Mi casa es tu casa

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Da bambina soffrivo molto del fatto che in casa nostra le occasioni per ricevere amici e parenti fossero da contare sulle dita di una mano in un intero anno, Natale, Pasqua e qualche compleanno.
Da adulta ho voluto che la mia vita si basasse su principi opposti: la porta è sempre aperta e un posto a tavola c’è sempre per chiunque voglia unirsi a noi.

Alcune settimane fa riflettevo proprio sul significato di ospitalità, dopo che mia figlia non è stata invitata a giocare da un’amica perché erano “già in due e la mamma non vuole di più, perché casa si sporca”.

Cosa significa essere ospitali? Forse è quella condizione guardata un po’ di traverso dai genitori dei compagni di classe dei tuoi figli, quando lasci giocare i bambini in casa o li inviti a mangiare una pizza fatta in casa, a metà settimana? Oppure è quella che quando arriva qualcuno ti fa a usare il servizio bello, la tovaglia di lino, l’argenteria e i bicchieri di cristallo finissimo?

Oppure ancora é quella circostanza a causa della quale sei costretto a togliere la polvere dai mobili e pulire i vetri per mostrare una maschera adatta alla situazione?

Personalmente opto per un ricevere tranquillamente gli ospiti senza preoccuparmi troppo di tovaglie di lino, cristalli e pavimenti lucidi; detto così sembra lo spot per effettuare ricevimenti in case lorde ma c’è da chiedersi se è una casa linda e pulita che fa l’ospitalità o piuttosto il sorriso di chi ti accoglie. A me risulta ostico il galateo; mi stanno strette quelle regole che indicano dove siano da posizionare le posate, che il gomito giammai sul tavolo deve appoggiare o che ci dicono in quale angolo del piatto posizionare la salsa di accompagnamento.

Intendiamoci, di certo non gradisco il brodo o gli spaghetti risucchiati e inorridisco all’idea del rutto da cavernicolo ma buona parte delle regole non le conosco o faccio finta di non conoscerle. Nel rispetto di tutti i commensali mi piace che ognuno si possa sentire a casa; per dirne una: se qualcuno non pone il tovagliolo sulle ginocchia ma al contrario se lo posiziona sul petto per proteggere la camicia linda non mi scandalizzo, ecco! Mi irrigidisco però di fronte al bolo di chi mastica parlando, questa cosa rientra nel “La mia libertà finisce dove inizia la tua”, se chi ho accanto indossa talmente tanto profumo fruttato da farmi alzare la glicemia oppure se non indossa un deodorante avendone necessità.

Altra cosa che pare debba fare il padrone di casa per dare dimostrazione della propria ospitalità è mostrare la propria dimora a chi vi entra come ospite per la prima volta. Sono sposata da quasi vent’anni e non l’ho mai fatto una sola volta, non per scortesia ma perché ritengo di non vivere in un museo che necessiti di una visita guidata, magari accompagnata da esclamazioni di sorpresa (reali o simulate) del visitatore che si trova a vedere le varie sale contenenti letti, un WC e addirittura delle tende appese alla finestra.

E poi, diciamocelo io ci credo davvero che “mi casa es tu casa” e se vuoi hai la mia autorizzazione per girare liberamente per essa, a patto che non me la svaligi naturalmente!

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Chi lo ha scritto

La Dona

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Nata e vissuta a Brescia dagli anni 70 a oggi (domani chi può dirlo?) La Dona scopre solo da pochi anni la sua passione per la scrittura. Da molti anni un numero la segue ovunque. La segue ogni giorno sull'orologio, pure quando legge orologi rotti; la segue al supermercato quando prende il biglietti al banco salumi; la segue quando le toccano delle visite mediche; la segue ovunque tanto che lei sta diventando pure un poco paranoica! 11 è IL numero. Stufa di incontrarlo casualmente ha deciso di dedicare il suo blog proprio a quel numero e ha aperto Capitolo 11 scrivendoci riflessioni, baggianate, farneticazioni, emozioni...così, giusto per esorcizzare la minia persecutoria che stava sorgendo in lei. Poi chi incontra sul suo cammino? Qualcuno che con il numero 11 ha un rapporto speciale e se qualcuno che la può capire esiste mica si può lasciar scappare l'occasione!

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