Lady Diana Spencer

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Diana Spencer nacque a Parkhouse, tenuta di Sandringham, in piena Inghilterra, nel 1961, dopo due sorelle e prima dell’unico maschio, da una coppia che divorzierà qualche anno più tardi.  Il padre era l’ottavo conte Spencer, la madre tale Frances Fermoy, poi risposata Shand Kidd: un contesto che più inglese non si può, dove gli europei continentali e repubblicani si muovono male.

I ragazzi rimasero col padre, risposato a sua volta, e furono presto avviati ai rispettivi collegi. Non risulta ci fosse un particolare affiatamento tra le sorelle; forse qualche confidenza in più esisteva tra Diana e il fratellino Charles, compagno di giochi nella primissima infanzia.

Lady Diana in una foto del 1981.

Studentessa svogliata, appassionata nuotatrice, poco amante invece dei cavalli, Diana assunse presto l’aspetto della romantica ragazza inglese: alta, non propriamente magra ma un po’ piatta, occhi color fiordaliso, caschettone biondo a coprirle i rossori del volto, il naso forte che, secondo alcuni, in seguito fu un po’ accorciato. Dopo i brevi studi, prese un appartamento a Londra con altre ragazze, tutte giovanissime, e si mise a fare la maestra d’asilo.

Circa allora, nel 1980, venne annunciato al mondo che il compassato e sussiegoso trentaduenne principe Carlo si sarebbe accasato con questa dolce pulzella dallo sguardo spaventato, ma malizioso. I giornali sottolineavano trattarsi di ragazza di specchiata e certificata onestà, mai sfiorata da mani maschili (a parte quelle del futuro marito).

L’Inghilterra di allora si presentava come un paese in decadenza, post industriale, ex potenza coloniale, divenuta patria del rock trasgressivo e del punk più arrabbiato, ai limiti della decenza (un nome per tutti: i Sex Pistols). La nazione era attraversata da disordini sociali, moti sindacali e attentati dell’IRA (in uno di questi era morto lo zio di Carlo, Lord Mountbatten).

I fasti della “swingin’ London” erano lontani. Si iniziò, con quel matrimonio, un restauro accurato dell’immagine, mostrando le virtù tradizionali della borghesia e dell’aristocrazia campagnole britanniche (alla faccia dell’”Amante di Lady Chatterly”). Si racconta che Carlo, sconvolto per la scomparsa dell’adorato zio, proprio in quel periodo abbia incontrato (per caso?), ad una partita di polo, una ragazzina molto sola a sua volta. E’ opinione comune che i futuri sposi abbiano socializzato sul comune terreno del deserto affettivo.

Il 29 luglio 1981, nella cattedrale di Saint Paul, a Londra, Diana si presentò con un abito dai toni d’avorio e largo come un paracadute, al braccio del padre, un signore non in buona salute, un po’ barcollante e con l’aria di chi non sa esattamente dove si trovi. La madre, non si vedeva bene dove avesse preso posto, ma certamente lontana dall’ex detestato marito. In quarta o quinta fila, ma ce l’hanno detto solo dopo, c’era lei, Camilla Parker Bowles. Inglesona dalla mascella volitiva e amazzone incallita, la tenace signora attendeva solo la fine della messinscena, per mangiarsi quella figliola. Qualcuno afferma che la supremazia di Camilla, in realtà, fu in discussione mentre imperversava la luna di miele degli sposini, periodo durante il quale Diana avrebbe dovuto giocare meglio le proprie carte.

Dopo il viaggio di nozze sul reale yacht “Britannia”, obbligo cui nessun reale poteva sottrarsi, si venne a sapere che la ragazza era rimasta prontamente incinta: in tre anni, ecco sfornati due maschi.

Uscirono vari telefilm, per esaltare il nuovo modello di nozze da propagandare: la giovane donzella che va in sposa all’adulto principe azzurro, playboy pentito e pronto a fare il papà di numerosi figliuoli, a formare una coppia adatta al protocollo.

Diana, Carlo ed il loro primogenito William

La neo principessa di Galles, poi Altezza Reale, per un po’ stette al gioco, anche nell’abbigliamento: severi abiti lunghi e stivaloni, camicette accollate e copricapo enormi (quasi un chador in versione inglese). Le curve venivano mortificate e le sue lunghe e splendide gambe sempre coperte. Mentre era in attesa del primogenito, la fotografarono in bikini e ne nacque uno scandalo.

E’ probabile che Diana abbia lottato con tutte le doti a propria disposizione per tenersi il principe che aveva sposato: per amore, secondo molti inglesi ammaliati dalla propaganda, per storditezza giovanile, secondo altri (per esempio, Indro Montanelli). Nessuno, all’inizio, la accusò di essere una astuta calcolatrice.

