diversi fatti -insignificanti per un profano, ma rilevantissimi, quali, uno su tutti, i lavori per la Salerno / Reggio Calabria a metà degli anni ’70 del secolo scorso, allorché le grandi imprese del Nord, attratte dall’occasione, scesero a patti con le cosche e “diedero inizio alle danze”- hanno reso la’ndrangheta la più potente tra le organizzazioni criminali del nostro Paese.

Roberto Riccardi ci racconta una vicenda vissuta dal di dentro perché nata dalla sua esperienza sul campo; articolata e complessa, pur nella sua drammatica chiarezza, ricca di sorprese, narrata con uno stile incalzante dove vengono spesso presentate situazioni in cui l’interrogativo di carattere etico sorge spontaneo; ma egli non indulge mai in toni didascalici o moralistici. Ad esempio, nella hacienda -cioè nel covo- di un esponente di spicco dei Narcos, lo spietato Carlos Romero (il quale ha modalità tutte sue, ma efficacissime, per sbarazzarsi di veri o presunti traditori), opera un giovane di nome Miguel, “aria da intellettuale, occhiali dalle lenti dorate e barbetta incolta. In un ristorante di Bogotà lo prenderesti per un avvocato o un giornalista”. Un “pugno nell’occhio”, certo, in quell’ambiente di schiavi miserabili posto nella giungla colombiana. Bene, Miguel è un chimico, laureato presso la prestigiosa università statunitense di Harvard, responsabile della trasformazione delle foglie di coca nella tragicamente ricercata polvere bianca. I suoi studi al servizio della morte.

Perché mai? Ovvio. Per danaro. Alla domanda su quanto tempo occorra per realizzare l’intero procedimento, risponde pronto: “Circa ventiquattr’ore……Ventiquattr’ore, capisci? Nessun lavoro può farti guadagnare tanto in un solo giorno”. Quando avrà raggranellato un bel gruzzoletto, cioè incassato abbastanza, Miguel sogna -o meglio, s’illude- di tornare nella sua Boston e iniziare una vita rispettabile e ricca con una ragazza che lo aspetta, immagino ignara. Niente è come sembra.

Molto intensi sono i personaggi femminili, dipinti in modo puntuale, venato di affetto. Si può dire che ruotino intorno a Rocco; o, forse, è lui che ruota attorno a loro. Ciascuna di queste giovani donne occupa, per così dire, una parte, un aspetto della sua sensibilità e del suo cuore.

C’è Vera, l’intelligente ispettrice dagl’incantevoli occhi nocciola, coraggiosa e rapida. Misteriosa e distante. Il sogno impossibile di Rocco.

Carla, l’ironica hostess sempre in giro per il mondo e alla ricerca di un’anima gemella, ma disponibile più che mai a fornire al suo amico utili informazioni.

E, infine, che dire della bellissima e bionda Rosario, mercante d’arte contemporanea e studiosa di pittura contemporanea, donna sensibile, un autentico fiore cresciuto nel fango, pronta a sacrificare se stessa per l’uomo che ama?

Di grande drammaticità sono le pagine dedicate al rapporto tra Rocco e Nino. Fin dall’incipit del romanzo, un brano di autentica poesia. La lattina di birra che, rotolando veloce e con fragore lungo la strada scoscesa, fa voltare le donne anziane sulle seggiole; donne tutte uguali nei loro fazzoletti neri, che guardano il mondo come dal ponte di una nave, come se non “fossero mare anche loro”. I loro occhi scuri hanno visto tutto, ma, di fronte ad una domanda, si voltano altrove.

Se non capisci questo non rispondere, sottolinea l’Autore, vuol dire che sei un forestiero.

Una di queste donne la vidi anch’io, nel 1997, in occasione di una vacanza negli U.S.A.

All’aeroporto Kennedy, davanti al nastro scorrevole che restituisce i bagagli, era al mio fianco: identico fazzoletto nero, veste lunga fino ai piedi, volto scavato, età indefinibile, silenzio.

Ma non mi sembrò affatto una nota stonata in quell’ambiente così diverso da lei, in apparenza.

