Ad ognuno il suo Webber

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Non ci sto. Non ci credo. Non venitemi a raccontare che esiste ancora qualche essere umano rimasto immune al fascino della squadra di chirurghi dal bisturi d’oro (posso concedere deroghe o eccezioni solo su presentazione di specifico certificato attestante Paupasia o Isole Vergini come luogo di residenza).
E’ la serie tv che narra di operazioni a cuore aperto e che, il cuore, te lo strazia episodio dopo episodio a suon di: trame inverosimili quanto struggenti; personaggi che senti tanto vicini da potergli urlare con nonchalance un “Ma ti riprendi? Qualche anno fa non l’avresti mai fatto”, neanche fossero amici di vecchia data o i fratelli silura-maroni di sempre; catastrofi che si susseguono con una frequenza tale da mettere all’angolo pure i video inchiesta di Real Tv.

Un titolo, 2 parole, un genitivo sassone, quasi 200 puntate, una creatrice da fermare a colpi di scimitarra sui polsi per evitare che metta in cantiere altri show visto che ama farlo freneticamente ad intervalli regolari di circa 2/4 mesi.
L’imputato in questione risponde al nome di “Grey’ s Anatomy”, ovviamente. Il prossimo 26 settembre partirà sugli schermi americani la decima stagione del “medical drama” più amato e seguito di sempre (pare che quelli di ER siano finiti in terapia per reggere botta e ora si becchino un certo dottor Lucas, che ogni giorno, alle 12:45, ha l’incarico di dissuaderli dal suicidio di massa ripetendogli che anche la loro serie non era poi tanto male… il tutto mentre lui, in segreto, carica il download dell’episodio 2×27, quello in cui Meredith e Derek gli danno dentro come se non ci fosse un domani in una sala chirurgica in presenza di 12 esemplari diversi di bisturi, ma con la loro biancheria intima come unico grande assente). Non succede tanto spesso.

I tentativi di replicare successi storici come Beverly Hills 90210 o Friends si sprecano fra sceneggiatori americani e non, ma l’abilità ed il talento naturale di confezionare prodotti capaci di entrare nel cuore degli spettatori fin dal 21esimo minuto del pilot appartengono davvero a pochi eletti. E’ una questione di pura empatia. E’ la capacità di condensare in 50 minuti una trama efficace e che lasci almeno un piccolo messaggio – positivo o meno – nello spettatore, qualcosa che faccia riflettere ma che non abbia mai il sapore di una lezioncina di vita annaffiata di paternalismo, moralismo spicciolo e un paio di frasi fatte come chiusura. E’ il saper essere essenziali ma non brutali, dolci ma non melensi, vicini alla realtà ma mai invadenti, chiari e allo stesso tempo il meno banali possibile.

E’ una missione impossibile? No. Però è sicuramente impresa ardua e bisognosa di impegno e dedizione, cosa che vi confermerebbero i 321mila sceneggiatori che da almeno 30 anni provano a farcela ma non riescono nemmeno a far arrivare il loro progetto nell’ufficio del produttore o che magari, a pilot ultimato, vedono scivolare rovinosamente ogni aspettativa lungo la rupe degli ascolti imbarazzanti o della cancellazione imminente.

Richard Webber è un personaggio della serie televisiva Grey’s Anatomy, interpretato da James Pickens Jr..

Tornando in quel di Seattle, confesso di aver cambiato opinione su alcuni personaggi con una velocità anche superiore a quella con cui la Littizzetto sgancia i suoi vaffanculo, ma su uno di loro sono sempre stato granitico nella mia ammirazione: il dottor Webber, il capo spirituale di tutta quella banda di sfascia famiglie dal cuore tenero e dal taglio intercostale facile.Trovo questo personaggio (interpretato magistralmente da James Pickens Jr.) una figura positiva, generatore naturale di fiducia e rispetto, catalizzatore di successi e di risalite da momenti infernali senza mai guardarsi indietro.