Fu subito chiaro che a corte l’annoiata Diana non ci sapeva fare: anche se proveniva dalla piccola nobiltà, quello era un olimpo sconosciuto per lei, non istruita a destreggiarsi in mezzo all’altezzosa (e un po’ anarchica) servitù di Buckingham Palace. In più, oltre a nutrire un certo timore verso i cavalli, per un qualche trauma infantile, detestava anche i corgy, cagnetti di razza, di casa alla corte inglese, trattati come piccoli lord e venerati dalla regina.

La giovane principessa se ne infischiava della musica classica, preferendo il pop; amava le danze moderne, anche ai ricevimenti ufficiali; non sapeva nulla di pittura e l’ecologia le faceva un baffo. Mancavano argomenti in comune con il consorte e la sua famiglia.
Verosimilimente, nemmeno Camilla se ne interesserà più che tanto; semplicemente, deve essere che Carlo ne è innamorato, mentre per la giovane moglie provava tutt’al più attrazione mista a tenerezza.

In pochi anni dovettero venir meno sia l’una che l’altra, se si guarda alle immagini dell’epoca che li ritraggono insieme: Carlo non nasconde il fastidio di starle vicino e le parla con distacco e insofferenza. Per gli storici delle vicende “Windsor” c’è anche una data spartiacque, il 1989, in cui Carlo e Camilla si fecero “sorprendere” in barca durante un viaggio in Turchia.

La giovane principessa, prima ancora di sincerarsi che il sistema l’avesse accettata, sosteneva l’idea di un cambiamento della monarchia, allo scopo di avvicinarla al popolo e renderla più umana. Lei stessa accompagnava i suoi bambini al parco giochi, in compagnia delle mogli dei suoi valletti, ispirando paragoni con la principessa Sissi, moglie dell’imperatore austriaco Francesco Giuseppe. La accusavano di chiamare i fotografi per apparire “mammona”. Le venne rivolta anche la cocente accusa di fingersi “popolare” per opportunismo, mentre non avrebbe mai rinunciato alle sue prerogative. Non che Carlo si sforzasse di apparire un buon padre. Secondo fonti di corte, aveva stabilito la data dei parti della moglie, perché non coincidessero con le sue gare di polo e anteponeva questa passione anche alle visite al figlio ammalato. Tant’è, Diana a un certo punto non fu più la beniamina della gente.

Improvvisamente l’atteggiamento dei media verso di lei cambiò. Non era la stessa ragazza di cui si decantavano le virtù? Che teneva alla larga gli uomini, tanto che non si era scovato nemmeno un filarino adolescenziale prima del reale fidanzamento?

Colpo di scena: si diffuse l’immagine della donna che scopre tardi, ma forte, le gioie del sesso e partì la sarabanda. Nella giostra qualcuno infilò perfino re Juan Carlos, noto per l’esuberanza sessuale e la moglie un po’ catatonica. Dagli scudieri agli antiquari, al giovane John Kennedy Jr, ce n’è per tutti i gusti e le nazionalità. Emerge dalle cronache una ragazza scatenata, che tempesta i renitenti al suo fascino con telefonate anonime nel cuore della notte o li nasconde nel bagagliaio per farli entrare nella sua residenza. Sono stati compiuti accurati studi, al riguardo.

Sarà. Di sicuro c’è che Diana stava male, colpita da disturbi alimentari e depressivi. Alle sue rimostranze seguivano automaticamente accuse di mania di persecuzione. L’ambiente reale ostentava la cortesia di prammatica, in realtà distruggendola.

Qualcuno ha sostenuto che in alcune lettere il principe consorte, l’ineffabile e legnoso Filippo di Edimburgo, l’abbia definita “puttana”. Più realisticamente, l’avrebbe rimproverata per non aver combattuto adeguatamente contro la rivale. La corte contava su di lei, che diamine! Filippo si rivolgeva alla nuora amichevolmente, come un padre putativo che dà buoni consigli e, di fatto, la stroncava come moglie e futura regina. Non gli piacevano neppure le frequentazioni della ragazza e i suoi amici gay. Diana gli si aggrappava come ad un’ancora di salvezza, ma tirava dritto con la nuova vita.

C’erano ombre anche sul rapporto tra Diana e la regina madre, apparentemente una paciosa vegliarda di indole timorata che però, secondo la principessa, proteggeva i due adulteri. L’amicizia con la spumeggiante e sventata Sarah Ferguson, ex cognata, frequentatrice dei locali di Ibiza e impermeabile ai giudizi, esponeva la principessa alle critiche dei cortigiani, tra cui contava dei parenti. Forse Diana fece l’errore di fidarsi di una rete di suoi sostenitori e simpatizzanti, non calcolando che erano pochi e intenzionati a non mettersi contro la regina.

