IperPensionato

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Gigi ha settantadue anni. Ha lavorato come mozzo, poi come saldatore, infine si è allocato a timbrare bolle in una shipping agency. Gigi ha visto appena la guerra, era un bambino, in quel di Sestri Ponente, ricorda le bombe,  quando si rifugiavano tutti nei portoni, poi sfollarono a Masone. Il conflitto gli lasciò in dote un bel guaio, il babbo vi morì.

Sua madre aveva anche una figlia, più piccola. Si rimboccò le maniche e andò a servizio . Seguirono anni duri. Gigi non poté studiare, ma lo zio, Baciccia, gli trovò un imbarco, così Gigi riuscì perfino a vedere l’America. S’intende che fosse una dura vita, visto che era mozzo semplice. Ricorda come in un incubo il puzzo di nafta e l’odore della terza classe degli emigranti, che ancora affollavano i bastimenti per cercare fortuna di là, e quanto ci mise per non soffrire più il mare e come odiava pulire le latrine.

Arrivò il servizio militare, alla Cecchignola, così Gigi visitò Roma e andò a casino, un attimo prima che li chiudessero. Si imbatté perlopiù in friulane o romagnole. Un commilitone romano, che stava lì per raccomandazione del parroco, si vantò fieramente della serietà delle sue concittadine in materia sessuale e Gigi si impettò, odiando per sempre Roma.

Al ritorno a Genova bussò di nuovo alla porta del vecchio zio Baciccia, ormai decrepito e sordo. Questi arrancò per qualche sede sindacale e riuscì a sistemarlo all’Italsider. Gli fecero un corso e divenne saldatore.

Abitava a Sampierdarena, in un palazzone del ripido corso Martinetti, affocacciato ad altri condomini uguali, dove la madre si era trasferita per essere più vicina alla casa dei padroni e far studiare la sorellina a ragioneria, fortuna che a lui non era toccata.

Dai e dai, arrivò anche l’amore. Lei si chiamava Alba ed era piccola e graziosa, una figuretta che si muoveva con garbo e mosse armoniose, nelle gonne a palloncino da lei stessa confezionate. Originaria dell’alta val Polcevera, faceva l’apprendista sarta e le piaceva il cinema americano. Pure lei era orfana di padre, così la mamma, Ida, aveva allentato la sorveglianza. Dalle parti del monte Gazzo, in camporella, Gigi la convinse a far l’amore e la mise incinta.

La futura suocera pianse calde lacrime, prima di affrettarsi a trascinare Alba a provare il corto abito da sposa. I fidanzati non volevano la cerimonia in chiesa. Gigi era stato simpatizzante partigiano e mangiapreti, Alba andava a messa solo nelle occasioni, ma per non provocare un altro torrente di lacrime in famiglia cedettero e si sposarono in parrocchia, vicino all’ospedale di Villa Scassi. Causa il pancino della sposa, il viaggio di nozze si ridusse a un mordi e fuggi, Pisa e Viareggio.

Naturalmente lei dovette lasciare il lavoro e i denari scarseggiavano. Si adattarono a vivere con Ida. Nacque Giancarlo.

Negli anni, Gigi impinguò le casse familiari con le trasferte a Taranto, in Sicilia, e una volta perfino in Arabia Saudita. Non gli dispiacque affatto, a parte che, giù in Puglia – l’Alba non lo aveva seguito perché di fresco operata di appendicite – lui si prese la mezza sbandata per una e al ritorno rimase stordito per un po’.

La situazione rientrò, la vita riprese il suo corso. Acquistarono una otto e cinquanta, poi una centoventisette. Ida mancò, lasciando loro l’appartamento in esclusiva. Poterono allestire una camera decente per Giancarlo, nel frattempo ragazzino indocile e sempre alle prese con qualche problema, una volta l’incidente con la Vespa, un’altra i votacci in condotta, qualche osso rotto durante una partitella all’oratorio. Nulla di grave, dai preti rimediò il diploma (Gigi si riconciliò con la chiesa). Gigi, ereditata da zio Baciccia l’abilità a intrallazzare, ficcò il figlio in ditta, lasciandogli praticamente il posto, benché ormai fioccassero casse integrazioni e prepensionamenti. Lui stesso dovette sloggiare, ma con una bella liquidazione.

Si annoiava, però. Tutti giorni andava in sindacato, dove le nuove leve “gli davano dei larghi”. Uno dei pochi “anziani” rimasti lo pescò quasi alle mani con un delegato che stava per buttarlo fuori e gli propose di dare una mano, in nero, in un’agenzia marittima del centro.

Gigi, incoerente ed entusiasta, soffiò così il posto a qualche giovane da assumere in sua vece, senza rimorsi. L’alternativa sarebbe stata vagolare per casa, dove una Alba in precoce menopausa, carica di dolori e recriminazioni, gli avrebbe brontolato di mettersi le pattine. Brava donna, per carità. Tolto il fatto che, dopo l’operazione, accettava di fare sesso ogni morte di papa, per il resto era linda e precisa, si curava diligentemente gli acciacchi, si teneva a stecchetto dopo aver raggiunto ottanta chili di peso, perdendone a fatica una decina, era sempre un’ottima cuoca e una madre sollecita.

