La guerra al terrorismo: quando Obama impara da G.W. Bush

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Oggi è l’11 settembre. Sono passati ormai dodici anni dall’evento che ha cambiato per sempre il significato di questa data.

L’11 settembre 2001 ho saputo dell’attentato alle Torri Gemelle di New York mentre, in autobus, tornavo da una lezione universitaria. Arrivata a casa, per prima cosa ho acceso la televisione: per il resto del pomeriggio quei maledetti aeroplani hanno bucato il World Trade Center migliaia di volte sullo schermo e, ogni volta, i grattacieli collassavano come castelli di carte, portandosi dietro 2.752 vite assieme alle certezze degli americani.

Un anno dopo mi trovavo negli Stati Uniti dove Ground Zero era ormai diventato meta, a un tempo, di turismo e di pellegrinaggio. Il governo Bush aveva dichiarato guerra al terrorismo e ad Osama Bin Laden, promulgato in gran fretta il “Patriot act” e attaccato l’Afghanistan dei Talebani, che almeno inizialmente si erano rifiutati di consegnare Bin Laden e gli altri capi della sua organizzazione terroristica Al Quaeda. Ma dopo la caduta di Kabul e di Kandahar il gioco si era fatto duro, i primi morti erano tornati in patria dentro alla bara e le voci polemiche diventavano via via più forti.

Serviva un nuovo nemico: il candidato ideale era l’Iraq, con il suo regime dittatoriale e il suo petrolio che non fa mai male. Era una guerra molto nobile, almeno secondo la propaganda governativa. Se un dittatore come Saddam Hussein è intenzionato a procurarsi armi di distruzione di massa questa è una minaccia per la sicurezza nazionale. Peccato che di queste armi gli ispettori ONU non abbiano trovato traccia. Ma c’erano ragioni ancor più alte, trattandosi, niente meno, di “esportare la democrazia” e punire stati che violano sistematicamente i diritti umani e probabilmente sono conniventi con il terroristi. Quando, il 20 marzo 2003, è iniziatala II Guerradel Golfo, che sarebbe successo non era una sorpresa per nessuno, da tanto che queste argomentazioni erano state ripetute.

Sono passati 12 anni. Dal 2001 la guerra in Afghanistan ha ucciso circa  3.000 militari della missione internazionale ISAF e il doppio tra i Talebani, mentre per quanto riguarda i civili, solo nel primo anno sono stati tra 3.000 e 5.000. La guerra in Iraq ha causato circa 600.000 decessi oltre ai 4.588 soldati della coalizione caduti.

Nel frattempo il governo USA ha cambiato colore. Tuttavia,oggi, la strategia di Barak Obama è esattamente la stessa del suo predecessore, salvo che al poso dell’Iraq c’èla Siria.

Gli attacchi dell’11 settembre hanno causato ben più morti di quei 2.754 coinvolti nell’attentato. Verrebbe da chiedersi chi ci guadagna, al di là delle ragioni sventolate all’opinione pubblica, dalla cosiddetta “guerra al terrorismo”, e qualche ipotesi sale alla mente di tutti. Ma una giornata come questa chiama il silenzioso ricordo di tutte le persone – americane, afgane, irachene – che non ci sono più in seguito agli eventi del World Trade Center. E un pensiero alle tante vittime delle guerre dimenticate perché occuparsene non conviene.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Tag

Chi lo ha scritto

Marta Malone

Sono una vagabonda del cuore. Dopo una vita universitaria fra Bologna, Bruxelless e Chapel Hill (North Carolina, USA), ho messo la valigia in cantina per promuovere i vini dell’Emilia Romagna. Nel 2011 mi son lanciata nell’avventura di una seconda laurea in Marketing. Il che limita assai il tempo che posso dedicare alle altre cose che amo: leggere, scrivere, imparare la quarta lingua straniera, viaggiare, scorazzare per i monti, fare fotografia, cucinare, darmi al bricolage. E ogni tanto prendermi il lusso di non far niente.

Perché non lasci qualcosa di scritto?