Suo padre nel frattempo era morto, mentre della madre si sa poco: forse la disapprovava, secondo alcuni la insultava per la sua condotta. La matrigna, seconda moglie del conte Spencer, sostiene che Diana si confidava molto con lei, ma non si spinge oltre. Ebbe una parte anche la madre della matrigna, la scrittrice Barbara Cartland, definita “la Liala inglese”.
Costei, premiata nel 1991 dalla regina con un titolo, truccata come una bambola anche da anziana, al tempo del matrimonio parlò della principessa come di una propria nipote, della cui purezza quasi si attribuiva il merito; in seguito fece finta di nulla, con atteggiamenti del tipo “chi la conosce”.

Diana certo non si comportò come il rango avrebbe richiesto. Mostrava platealmente la sua noia ai ricevimenti ufficiali, con smorfie di disgusto davanti a capi di stato e first ladies. Esasperata, dettò le sue confidenze al discusso biografo Andrew Morton e accadde l’inevitabile: separazione nel 1992 , pressoché in contemporanea con il principe Andrea e Sarah (“ annus horribilis “ secondo la regina), divorzio nel 1996. I due ex coniugi rilasciarono incaute interviste. Diana fu esplicita, inquadrata impietosamente da tetre luci che ne evidenziavano il volto scavato. Carlo, davanti a tale Dimbleby (dove li trovano, con questi nomi), fu più disinvolto e meno loquace: più che a fornire la propria versione dei fatti, tendeva evidentemente ad esprimere pietà per la patetica ex moglie.

Diana desiderava ottenere un incarico di pubbliche relazioni per la Gran Bretagna, allo scopo di cambiarne l’immagine ammuffita ed avvicinare l’aristocrazia ai problemi mondiali. Non solo non fu presa sul serio dalla corte, ma fu declassata e le venne tolto il titolo di Altezza Reale. Il percorso a gambero della sua carriera non le tornò gradito.

Si possono trarre altre certe conclusioni. La principessa, presi a cuore i drammi del terzo mondo, cercava di rendersi utile per favorirne la conoscenza, carente però di preparazione e coscienza sociale. Solo il tempo avrebbe potuto mostrare le sue effettive qualità in questo campo. Fu così che, per inesperienza nel gestire la situazione, si beccò anche l’accusa di favorire i laburisti.

Così andò sul versante più personale. Interessata ai temi spirituali, praticava varie discipline e approfondiva i temi religiosi, ragione per cui incontrò Madre Teresa di Calcutta, come altri personaggi meno noti. Tutto questo fu rivenduto come sfrenato desiderio di esibizione e instabilità, oltre ad adombrare perfino sospetti di simpatia verso il cattolicesimo e aderenze all’IRA – e da qui a sembrare un fattore di destabilizzazione per lo Stato, ci sarebbe voluto poco…
Per giunta, era circondata di amici e parenti poco affidabili, con un fratello, ormai non più così amichevole, abituato a parlare a vanvera, silenziatosi improvvisamente e inspiegabilmente a qualche mese dalla tragedia.

Sul fronte sentimentale, abbiamo ascoltato l’elenco dei suoi amanti durante il periodo matrimoniale, tra cui spicca il nome di James Hewitt, militare poco discreto, che si fa passare per vittima e ha girato fiction lacrimevoli sulla relazione. Dopo il divorzio, oltre ogni ragionevole dubbio, deve esserci stato un forte sentimento per il cardiochirurgo anglo-pakistano Ahsnat Khan, refrattario al chiasso dei media.

Diana Spencer con Dodi Al Fayed, imprenditore egiziano e figlio di Mohammed Al Fayed ex proprietario dei magazzini Harrods. I due morirono insieme il 31 agosto 1997.

E’ stato scritto che Diana era amica di Dodi Al Fayed da quando erano ragazzi; poi, al contrario, che era una conoscenza di pochi mesi prima. Dov’è la verità? E’ stato detto che lui, per frequentarla, aveva appena mollato una bella americana: la tizia si mise a piangere davanti ai giornalisti, mostrando un anello. E’ noto che i monili sono la liquidazione per qualche notte di sesso, ma la ragazza sostenne sempre che esisteva un fidanzamento, mai veramente rotto, bensì in sospeso mentre Dodi si barcamenava.

Le ultime disincantate versioni parlano di Diana e Dodi come di due amici, adulti e consapevoli, che decidono di passare una breve vacanza insieme, senza che vi siano necessariamente grande passione o folle amore: lei per svagarsi, lui per esibire l’ultima preda e forse spinto dal padre Mohammed, di cui qualcuno lo riteneva succube.