Quando Giancarlo li rese nonni, Gigi non vide quasi più la moglie, impegnata a contendersi il pupo con la consuocera.

Il lavoro all’agenzia durò un paio d’anni. Inesorabilmente, il titolare lo congedò. Erano in pericolo tutte le piccole agenzie, si licenziava, figurarsi se poteva tenere lui.
Ne conseguì una condizione di noia disperante. Benché servissero a foraggiare anche la famigliola di Giancarlo, i soldi in casa non mancavano. Gigi cambiò auto e per un poco si pavoneggiò con una Golf, ma in fondo non gliene importava granché, aveva faticato perfino a prendere la patente.

Dimagrita e meno isterica, la Alba migliorò d’umore. Persa con disinvoltura la battaglia per l’accudimento della nipotina, che stazionava sempre dall’altra nonna, tornò più affettuosa, si fece bionda e lo assecondò. Gigi respirò di soddisfazione, perché covava ormai insani pensieri sulla colf ucraina , una quarantenne dalla voce di miele e gli occhioni azzurri, burrosa, non proprio sexy, ma molto femminile.

Trascinò la Alba per ogni dove. Dopo una vita di vacanze in montagna o in riviera, si inaugurò una sarabanda senza quartiere. Dalle Canarie a Parigi, dalla crociera sui fiordi a New York, non si fecero mancare nulla.

Purtroppo, dopo l’ennesima operazione, alla Alba prese una leggera incontinenza. Dovette rassegnarsi al pannolone e le passò la voglia di viaggiare. Gigi la convinse a frequentare corsi di ballo. Perfezionarono il liscio, seguirono i balli da sala, il tango e tutti i latinoamericani. Per un po’ si aggregarono alla compagnia dei corsi e fu tutto un girare da un locale all’altro.

La frenesia di Gigi lo indusse a prendersi un diploma tardivo. Si iscrisse al corso di computer, prese a navigare in web. Così scovò, insieme a suoi compagni di corso, una fantomatica scuola per cinque anni in uno e si ritrovò diplomato geometra.

Ma non gli bastava. Sotto lo sguardo della smarrita Alba, che rifiutò di seguirlo, si iscrisse all’università della terza età, laureandosi in scienze politiche. Affisse i titoli in sala, organizzò cene per mostrarli al’universo mondo, si fece chiamare dottore.

Alba, temendo quello stato di esaltazione, si risolse ad accompagnarlo nuovamente a qualche iniziativa. Frequentarono i corsi di pittura e quelli di scrittura creativa. Un giorno Alba mostrò al marito un suo piccolo racconto e Gigi si risentì, perché lui non c’era riuscito.

Fu lei a scovare un nuovo modulo, all’associazione dei pensionati della cooperativa: lingue. Si inoltrarono in inglese, francese e spagnolo. La sera, davanti alla televisione Gigi le faceva domande saltando da un idioma all’altro ed Alba fingeva di sbagliare anche se conosceva la risposta: temendo di irritarlo, gli lasciava la palma del più bravo.

Al settantesimo compleanno Gigi la convinse di nuovo a qualche viaggetto, e il primo fu a Praga. Sul Ponte Carlo, fu colpito da una coppia di violinisti, ma lì per lì non disse nulla. Tuttavia, qualche mese dopo, quando fu il turno dei settanta di Alba, mentre si trovavano in una taverna di Madrid, lui si esaltò ascoltando certi chitarristi intenti a un flamenco, per non parlare del’entusiasmo che gli suscitavano i ballerini. Al ritorno, si diede a cercare una scuola di flamenco a Genova e la scovò a Nervi. Alba alzò bandiera bianca e per un periodo Gigi parve acquetarsi. Ristrutturò l’appartamento: tappezzerie, mattonelle, sanitari, imperversava con gli operai, in una nuvola di polvere.

Finito che ebbe, il demone lo riafferrò. Dapprima senza dirlo, poi confessando l’inconfessabile, ammise di essersi iscritto a quella scuola di Nervi. Alba lasciò fare, troppo contenta di aver trovato un po’ di pace. Quel giorno Gigi tornò galvanizzato. Sbattè l’uscio di casa e corse in cucina ululando: “Mugié, m’hanno preso per il saggio!”. Non ricevendo riscontro, Gigi ebbe un lampo di disappunto ed entrò nella stanza con un broncio da bambino offeso.

Tutti lo abbracciarono. Alba era stata una moglie perfetta, una madre esemplare, ed era ancora così giovane! Gigi pianse tutte le sue lacrime. Giancarlo, sconvolto, prima di andarsene con la moglie, promise: “Ti chiamo domani, papà, ora sto troppo male”.

Quando il suo amico ed ex collega Bruno gli fece cenno che era ora, Gigi diede ancora un ultimo sguardo al tumulo di terra fresca, accettò il braccio che l’altro gli porgeva e tirando su col naso, domandò: “Lo fai il corso di chitarra?”

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