Viaggio onirico di americano in Italia

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Arrivo da New York con la mia ragazza Julie, una taiwanese che ha vissuto a Jersey City, minuta e bruna, che fuma una sigaretta dietro l’altra. E’ volgare, alcolizzata, ma carina e quindi tutto il resto lo si può dimenticare. La amo. E’ identica a me, ma alla rovescia: timida e intelligente dentro, ma priva di paure e sfrontata (e spesso ubriaca) esteriormente. Voglio cambiare la mia personalità con la sua ed essere come lei.

Sono in Italia per scrivere di un famoso torneo di Beach Ultimate chiamato “Paganello” che si svolge a Rimini, ma segretamente sono qui in cerca di materiale narrativo per una sceneggiatura. Non so ancora di quale sceneggiatura si tratti, ma sono convinto che lo scoprirò. Probabilmente ho portato Julie con me per stimolare la mia creatività.

Abbiamo affittato una Renault Clio a Fiumicino, ma Julie non guida e quindi al volante ci sono io. Anche se il mio cognome e il ramo paterno della mia famiglia sono italiani, io sono un americano di classe media del Midwest. Ma non ho dimenticato tutto delle mie origini: gli italiani non sembrano badare ai limiti di velocità e nemmeno io. La strada è un luogo di passione, velocità e conquista. Per me, guidare è l’atto più vicino alla verità. La prima tappa del viaggio è Roma.

“Andiamo in macchina fino al centro di Roma” dico a Julie.

Nel 2003 si poteva entrare in macchina senza problemi nel centro di Roma. Ci infiliamo fin nei paraggi del Pantheon e parcheggiamo lì. La prima cosa che noto di Roma è l’inebriante odore di benzina e olio per motore delle migliaia di scooter che sciamano dovunque, come fossimo in una pista di un autodromo.

“Guarda tutte quelle moto! Sembra di stare in un film di Fellini. Come Marcello Mastroanni siamo vivi e vaghiamo senza meta e possiamo fare tutto quello che ci pare; e poi, fra un po’, ci sentiremo annoiati della vita” dico a Julie.
“Sei proprio uno scemo. Cerchiamo di trovare un bar piuttosto” mi risponde.

Una strada di Brooklyn

Quando ero adolescente, decisi che sarei diventato un regista. Feci un cortometraggio e mi iscrissi all’università seguendo quel desiderio. Ma non andò bene e qualche anno dopo me ne stavo vivendo a Brooklyn come un bohemienne; suonavo in qualche gruppo, scrivevo su qualche giornale e bevevo Montepulciano a 7,99 dollari al litro e mezzo. Bevevo vino, sognavo e avevo una macchina. Non era male, non era per niente male.

Ma lentamente cominciai a sentirmi vuoto dentro e riuscivo a malapena a pagare le bollette. Avevo bisogno di dare un senso alla mia vita e di sentire un qualche tipo di passione e allora mi ricordai che avevo abbandonato il cinema. Subito la settima arte mi riconquistò e mi misi a studiarla sul serio. Adesso Roma significava “Roma” e quella strada del centro era “La strada”.

Il cinema riaccese in me la passione più ambivalente che esista: l’ambizione. Non potevo semplicemente visitare l’Italia; dovevo entrarle nel profondo, come un cercatore d’oro. Non volevo essere un turista. Il turismo era anti-cinema. Il turismo era la morte. Avevo vissuto una vita da turista bohemienne per dieci anni e l’avevo appena lasciata. Mi ero detto che non sarei mai tornato indietro, ma non mi era ancora chiaro come andare avanti.

Io e Julie all’esplorazione di Roma. Ci caliamo mezzo acido a testa ed entriamo nel Foro Romano trasportati indietro nel tempo. I gatti randagi si trasformano in leoni tra Piazza Venezia e il Campidoglio. La gigantesca apertura circolare nel soffitto del Pantheon diventa un portale di Dio. Il piano sta funzionando. Sto costruendo il mio repertorio cinematografico.

“Tony, dovremmo venire a vivere in Italia” mi suggerisce Julie.
“Eh sì e di cosa potremmo vivere?” le rispondo.
“Non preoccuparti per me! Tu pensa a divertirti!” Mi dice con una sigaretta penzolante dalle labbra. Mi dà una botta sulla spalla e spegne la sigaretta.
“Ma non è questo il punto” replico.
“Perché no? Ti piace un sacco” Julie fa un gran sorriso. E’ brava a sorridere. Mi fa sentire un po’ geloso e a disagio.

Il problema di ‘non essere un turista’ quando si visita l’Italia è evidente. Anche gli italiani sono turisti a Roma. Beviamo vino seduti a dei tavolini in piazza Navona. Tiriamo le monetine nella Fontana di Trevi e poi ci infiliamo nell’acqua di un blu finto, come dei pazzi ubriachi. Siamo venuti, abbiamo visto; forse – dopotutto – eravamo anime morte?

Guidare lungo la Costiera Amalfitana, un nastro infinito di strada ai margini della realtà, è stato dopo. Le acque azzurre, luminose, allegre sono incredibili. Il mondo si rimpicciolisce davanti a noi, la nostra piccola auto e le piccoli vite precariamente vive. Guidiamo con la macchina decapottata; in realtà non si può fare con la Clio, ma lo avevo visto in un film di Hitchcock e allora…

Ma poi un gigantesco bus turistico si mette davanti a noi e tutto rallenta; e la puzza di gas di scarico degli autobus manda all’aria tutta la poesia. Riesco magicamente a sorpassarlo, ma la verità è che forse la Costiera Amalfitana non è altro che un incantesimo turistico. Ho bisogno di scappare lontano, di guidare veloce e rilassato. Julie comincia a bere. Anch’io ne avrei voglia. Dobbiamo essere a Rimini il giorno successivo. La strada ci conduce velocemente oltre tornanti che accarezzano la montagna a picco sul mare fino all’autostrada, e poi a Napoli dove passiamo la notte.