E’ stato ideato e descritto nel tempo dagli sceneggiatori come una roccia a cui tutti s’aggrappano o sperano di poterlo fare, come il prototipo perfetto del saggio maestro di vita a cui guardare e da cui augurarsi di essere sempre guardati in futuro in caso di eventuali sinistri stradali sulla “tangenziale vita”. Perché è così che li vogliamo i nostri angeli custodi dispensatori di consigli e di – metaforiche o meno – pacche sulla spalla. Nessuno pensa di potersi vivere serenamente la propria esistenza con un tozzo uomo con fare da gufo e sguardo inquisitore, che dal suo scricchiolante piedistallo gli dica ininterrottamente “se/come/quando” agire o darci un taglio.

Vada per le guide lungimiranti, ma firmiamo seduta stante una petizione per spedire in una lontana zona confinante con l’Himalaya gli stalker del consiglio non richiesto e gradito quanto il vitello tonnato preparato dall’ imbranata zia Guida. Quello di “maestro di vita” è un titolo che concediamo a fatica, molto di rado, e che ancor più raramente non ci pentiamo di averlo fatto. Però c’è da essere onesti.

Quando qualcuno riesce a toccare le nostre corde più intime, ad insegnarci qualcosa che da soli non ci saremmo mai sognati di imparare prima dei 76 anni più 2 di artrite acuta, ad avvicinarsi così tanto alla nostra anima da farci sentire poi un profondo senso di irrisolto in caso di sua futura assenza, allora non possiamo che uscirne più arricchiti, più maturi e con la necessità impellente di dire GRAZIE. Come direbbe il saggio dottor Webber: ”Ciò che conta è se hai imparato qualcosa a fine giornata”. Verità grande almeno quanto il successo dello show che gli ha dato i natali e l’ha consacrato come personaggio amato e famoso.

Perché è proprio così, se ci pensate bene. Puoi trovarti ad affrontare le peggiori sventure, a dover scendere all’inferno e poi tornare in meno di 2 ore, a dover combattere con nemici che non hai visto arrivare o a collaborare con alleati che non hai subito riconosciuto come tali, ma l’importante è se riuscirai ad uscirne vivo e a poterlo raccontare davanti ad un buon bicchiere di vino. I piani vanno in fumo, i progetti cambiano strada facendo, le persone si perdono e molto raramente si ritrovano, la sfortuna a volte è più audace del coraggio, ma se affronti il viaggio con le dritte giuste – quelle che solo il tuo mentore saprà darti – allora il passo dalla fatica al piacere diventerà sempre più breve. Buona fortuna a noi!

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Chi lo ha scritto

Gianluca Schiavone

Metà avvocato e metà scrittore. Dottor buon senso e Mister relax. Credo si debba essere profondamente onesti nel tentare di conoscersi almeno un po' e io, dopo un paio di tentativi, ho realizzato che mi porto dietro un binomio insolito ma indiscindibile: lo studio della legge mi rende un buon cittadino (almeno in teoria), ma è la sconfinata passione per la scrittura ed il mondo della comunicazione in generale a tenermi davvero in vita. Di giorno fra i codici,di notte fra le righe. Cosa dimentico? Ah sì. Nome, città, hobby, libro preferito...sinceramente? Spero apprezzerete più cosa scrivo che chi sono. Vi ho convinto con questo paraculissimo tentativo di non sbottonarmi troppo? Staremo a vedere.

Cosa ne è stato scritto

  1. marinda

    Ok su Gray’s Anatomy, ma ER rimane irraggiungibile. Nessun Dottor Stranamore o Dottor Bollore e nessuna delle due sorelle Gray potranno mai lontanamente aspirare a prendere il posto della mitica coppia Dottor Doug Ross e infermiera Carol Hataway. George Clooney ha fatto strada, ma rimarrà per sempre il migliore camice dello schermo.

    Rispondi

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