Un’ipotesi più seria fa riferimento ad un argomento che toccava sempre il cuore di Diana e potrebbe averli avvicinati nel tempo: entrambi erano cresciuti lontano dalla madre. Ogni tanto si ripete l’illazione della principessa incinta, a causa delle rotondità addominali, particolarmente in risalto nelle immagini scattate a bordo dello yacht “Jonikal” (rimasto ancorato per mesi, dopo la tragedia, nel porto di Genova).

Riguardo a questa succulenta congettura, va osservato che Diana, nel tempo, aveva modificato sostanzialmente il proprio aspetto. Gli esercizi in palestra, sotto la guida di personal trainers, l’avevano resa più tonica e muscolosa. Abbronzata tutto l’anno, aveva smesso di vestirsi con quelle “mises” all’inglese, belle ad Ascot ma meno altrove, ricorrendo ai più celebrati stilisti mondiali. L’eterea ed evanescente figura dell’inglesina di campagna era scomparsa, anche a causa dei suoi travagli personali, lasciando il posto a una donna più dura e determinata, di cui i lineamenti denunciavano il cambiamento.

Solo un particolare, negli anni, era rimasto invariato, come si può notare da tutta una serie di fotografie prese nel tempo: la pancetta. Ora tale difettuccio diventa un indizio di gravidanza. Tutto può essere, anche se improbabile. Per non sbagliare, non è mancato chi si è messo a ricostruire le date dei suoi cicli mestruali, ma si tratta della soffiata di una “cara amica” a cui l’avrebbe detto Diana stessa. E’ scesa in campo pure la sua terapista olistica, sostenendo che quando una cliente è incinta lei se ne accorge e quello non era il caso, insomma: non se ne viene a capo.

Registriamo la testimonianza di un altro “fedele” assistente, Paul Burrell, il quale si lamenta a più riprese per le (a suo dire) ingiuste accuse di aver saccheggiato la casa della principessa dopo la morte. Il loquace valletto si è certamente rifatto con gli interessi: non fa che scrivere libri su di lei ed è il più convinto assertore dell’inesistenza di una storia d’amore tra Dodi e Diana. Li descrive protagonisti di un trastullo estivo in attesa di tornare ad altri, più desiderati ma difficili amori.

La ridda di voci, insinuazioni e tutto il corollario di confidenze (di amiche, fattucchiere, bodiguards che origliavano e segretari personali) non diminuisce. Poco resta da evidenziare, che non sia già stato sparato sulle riviste del globo. Occorre fare la tara a tutte le ricostruzioni: sono di fonte inglese e a contrastarle è rimasto solo papà Mohammed Al Fayed che, pur mostrandosi affabile e malinconico con i giornalisti (ma furente nei tribunali), appare rintronato per una tragedia, la morte dell’unico figlio maschio, di cui è ritenuto moralmente corresponsabile.

Lady D e Dodi nell’ascensore del loro hotel qualche ora prima di morire in un incidente d’auto a Parigi.

L’autista della Mercedes fatale, il bretone Henri Paul, è il fantoccio su cui appuntare tutta la responsabilità dell’evento. Qualche chicca? Alcolizzato e farmacodipendente, aveva un passato torbido nei servizi segreti, una vita sentimentale disastrosa e una depressione in corso. Per buona misura viene tratteggiato come un insolente fiancheggiatore dei ricchi che serviva: quella sera sfotté i fotografi e li dirottò all’entrata principale, mentre i due colombi se la svignavano da un’altra uscita. Tutto considerato, su di lui non si sono mai acquiste certezze, ma è poco credibile che non fosse in grado di condurre un’auto, al massimo si sarà fatto un paio di drink ciondolando in attesa di disposizioni padronali.
La guardia del corpo Rhis Jones, deturpato in viso e verosimilmente minato nel morale, è praticamente sparito dalla circolazione, ma ha detto la sua per bocca del secondo collega in servizio, che non entrò nell’auto. Il fratello di Diana, che avrebbe avuto guai personali di cui occuparsi, preferì inveire contro i “paparazzi”, accusati di aver provocato l’incidente (gli diedero ragione molte celebrità, tra cui George Clooney e Sylvester Stallone).

Dai racconti diffusi di recente, sembrerebbe che i fotografi siano stati inutilmente assillanti, nel tentativo di ritrarre in continuazione ciò che ormai era abbondantemente documentato, anche secondo un tacito accordo con Diana in precedenza, e ora lei desiderasse un po’ di tranquillità che essi non le concedevano. Alcuni di loro passarono qualche guaio giudiziario e uno, onestamente, ammise che, quando uscì dal carcere e si ritrovò bersagliato dai lampi dei colleghi, si infastidì molto. Come a dire che Diana poteva avere anche qualche ragione nel mandarli al diavolo.

