Il “brand” come entità guida

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Cosa cerca la nostra irrequieta persona nel trascorrere della propria vita? 
Da cosa siamo sospinti giorno per giorno, verso quale meta aneliamo? 
 Ideali, missioni, avventure, vivere la vita in sé?
Forse, per alcuni. Fortunati loro, o forse solo migliori.

La verità che vedo è che giorno dopo giorno inseguiamo farfalle e batuffoli di cotone sospinti dal vento, se non il vento stesso; coltiviamo piccoli desideri chiamandoli sogni e attendiamo con ansia che venga quel giorno in cui potremo soddisfarli.

Cose.

Molti di noi desiderano che cose, cose di qui, cose di là, oggetti e oggettini, pezzi di materia, macchinari, congegni, strumenti, cose inutili, cose immobili, cose che funzionano, cose che fanno, cose che si muovono, cose per fare altre cose. 
Potrebbe quasi sembrare affascinante e romantico, come in un anime di Miyazaki: un brulicare di attività e compravendite nella deliziosa cittadina, le donne che frequentano botteghe e mercerie, i bambini che spulciano i mercatini e gli uomini che scendono dalle navi carichi di cose nuove e portano tutto a casa e le case diventano deliziosamente traboccanti di oggettini, soprammobili, chincaglierie, pendagli, macchinari sbuffanti e oggetti quasi magici.



Magari.

Sarebbe troppo spontaneo, originale, diversificato, insomma (commercialmente) dispersivo.

Circondati come siamo da una intricata foresta di segnali più tendiamo l’orecchio più odiamo il vociare sovrapposto di migliaia di venditori che propongono le loro merci; se acquistassimo di tanto in tanto ciò che ci è utile quando ci serve da chi ci capita sotto mano prediligendo chi al momento ha i prezzi più bassi, come farebbero ad emergere le tanto amate posizioni dominanti che caratterizzano il nostro bel mercato globale?

A nostra, o meglio a loro salvezza allora ecco che si impone fragorosamente irrompendo sulla scena come i letteroni giapponesi nei titoli dei cartoni animati degli anni ottanta (con tanto di fragoroso effetto sonoro) l’entità chiave del successo del commercio moderno: il brand.

Il brand non è solo una marca, un logo o una figura. Il brand è una commistione di realtà e fantasia, un immaginario agglomerato di sensazioni intangibili, il brand è un ente astratto, un’idea che sembra presente da sempre nella testa del “consumatore”, che racchiude tutto e nulla di quel che si cela dietro un determinato simbolo.
Il brand suscita, agglomera, allinea, trascina, fa sognare all’unisono, è un lazo all’interno del cui largo cerchio noi capi di bestiame spintonandoci e sgomitando aneliamo di essere racchiusi.

Probabilmente penseremo quei brand che vanno più per la maggiore, interrogati quasi tutti sapremo descrivere per bene ciò che ci è stato inculcato in anni ed anni di bombardamento; quando ero piccolo per “educare” i bambini mettevano persino nei bustoni di figurine le “grandi marche”, insomma si collezionavano loghi di aziende!
Immediato, alla sola vista di un semplice simboletto, all’ascolto di una parolina o delle prime note di un jingle un flusso di idee e sensazioni immediatamente si spacchetta nella nostra testa e ci irrora dal di dentro di voglia di possesso ed appartenenza: snoccioleremo a memoria lo slogan, canticchieremo la musichetta, visualizzeremo il prodotto e lo vorremo acquistare.


Coca Cola.
O Nike.
O Apple.
I soliti, insomma.

Vero, ma forse un po’ scontato, antiquato, oramai classico.

I più scaltri, e gli altri per imitazione al seguito, hanno fiutato da tempo l’affare, e quindi tutto, tutto ciò che si può viene trasformato in brand.
Nell’onesto mercato globalizzato o hai un brand o non sopravvivi.

Le vecchie aziende si rifanno la faccia e ricostruiscono ciclicamente il proprio brand al mutare delle volubili condizioni e flussi di emozioni del momento, luoghi ed intere città inventano il proprio brand, le persone stesse assurgono sé stesse a brand.
Così assistiamo alla società di bevande gassate ristruttura la propria immagine proponendo impropri concetti di condivisione, alla catena di fast-food si traveste da liberale e cambia lo sfondo del logo da rosso a verde, ad un sindaco parla di “marchio Firenze”, ai bei milionari che gestiscono locali o fanno occhiali di velluto o a alcuni politici che costruiscono intorno a sé un idea pubblica di successo.
I bambini, i cani, i morti e persino santi ormai vengono inviluppati in un brand, basta fare un giro nei gargantueschi ipermercati tematici o negli spazi merchandising di alcune chiese e basiliche per essere sopraffatti dalla quantità di oggettistica prodotta intorno a figure che dovrebbero essere e restare non coinvolte, innocenti o mistiche.

I brand penetrano sottilmente nelle menti usando la porta secondaria attraverso le pubblicità, gli scaffali dei supermercati, i cartelloni e il derivante passaparola, si innestano, si radicano, crescono, lavorano per il proprio creatore, all’interno nelle nostre teste.

Cosa rimane di “sbrandizzato” a questo mondo?
Cosa ci resta di genuino, inaspettato, inindividuabile, indefinibile, senza confini, senza nome e senza etichetta, senza fini né secondi né primi? 
Come sopravvivere all’edulclorazione, ai gadget, all’usa e getta, alla smania di shopping?

Mi vengono in mente le solite cose importanti ma un po’ scontate, come veder crescere un bambino senza sapere cosa imparerà e farà l’indomani o vivere un’amicizia che nasce senza perché e rimane senza definizione.

Penso sia giusto così, le cose vere non sono programmabili o predefinibili; l’importante è che quando accadono, le si riconoscano e si vivano senza cercare o creare etichette.

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