Bors in the USA

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Se il 10 settembre 2001 aveste investito un milione di dollari nella borsa di NY, quanti soldi avreste oggi? E se li aveste investiti alla Borsa di Milano? Non sono domande da un milione di dollari, sono domande da circa un milione e duecentomila dollari. E’ il 10 settembre 2001, Bin Laden, oppure un uomo della CIA, sempre che non siano la stessa persona, vi ha rivelato che domani ci sarà l’attacco alle Twin Towers, l’attentato all’economia mondiale. Vi hanno dato un milione di dollari da investire in borsa, la scelta è tra New York e Milano, la condizione è che l’investimento duri esattamente 12 anni.

Oggi è il grande giorno. Tra l’11 settembre 2001 e l’11 settembre 2013 ci sono state guerre in Iraq, bolle speculative, crisi economiche planetarie. Avete scelto New York? Bravi, staccate un assegno da unmilionesettecentocinquantamiladollari. Avete scelto Milano? Ahi ahi ahi… il vostro capitale si è quasi dimezzato, appena 559 mila dollari. Per farla breve, la differenza tra New York e Milano è di circa 100mila dollari all’anno.

Le borse di NY e MIlano dall'11-9-2001 ad oggi

Le borse di NY e MIlano dall’11-9-2001 ad oggi

I dati parlano chiaro, basta guardare il grafico che riassume l’andamento degli indici Dow Jones e FTSE MIB. Ma cosa è successo? Ma non era tutta colpa dei sub-prime americani? Ma non erano gli italiani quelli che soffrivano di meno perchè avevano i risparmi in casa?

E l‘economia reale? Dal gennaio 2008 il PIL reale dell’Italia è diminuito di quasi il 9%, nello stesso periodo negli Stati Uniti è aumentato del 5%. E la disoccupazione? In Italia è quasi raddoppiata (dal 6,5% al 12,1%), negli Stati Uniti, sempre dal gennaio 2008, è aumentata dal 5 al 7,6%. Se poi come riferimento prendiamo il primo trimestre del 2011, quando la disoccupazione USA era superiore a quella italiana (9% contro 7,9%) si scopre che nell’arco di un paio d’anni la disoccupazione italiana è aumentata del 3%, quella americana si è ridotta dell’1%.

Si può prevedere la finanza? (Dal film "Pi")

Si può prevedere la finanza? (Dal film “Pi”)

Dati alla mano, la crisi negli Stati Uniti è finita ad inizio 2011, quando il PIL è tornato ai livelli del 2008 e ha cominciato a salire progressivamente, mentre la disoccupazione si riduceva. Dati alla mano, la crisi in Italia è esplosa ad inizio 2011, quando il PIL, più o meno costante dopo il crollo del 2008, ha ricominciato a scendere rapidamente, nove cali consecutivi. Di fatto, la ricchezza italiana è la stessa della primavera 2000, una sfida aperta al principio di base del capitalismo, la crescita.

Potrebbe essere decrescita felice, ma dalle facce della gente che vedo sul treno o per la strada, lo spirito mi sembra un po’ diverso. Mi sembrano più allegri gli americani che vedo in televisione, ma potrei sbagliarmi.

Certo, la finanza non è il miglior metro per misurare il progresso di una società. Non lo è nemmeno l’economia reale. Non c’è un indice borsistico che rifletta il modo in cui una società risponde alle difficoltà, il modo in cui fa una riforma della sanità o delle pensioni, il modo in cui investe sui suoi giovani, ma temo che le statistiche in questo caso siano superflue. L’Italia è una società che per far quadrare il bilancio e confermare pensioni abbondanti a chi ha già messo da parte grazie ad una vita di lavoro, allunga l’età lavorativa e lascia fuori dal mercato del lavoro chi ha ancora l’età dell’entusiasmo e dell’iniziativa. Alzare l’età pensionistica per risanare l’economia è come decidere di non uscire di casa per evitare di spendere per comprare da mangiare.

Al Gore

Al Gore

La differenza tra l’economia italiana e quella americana, secondo me è in tre elementi. Primo, il coraggio. Il coraggio di rinunciare agli schemi politici ed economici di secoli ormai finiti. La prima mossa americana per rispondere alla crisi dei sub-prime è stata quella di rinunciare al proprio liberismo e intervenire sull’economia e sulla finanza con denaro pubblico, inclusi i discutibili aiuti alle banche. Nel marzo 2010, il famoso milione di dollari del 10 settembre 2001, investito al Dow Jones, non era stato ancora recuperato. Mancavano 100mila dollari. Ma nello stesso periodo Obama è riuscito a far passare una riforma della sanità che iniettava risorse pubbliche nel sistema sanitario, per aiutare soprattuto i più poveri e anziani, strozzati dalle assicurazioni private. Il coraggio vuol dire anche andare oltre la prossima scadenza elettorale, pensare alle nuove generazioni, gettare le basi per un futuro che ancora non esiste… in poche parole, rischiare.

Secondo, la fiducia. Personalmente, ho riso spesso dell’ottimismo americano, spesso l’ho bollato come superficialità. Mi sono ricreduto. Funziona, funziona molto meglio del vittimismo. Terzo, le istituzioni. Ricordate il discorso di Al Gore nel dicembre 2000, dopo le più contrastate elezioni presidenziali, con un riconteggio dei voti e la decisione della Corte Suprema di confermare la vittoria di Bush a strettissima maggioranza?  Disse il buon Gore: “Stanotte, per il bene dell’untà del nostro popolo e per la forza della nostra democrazia, offro la mia concessione [della vittoria a Bush]“. Disse che aveva chiamato Bush per congratularsi, “Ho offerto di incontrarmi con lui appena possibile, così che possiamo cominciare a mitigare le divisioni della campagna e la lotta attraverso siamo appena passati”. Una scena fantascientifica se traslata nel contesto italiano, oppure bollata come inciucio… ma credibile e soprattutto funzionale se teletrasmessa da un network americano.

Dunque, se vi dessero un milione di dollari da investire oggi, 11 settembre 2013, per poi ritirarli l’11 settembre 2025, in quale borsa li portereste?

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Cosa ne è stato scritto

  1. Paolo Agnoli

    Condivido, apprezzando davvero tutto il contributo. Analisi onesta e perfino ‘appassionata’, mi viene da dire, ma basata su fatti e informazioni precise, e su argomentazioni razionali. Grazie.
    Purtroppo è tutto il nostro sistema del lavoro, che pure per anni ho ammirato, che ora -e da tempo ormai- si dimostra inadeguato in un mondo che sta cambiando in fretta. A parte gli immensi problemi della nostra politica, concentrare tutti i diritti solo sui dipendenti di medie e grandi aziende non solo penalizza ingiustamente tutti gli altri lavoratori (dipendenti di piccole aziende, precari, disoccupati, piccoli e piccolissimi imprenditori -sono lavoratori anche loro eccome!)ma blocca ogni possibilità di reale sviluppo economico. Certo,i soldi non fanno la felicità. Ma, come diceva Trilussa, figuramoce la miseria! Una ‘decrescita felice’ è davvero improbabile, e certo non è felice la continua decrescita che stiamo sperimentando noi.

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