Non l’avevo notata durante il viaggio, ma la sua immagine l’ho ancora davanti agli occhi.

I due piccoli amici seguono la lattina di birra, improvvisato pallone, lo “sguardo ebbro di vita che spera”, finché essa viene bloccata da un piede……..E’ l’apparizione di un dio.

Tutto è sospeso fin a quando, tra i due bambini, ora divenuti adulti e separati da scelte inconciliabili di vita, si frappongono un ingente carico di cocaina e un caro amico scomparso nel nulla.

La sfida tra loro è sempre più serrata e drammatica, fino alla resa dei conti finale, allorché, è Rocco che parla “Non provo astio, solo la rabbia che mi vorrebbe lontano da qui, dalle mie mani che afferrano le sue con cui lego i polsi di Nino al suo destino annunciato”.

Ma Rocco Liguori, con la sua competenza, certo, ma anche con la sua vissuta umanità, ci farà ancora compagnia.

In settembre, sempre per Sabot/age, uscirà Nessuno è innocente. Vedremo il nostro protagonista in un altro tragico contesto: quello del genocidio avvenuto in Bosnia negli anni ’90 e dei processi ai criminali di guerra.

Per dirla con Roberto “…e qui mica stiamo a pettinare le bambole!”.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Mara Marantonio

    Caro Antonio,
    anzitutto grazie per l’attenzione. Per rispondere alla Sua domanda: quando, negli anni ’70 compii quel viaggio in Sicilia e, in primo luogo a Palermo, ero già sensibile ai temi della Giustizia; per formazione culturale (mi sono laureata in Scienze Politiche) e, per così dire, per affinità esistenziale: sono una cattolica con forte radicamento ebraico, per di più moglie di un giurista. Per gli Ebrei il Diritto e la Giustizia sono imprescindibili; nell’Arca dell’Alleanza erano custodite Le Tavole della Legge. Come e perché ci sia in me questo…. radicamento, non lo so, l’ho sempre sentito ben presente. Quindi quel viaggio non è stato propriamente una scoperta, ma un ritrovarmi. In seguito, negli anni, ho seguito le tragiche storie di mafia, come, ad es.,gli omicidi di Pio La Torre, dei coniugi Dalla Chiesa, di Rocco Chinnici, Ninni Cassarà….Giovanni e Francesca Falcone, i ragazzi della scorta, Paolo Borsellino e i suoi angeli….e tanti altri. E, nel 1993, Il Dr. Antonino Caponnetto, intervenuto a Bologna in una certa occasione, raccontò la storia, a me sconosciuta fino a quel momento, di Peppino Impastato, un giovane di estrema sinistra (figlio di un mafioso, amico di Badalamenti), nativo di Cinisi, animatore di una radio locale, ucciso dalla mafia, perché si era ribellato con coraggio al suo ambiente, il cui cadavere dilaniato fu ritrovato lungo i binari della Palermo-Trapani (messinscena per far credere ad una vicenda tipo Feltrinelli a Segrate, per capirci) il giorno della scoperta di quello di Aldo Moro (9 maggio 1978). Una vicenda che mi colpì molto, da cui fu tratto uno stupendo film, “I cento passi”.
    Dunque la lettura del libro (dei libri) di Roberto Riccardi costituisce per me un “giocare in casa”.
    Cordialmente.
    Mara

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  2. Antonio Capolongo

    Grazie per la presentazione dell’opera di Roberto Riccardi, autore di cui mi colpisce l’impegno civile, intriso di una vita sicuramente complessa.
    Mara, mi ha colpito un suo pensiero, relativamente al quale mi è sorta una domanda, che le formulo: “Se lei non avesse fatto quel viaggio, negli anni ’70, pensa che avrebbe avuto la possibilità di percepire fino in fondo quei temi – la lotta alla malavita organizzata e i “diritti civili” – al punto tale da destare in lei più forte attenzione?”
    Il suo punto di vista al riguardo è molto importante per comprendere meglio che “niente è come sembra” e che gli Zetas sono, come tanti altri, “intorno” a noi.

    Buone cose
    Antonio

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