Il vuoto non può attendere

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Mi stendo su un letto, dopo una giornata di intensi giri correlati alle infinite attività create non necessariamente per il sostentamento e il mantenimento in autonomia, spesso indotte da un bisogno di riempire qualcosa. Cosa sia esattamente questo qualcosa non riesco ancora chiaramente a decifrarlo.
Guardo la parete che mi sovrasta e, nel tentativo di dare voce e sostanza a quel qualcosa, un insopprimibile istinto di fuga dal letto mi assale, imponendomi di guardarmi urgentemente dentro.

Provo a resistere, a rimanere ancorata a una base fissa e stabile per fare luce. E prendo coscienza di un dibattito interno a me, di una discussione accesa, spesso risoltasi, in un passato neanche tanto lontano, con una spavalda e superba vittoria di una condizione mentale ritenuta per troppo tempo l’unica in grado di garantire salvezza e stabilità. Forse, solo fermezza e rigidità e fissità.

Il presunto avversario di una tribuna elettorale, che farebbe invidia alla valanga di sproloqui magistralmente pronunciati da un Nanni Moretti agli esordi di carriera contro l’altra parte politica, in deroga a ogni forma di civile confronto, chiamasi corpo. Non so se ne abbiate mai davvero avuto coscienza.

E’ qualcosa di palpabile, di consistente e mutevole, qualcosa che cambia con noi, con i nostri passaggi di crescita, che ci guida e sostiene nelle battaglie quotidiane e che, con fenomeni di apparente disequilibrio, comunemente noti come malattie, ci riporta verso la retta via o ci fornisce un’immediatezza dell’esistere in dissonanza con identità ancestrali sepolte che sarebbe il caso di riesumare.

Esistenza vuole che quasi mai le due autorità maestre, monsignor Cervello e sua eminenza Corpo, vadano per la stessa strada, generando un conflitto che, sul piano inclinabile delle nostre false certezze, diviene la fuga verso il lavorio di copertura al “cuore” delle cose e l’abbandono di un morbido letto su cui ritemprare le membra stanche e appagate di un corpo che cerca spazio e vuole ascolto.

Perché fuggire via dal riposo, da un otium che, seppure i latini intendevano in un’accezione differente dal non fare nulla, rimanda all’esigenza di un ritrovamento di passioni e interessi a cui si può assurgere spesso passando da uno smarrimento e da una dimensione conseguente di ricerca di desideri, in cui ci si incanala abbandonando il vortice della materialità del fare artefatto?

Rimanere su un letto può essere letale, mens dixit.
Eppure corpus non errat.

La connotazione letale dello stare è legata a un’idea che la mente, in un paradosso di accezioni, non contiene, l’idea di vuoto. Il vuoto è carenza, è mancanza, è bisogno, è il nulla e fa paura, fa male, sgomenta e risucchia verso inferni conosciuti e sepolti o verso rischi di sconnessioni inaccettabili con un reale che troppo spesso confondiamo con la verità assoluta, dimenticando fallacità e ciclicità dei nostri passaggi terreni.

Ma se qualcosa ci atterrisce nella sua assenza, siamo certi che questo accada perché ci è intimamente mancato? La coscienza di una mancanza nasce evidentemente da un bisogno, ma il bisogno di qualcosa scatta umanamente in noi dall’avere, da qualche parte, conosciuto l’oggetto del bisogno. L’errore, perché mentalmente di errore deve essersi trattato, sarà, allora, consistito nel porgerlo fuori quel bisogno, nel credere che qualcuno di importante per la nostra vita avrebbe dovuto soddisfarlo e, gentilmente, farlo secondo le nostre modalità.

E, dunque, di errore non potrà parlarsi, perché le umane forme di conoscenza passano da meccanismi proiettivi e, se fuori ci siamo pericolosamente sporti, saremo, facendo un passo dentro, in grado di riprenderci bisogni e oggetti del bisogno, scoprendoci ricchi, molto di più di quanto non pensassimo. Nell’istante in cui provo a darmi forza, lungo il filo, non più tanto sottile, delle argomentazioni arditamente sostenute e motivate, mi scopro fragile. Come se tutto ciò non bastasse a placare la mia ricerca, la spinta verso qualcosa che dia garanzia di completezza.

E monsignor Cervello svetta trionfante, perché subdolamente si insinua nel tentativo di dare risposte altre a stati di coscienza di difficile accettazione mentale. Per un auspicabile processo evolutivo, non potrà rimanere tale a lungo. Il vincitore, seppure potente, cederà e lascerà il posto, quando i tempi saranno maturi, a voci che avranno vibrazioni ed energia di sfere ignote alle frenetiche corse umane verso mediocri obiettivi. Saranno voci di identità sepolte e liberate in un corpo rinnovato e umilmente in sintonia con “tutto”.
Con il tutto.

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Chi lo ha scritto

Alessandra Bartucca

Nata in Calabria nel 1978, trascorsi i tempi in cui “si potevano mangiare anche le fragole”, si trasferisce a Bologna per ragioni universitarie e di vita. Laureata in giurisprudenza, prova a dare costantemente una “ratio” o senso alle cose, inclusa la scelta di studi giuridici di difficile integrazione con la sua passione per l’arte cinematografica, culinaria, per la psicoanalisi e per la letteratura greca, oltre che per i libri in genere, da leggere e provare a scrivere, e per i viaggi, dentro e fuori di sé. Intimamente idealista e in cerca di un suo posto nel mondo, è una giovane donna ciclicamente in trasformazione.

4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Anna Colombu

    Nella mia sconfinata ignoranza, vuoto, non comprendo esattamente il senso (delle sue parole)il cervello annaspa, ma l’animo sente e inizia a percepire qualcosa. Il vuoto… spazio, illusione di una eterna esistenza alibi letale per rimandare per delegare al tempo stesso la nostra esistenza carente di coraggio imprigionata dalla paura, dalla pigrizia,impedendoci di riconoscere e rivelare le nostre fragilità. E forse sono proprio esse il punto di forza su cui imparare a costruire il nostro se nelle relazioni umane.

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    • Alessandra Bartucca

      Condivido il concetto ultimo…Certamente, la fragilità ed il suo riconoscimento sono punti di forza nell’istante medesimo della loro accettazione e integrazione col resto dell’identità, ma è il cammino che conduce a ciò che passa dalla coscienza di qualcosa che manca o che crediamo ci sia mancato, anche solo nelle forme volute.Dunque, vuoto quale passaggio obbligato di crescita.Grazie.

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  2. Antonio Capolongo

    Il tempo e gli altri, i due cardini mai ben fissati – sempre da risistemare – forse a loro volta ancorati a quel vuoto incolmabile venutosi a creare tra la ragione del singolo e la coscienza collettiva, non sempre in sintonia con quella di ognuno di noi.
    Grazie per l’interessante ricerca introspettiva.

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    • Alessandra Bartucca

      Grazie a chi, come Lei, mi aiuta ad ampliare le prospettive di veduta, fornendo ulteriori spunti di riflessione…Pubblicare ciò che si scrive diviene così prezioso strumento di arricchimento personale.

      Rispondi

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