Un poco di contorno ai piatti principali di questo menu investigativo? Diana,con le sue attività benefiche e il suo interesse ai poveri della terra, dava fastidio, era in contatto con paesi e personaggi ritenuti pericolosi e intercettata dall’FBI.

Le sorelle costituirono, praticamente all’indomani del fattaccio, un ente che commercializzava l’immagine della principessa mediante gadgets e vendita di diritti, con lo scopo dichiarato di finanziare le opere benefiche a lei care: intento edificante, ma un po’ precipitoso. Il logo di Lady D sul burro del supermercato non era, secondo alcuni, una grande idea. E secondo il valletto “io-so-tutto” Paul Burrell, la famiglia Spencer è composta da individui freddi, calcolatori, invidiosi e disumani: un bel ritratto.

Quattro anni prima dell’11 settembre, si creò l’occasione per parlare in termini di conflitto culturale , tra mondo occidentale e Islam, sia pure a livelli più fatui. Principalmente si è puntato, da parte di alcuni, sull’impopolarità delle scelte di Diana in campo sentimentale. I suoi ultimi compagni noti erano musulmani, circostanza che avrebbe scatenato le ire della casa reale.

Il Regno Unito pullula di ricchi arabi e orientali, che vi hanno investito senza trovare ostacoli. Gli Al Fayed, in particolare, sono occidentalizzati quanto più non si potrebbe. I genitori di Dodi divorziarono presto. La mamma, prima della prematura morte, era già più volte risposata. I parenti vivevano in Gran Bretagna o negli Stati Uniti e americana era anche la ex moglie di Dodi. Il padre Mohammed non è uno sceicco, ma un parente del miliardario Kashoggi, vicino alla corte saudita, quindi è pensabile che non abbia nemmeno sentimenti troppo avversi alle monarchie. E’ un uomo d’affari e quelli gli interessano. In Inghilterra è stato proprietario, per esempio, di Harrod’s e presidente di una squadra di calcio; dunque il paese, sensibile agli investimenti stranieri, gli aveva spianato la strada. Ora si lamenta della Gran Bretagna, che prima sembrava piacergli molto. Nondimeno, né lui né i suoi parenti sembrano attentare alla sicurezza del Regno Unito, anzi, casomai contribuiscono alla sua economia.

Vero è che la società tradizionale inglese non apre facilmente le sue porte ai nababbi senza titoli. Per questo, secondo certuni, Al Fayed padre avrebbe tentato di forzare la situazione, sfruttando il flirt di suo figlio con Diana. In base a questa versione, i servizi segreti della corona si sarebbero allertati come lepri, senza nemmeno bisogno di ordini espliciti, come accade in questi casi. Lo scopo, alquanto paranoico, era scongiurare un’unione ” interreligiosa” ancora tutta sulla carta e da verificare.

Tutto fa pensare che quel 30 agosto 1997 un annoiato e un po’ burbanzoso rampollo di miliardario arabo, produttore cinematografico a tempo perso, per farsi bello agli occhi di una illustre conquista voluta in parti uguali da lui e da un padre incombente, abbia commesso l’errore di dare ordini poco riflettuti ad un personale di servizio già molto provato da giornate di corpo a corpo con mezzo mondo di stampa e televisione e bisognoso di un cambio turno. Henri Paul, factotum più che autista, avrebbe dovuto smontare, ma obbedì al capo. Gli fu ordinato di correre e avvenne un incidente.

Pochi attimi dopo l’incidente fatale: il fotografo Serge Arnal è il primo ad arrivare sulla scena.

Seguendo la saggezza degli antichi romani, il “cui prodest?” , parte dell’opinione pubblica ha indicato come principale beneficiario della disgrazia il principe Carlo: si è risposato nel 2005 con Camilla senza nascondere, sia pure nei suoi modi rigidi, la propria straripante felicità.

Come insegna l’abdicazione di re Edoardo VIII, mettersi “contro” l’apparato, fare gli eccentrici, non paga. Tuttavia permane la sensazione che Carlo, oltre a non essere particolarmente coraggioso, sia anche un po’ cinico e, con lui, tutta l’augusta famiglia. Cresciuto in severi collegi dove veniva temuto o deriso, incompreso dal padre, abituato a non vedere la madre per mesi, era legato soprattutto al proprio stile di vita. All’epoca delle prime nozze, lottare per amore non gli deve essere interessato un granché: tra viaggi, cavalli, giardinaggio e l’attività di pittore di acquerelli, l’ultimo dei suoi pensieri era far questioni di principio sul matrimonio. La ragazza era accattivante, vivace e ambiziosa. Così il principe, con l’atteggiamento di chi va a firmare un registro di presenze, (e dopo il matrimonio di Camilla con un algido signore spuntato non si sa da dove), portò all’altare Diana, la candidata prescelta.