“Guidi bene la macchina, dovresti farlo per lavoro” mi dice Julie.
“Non posso passare tutta la mia vita a guidare una macchina!” le rispondo.
“Perché no? Ti piace!”.

Per andare da Napoli a Rimini ci vogliono un bel po’ di ore. Ho con me una cartina della Toscana del Touring Club del 1987 e l’ho studiata per trovare una strada panoramica che passasse vicino a Perugia. Come ciclisti facciamo su e giù per gli Appennini, passando per antichi castelli e borghi fortificati, lungo una strada progettata da qualche genio italiano, sicuramente un uomo visionario e amante della bellezza.

Il giorno dopo arriviamo a Rimini, accolti alla grande dalla spiaggia e da tutto il torneo di frisbee. Campi sulla sabbia per un centinaio di squadre per due chilometri senza interruzione, ad eccezione di una zona di fronte a un triste palazzo bianco avorio, proprietà di un vecchio dittatore africano.

Il torneo va avanti meravigliosamente per cinque giorni di festa e di gioco, resi ancor più gradevoli dal vino rosso, sardine alla griglia e spaghetti alle vongole.


Una volta finito il torneo, ho finalmente tempo per visitare Rimini. E scoprire che il palazzo africano non era un palazzo, bensì il Grand Hotel, Il Grand Hotel, il famoso Grand Hotel. Era stato un luogo particolare per Fellini, sia come fonte di ispirazione per la sua fantasia, sia come immagine dell’arroganza dei ricchi. Rimini è la città natale di Fellini.

Parallelamente all’edificio e perpendicolarmente alla spiaggia c’è una piccola striscia di verde un po’ spoglia, popolata da barboni e fontane polverose. E’ il “Parco Fellini”.

Una scultura curiosamente sgraziata segna l’ingresso del parco: una fotocamera 35 mm larga quattro metri e alta tre, fatta interamente di cemento e dedicata al regista. Ma è una macchina fotografica e non una macchina da presa; inoltre il cemento è brutto e scheggiato. Questa trascurata e sgradevole specie di scultura sembra essere una presa in giro del grande regista: Fellini come un turista ciccione nella sua città, con una macchina fotografica a tracolla.

In cuor mio sono certo di sapere chi ha architettato tutto questo. E’ stato senza dubbio l’hotel, luogo esclusivo, recintato e separato dal mondo reale,  probabilmente opera del regime fascista di Mussolini; ma, in realtà, non so proprio nulla.

“Dobbiamo entrare di nascosto nell’hotel e rubare qualcosa!” dico a Julie.
“Ok entriamo e cerchiamo il bar” mi risponde.

Un raffinato americano e la sua attraente escort orientale dovrebbero andare a pennello in un ambiente di oligarchi italiani che fumano sigarette e bevono grappa. Una volta dentro, mangio con costosissime posate italiane e bevo in bicchieri di vetro di Murano. Forse è questa la mia storia: un racconto sgraziato di come un giovane audace e spericolato e la sua musa ubriaca distruggono la ricchezza e mandano all’aria la festa di questi personaggi. Se fossimo riusciti a farlo mentre servivano il pranzo, sarebbe stato pazzesco.

“Che ore sono?” Chiedo a Julie.
“Le quattro. Perché?”. Mi risponde accendendosi l’ennesima sigaretta.
“Partiamo domani pomeriggio” le spiego “Conosco un ristorante a Firenze dove dobbiamo andare. Ci sono stato l’anno scorso.”
“Quando sei venuto per il torneo?”
“Sì. Un mio compagno di squadra viveva a piazza Santo Spirito. Dopo il Paganello abbiamo preso un treno per Firenze e abbiamo pranzato in quel ristorante. Non mi ricordo come si chiama, ma è bellissimo. Dobbiamo andarci assolutamente.”
“Ok.”
“Mi ricordo solo che chiude alle sei”.
“Ok e quindi?” Mi chiede Julie.
“Quindi, se vogliamo arrivare in tempo, dobbiamo partire in fretta, anche perché non sono sicuro di sapere come arrivarci.”
“E l’hotel?”.
“Forse riusciamo a fare tutto”.
“Ma tu la ami!!” Mi dice Julie tutta entusiasta.
“Amo cosa?”
“L’Italia!”

Sulle autostrade italiane, se stai sulla corsia di sorpasso con la freccia accesa, significa che hai fretta e pretendi che le macchine che vanno più piano si spostino. In America non funziona mai.

Mentre guido tutto concentrato, Julie si addormenta. Mani sul volante della mia piccola Clio, la strada che si snoda veloce davanti a me. Solo Mercedes e BMW mi riescono a sorpassare. Nel tratto tra Bologna e Firenze guido come un trapezista, come un posseduto, come un invasato. Tutto quello che sapevo di dover fare era guidare veloce, preciso e fare solo le mosse giuste senza fermarmi fino a quando l’obiettivo non fosse stato raggiunto e la vittoria conquistata.

La cena era deliziosa.

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