Il resto, vada come deve andare: questo esprimeva il suo sguardo, il giorno delle nozze , oltre alla speranza che la sposina portasse pazienza, in cambio del futuro status di regina. Nessuno, a quanto risulta, si pose il problema del marito della Parker Bowles: consenziente in nome della bandiera inglese? E se ci fosse un po’ di verità anche in quanto sosteneva Diana, ossia che lei e il marito si amarono, anche se l’entourage remò sempre contro?

Molti hanno fatto notare che, all’indomani della morte della principessa, senza la pressione dei sudditi la regina non avrebbe neppure espresso il cordoglio della real casa in televisione. L’opinione pubblica la costrinse in pratica al gesto pietoso, nei giorni successivi all’evento, facendole interrompere le vacanze in Scozia. Il film “The Queen” la assolve. Si rimane sempre perplessi, rivedendo il filmato di Elisabetta, impeccabilmente acconciata a riccioloni sulla fronte, mentre con la sua strana vocina e l’espressione di chi proprio non ha potuto rifiutarsi, tesse l’elogio della non adorata nuora appena defunta.

La madre di Diana è scomparsa qualche anno dopo la figlia, accusando i reali di crudeltà mentale verso la ragazza, pur sempre la madre dell’erede al trono. Qualcuno sostiene che questa signora, Lady Shand Kydd, della figlia si interessasse poco o nulla, in realtà, e la disprezzasse per il fallimento nell’impresa matrimoniale.

I rampolli William ed Henry fanno la loro vita. Il grande, ora marito e padre, si allena per un mestiere che finora è saldamente in mano alla nonna ultraottantenne, vispa e condannata ad esserci suo malgrado, mentre Carlo invecchia in attesa di regnare. Quand’anche ci riuscisse, avrebbe saltato a piè pari il periodo della vita in cui si dà il meglio in ogni campo, mantenuto in un limbo di eterno apprendistato: il suo regno sarebbe solo una serena attesa della fioritura di William, già in atto. L’abdicazione di Elisabetta è improbabile.

Henry è descritto come discolo, dedito a dissipatezze giovanili, dalle sbornie agli spinelli. Ad una festa ha indossato una maglietta con il disegno di una svastica. Poi è passato – in incognito – a combattere sul fronte afghano, da dove si è ritirato perché “scoperto” dai media. Difficile crederci. Papà Carlo ha comunque condiviso i grattacapi di molti genitori.

Carlo e Camilla

Non si può valutare il sentimento dei componenti il clan Windsor secondo comuni parametri. Il principale compito dei loro educatori consiste nell’indurli a nascondere le emozioni, mostrarsi impeccabili e all’altezza del ruolo, sempre. Se dolore c’è stato, per la morte di Diana, doveva essere contenuto.

La notte tra il 3o e il 31 agosto 1997 si è verificato un cosiddetto “evento mediatico” per eccellenza, che ha raggiunto probabilmente anche qualche anziano abitante della steppa o capo villaggio della Repubblica Centrafricana. A margine dei partecipati funerali fu intercettata qualche voce diversa, che si diceva indifferente alla morte di “una privilegiata”. Il leader del famoso gruppo rock Oasis disse agli inglesi, più o meno: “Fatevene una ragione, non c’è più, dovrete divertirvi con qualcos’altro”.

Mohammed Al Fayed, nonostante tutte le indagini abbiano concordato sulla tesi dell’ incidente, ha continuato per anni a sostenere che la coppia è stata uccisa da killer inviati dall’”alcolizzato filonazista” Filippo di Edimburgo (le origini tedesche di Windsor e parenti pesano sempre su di loro, a torto o a ragione).

Forse Diana non era l’eroina che qualcuno vorrebbe fosse. La definirono bisbetica, ribelle, manipolatrice, sarcastica, irriconoscente. D’altronde, non fece neppure in tempo a scoprire le proprie disposizioni. La crediamo sincera quando parlava della fierezza e della forza del popolo inglese, gente che ha vissuto secoli duri e ha creato un nuovo mondo di là dall’oceano. Ricordiamo la sua visita in Angola poco prima della morte e il toccante retroscena, uscito anni dopo, in cui confessa agli accompagnatori di essere scoraggiata in quanto, probabilmente, nessuno l’avrebbe mai presa sul serio. E colpisce l’ostilità successiva, del mondo britannico, nei suoi confronti. Il popolo l’ha quasi dimenticata. I giornalisti ne parlano con annoiata derisione, schieratissimi con la “royal family”. Anche gli storici inviati dall’Italia, come Sandro Paternostro, la massacravano.

Aristocrazia e media l’hanno rimossa, come un fastidioso episodio da cancellare. Brutta caduta da un piedistallo su cui era salita per un “ matrimonio del secolo” fasullo. Facile da manipolare, prima che vivesse appieno la sua giovinezza. Svolto il suo compito, via. Qualcuno doveva avvisarla che le regole si cambiano solo quando sei in vetta e mai in corsa.

In questi giorni leggiamo che qualche personaggio, non si sa bene da dove spuntato, forse un licenziato dalle forze armate, avrebbe spifferato nuove confidenze che potrebbero far riaprire il caso, chiuso nel 2008 con archiviazione sotto la voce “incidente”, dopo, ci dicono, accuratissime indagini.

Non ne dubitiamo, ma siccome, tra le righe dell’ inchiesta, correva una sottesa accusa alla famiglia reale, non si sa quanta libertà d’azione abbiano avuto gli inquirenti. Tuttavia, dopo aver a nostra volta sposato la tesi della disgrazia (non morirono così anche Astrid del Belgio e Grace Kelly? Gli incidenti sono democratici…), ci cimenteremo con l’alternativa.

Diana dava fastidio? Dopo tanto tempo forse ci si è dimenticati del clima dell’epoca, ma sì, certamente provocava disagio: nulla che gli imperterriti Windsor discutessero in pubblico, ma per cominciare le avevano tolto il titolo. Nessuno la rimpiangeva e il suo protagonismo continuo spostava sempre i riflettori a suo favore: non che i reali volessero mettersi in mostra, ma necessitavano di maggior apprezzamento da parte dei media, mentre questa ex moglie sembrava intenzionare a sparlare di loro ancora per un pezzo. Carlo voleva risposarsi con Camilla e non era opportuno, con Diana in vita? Pare proprio di sì, a giudicare dagli eventi. Lei scrisse di temere per la sua vita, accennando proprio a un incidente stradale? E’ stato detto e non smentito.

Non appare un argomento centrale se con Dodi fosse una cosa seria o meno: lo sembrava, lei ostentava la relazione, quasi per far notare la forza del suo fascino a cui un solo uomo aveva resistito, l’ex marito, preferendole un “rottweiler” (così definiva Camilla); lui aveva già visionato una villa da regalarle (quella dove l’ex re Edoardo e Wally Simpson avevano vissuto, altro schiaffo morale alla monarchia britannica) e aveva ordinato gioielli da favola da Repossi. Era manovrato dall’implacabile genitore? Probabile, ma per questo ancor più preoccupante: il tycoon egiziano aveva comunque un grande potere finanziario, che lo rendeva temibile.

Vari commentatori, anche italiani, rifletterono all’epoca che i servizi segreti o chi per essi, non ricorrono all’incidente automobilistico per eliminare qualcuno, vista l’alea; e, di recente, si è insistito che, casomai, sarebbe stato più facile sabotare l’aereo privato su cui i fidanzati si imbarcarono la sera prima ad Olbia, citando anche l’esempio di Enrico Mattei. Ci pare, però, che questo, sì avrebbe accreditato corposi sospetti: il Mediterraneo non è Los Roques e gli accertamenti su eventuali sabotaggi ai velivoli sono più facili.

Lady Diana in Angola nel gennaio 1997.

Un certo giornalismo musulmano (ma, ricordiamo ancora, prima dell’11 settembre e lo scatenarsi dell’islamofobia) non aveva dubbi. Perché la coppia quella notte non era rimasta al Ritz, di proprietà di Fayed stesso, e si era avventurata in una fuga improbabile? La risposta arrivata dai media rivali inglesi è semplice: rimanere avrebbe certificato la circostanza che i due dormissero insieme, formalmente inaccettabile per la stessa Diana. Obiettiamo che lo avevano già fatto per giorni sullo yacht. Erano amanti e la vacanza lo aveva certificato. Semmai, volevano evitare di “impattare” la clientela del raffinato albergo, che magari il giorno dopo li avrebbe sommersi di sguardi, anche per la sorpresa di averli a mezzo. L’impressione è che Diana sottovalutasse cosa la sua persona spostasse in termini di allerta, sicurezza, sorveglianza. Quando la proteggevano Scotland Yard o l’MI6 era un conto, ma i bodyguards del “suocero” erano solo due e per giunta, parole loro, piuttosto scocciati per il continuo obbedire a ordini anche contradditori (credevano forse di lavorare in un centro sociale?).
Si insiste che la principessa quella sera fosse triste e contrariata per la piega degli eventi e avesse insistito per essere accompagnata altrove. Sì, ma dove? Sempre insieme a lui sarebbe rimasta, non aveva luoghi di riferimento nella capitale francese. E le telecamere dell’hotel la mostrano sorridente, solo un po’ rabbuiata al momento di uscire, quasi avesse dovuto andarsene da lì controvoglia.

I filoinglesi ritengono la storia della gravidanza, evento che avrebbe scatenato il panico nella sua ex famiglia, una bufala asseverata. Anche questa possibilità non ci sembra determinante. La testimonianza sul fatto che lei avesse avuto il ciclo, o proviene da qualche cassonetto dove giornalisti trash, imbeccati dal personale degli alberghi dei vip, a volte frugano per trovare tracce di assorbenti (accade anche questo!), e mai lo direbbero, o deve avere dei riscontri. La “migliore amica” ci racconta che Diana lamentò malumore perché “le erano venute”, ma questo non significa nulla: fosse stata davvero incinta , non lo avrebbe certo rivelato in quella fase e ogni donna sa che, se vuole nasconderlo, per primo le viene in mente di simulare una regola mensile inesistente, nessuno controlla. Quello che conta è che la notizia circolava ( per fare un esempio, il settimanale “Oggi” la sparò in copertina come certa, dopo la morte) e ciò era sufficiente ad allarmare qualcuno. Non sappiamo chi, non siamo scrittori specializzati in fantapolitica, complotti e lotte tra croce e mezzaluna, ma gli enti interessati sono stati più volte nominati.

Testimoni dell’incidente, in possesso di dichiarazioni interessanti o inconfutabili, non se ne sono trovati, ammesso che siano stati cercati. La Uno bianca, data alle fiamme, invece sì, o perlomeno un’auto di quel tipo, di proprietà di un reporter suicidatosi nel 2000 (indagini a cura di Al Fayed, va specificato). Un ex agente segreto britannico ha parlato di un raggio accecante studiato dai servizi per omicidi eccellenti, che avrebbe mandato fuori strada l’autista. Quell’auto non era il massimo in fatto di sicurezza e a quanto pare aveva subito recenti rimaneggiamenti al motore. Le telecamere del tunnel dell’Alma erano tutte spente, insomma cieche come quelle attorno al Pentagono nel 2001…

Non si è riusciti a spiegare perché l’ambulanza sia stata dirottata a un ospedale più lontano rispetto alla prima opzione: lo avrebbe deciso il medico soccorritore in base al suo insindacabile giudizio professionale. Che è accaduto a Diana? Qualche foto di lei dopo l’impatto infine è sbucata, immagini contradittorie; in una il viso sembrerebbe insanguinato, in un’altra pare intatto e lei dormiente. Non è mai stata realmente spiegata la dinamica dell’accaduto nell’abitacolo. Per la versione ufficiale Henry Paul muore perché senza cintura, nonostante l’air bag; Rhis Jones, accanto, invece ce l’ha e ne viene salvato, pur sbattendo il viso con violenza.

I due dietro erano a propria volta senza cinture, il che è normale, in pochi lo fanno, ma non risulta che abbiano battuto contro qualcosa di solido come il parabrezza (ricordate Dora Moroni, che per l’urto fu sbalzata fuori dalla macchina di Corrado, e comunque si salvò?). Tutto il disastro, come si evince dalle fotografie, si concentra nella parte anteriore, quando, negli incidenti dove muoiono i passeggeri, si vedono vetture accartocciate. Il colpo fu forte, in ogni caso, e si motiva la sua morte con un’emorragia interna, che non le avrebbe però impedito di proferire frasi del tipo ” Mio Dio, lasciatemi in pace”…

Dodi? Sepolto in tutta fretta “secondo gli usi islamici”, cioè in 24 ore (ma non ci risulta affatto che sia una regola fissa). Chiederemmo a papà Mohammed, se potessimo, perchè non autorizzare allora un’autopsia e oggi, perchè no, un’esumazione. Religione o no, per muovere delle accuse servono prove.

Lady D invece è stata imbalsamata e interrata in una minuscola isoletta artificiale, al centro di un laghetto di una proprietà di famiglia e, secondo indiscrezioni, è stata lasciata un’apertura da cui è possibile scorgere il suo profilo.

Grazie a lei il glamourous premier di allora, Tony Blair, si esibì in uscite degne di un gran camerlengo, permettendosi di bacchettare la monarchia, auspicando il cambiamento. La monarchia non è cambiata, lui sì: faccia d’angelo di lì a qualche anno si buttò in guerra con meno esitazioni di quanto avrebbe fatto una Tatcher.

Diana è morta a trentasei anni come Marilyn e, come per lei, la leggenda continua: un po’ per speculazione, e molto perché non ci rassegna a mettere la parola fine alle favole, soprattuto se finite tragicamente.

[Fonti "Al servizio della mia regina", Paul Burrell; Nat Geo; History Channel; "Columbus" dell'autrice. Web.]

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