Qualche ricordo ci farà desiderare di leggere un libro, di vedere un film

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Cosa spinge una parte dell’umanità alla pratica del turismo? Affiorano pensieri di vasto respiro. Le vicende del secolo scorso, l’industrializzazione, l’emancipazione femminile, il boom economico, la società che cambia.

Una scena dal film “On the road”

Dietro a questi, seguono considerazioni più modeste, personali. Magari hai letto “On the road”, hai visto tanti film americani e ti immagini alla ventura, in cerca del futuro migliore. Se non hai soldi in tasca ti limiti alle fantasie della mente, alle brevi evasioni dalla realtà quotidiana.

Da trent’anni circa siamo entrati nel tunnel del turismo. I rischi non mancano? Il turbinìo non cessa, anzi. Afferma l’intrepido: si rischia anche a uscir di casa, dunque perché rinunciare? Ed ecco il viaggiatore di professione, quello che non si fa mai mancare un paio di uscite all’anno, fotografa, filma e archivia, prima di inchiodarsi nuovamente alla scrivania, in attesa della prossima amnistia.

Primi anni ottanta
Siamo in classe turistica, sul volo Alitalia per New York del tardo pomeriggio: emigranti che tornano in America dopo la visita ai parenti di Villa San Giovanni; americani reduci dal tour in Italia, Capri-Roma-Firenze -Venezia-; giovanotti che si apprestano al mitico “coast to coast”, tante volte sognato sul catalogo dell’agenzia sottocasa. L’agenzia: vero punto di frontiera da cui spiccano il volo i sogni dello studente, dell’impiegato, delle coppie in viaggio di nozze,come i nostri due eroi.

Roberto è un tipo relativamente tranquillo, un giovanotto che ama le corse in moto sull’autostrada e le escursioni in montagna. Caso ha voluto che gli sia capitata in moglie Genna, una di quelle ex adolescenti frustrate. La ragazza decide di farne un viaggiatore e gli regala, come dono di nozze, un viaggio negli Stati Uniti di cui il malcapitato non sente la necessità.

Hanno trascorso mesi a parlarne e a progettare forsennatamente le varie possibilità esistenti, fino alla ragionevole decisione: viaggio organizzato con mezze giornate libere. Per due pulcini, che insieme avevano al massimo trascorso una domenica a Bologna o Firenze, sembra già un’avventura alla Salgari. Per cominciare, occorre il visto d’ingresso, con tutte quelle domande sul modulo da compilare: sei mai stato negli USA? Sei iscritto a partiti politici? Giura che non vuoi venire a sistemarti da noi! Non è che ti piace Fidel Castro?

Tra limitazioni valutarie e terrore della violenza americana, i due si portano i soldi contati e stipati in luoghi irriferibili. E’ una mattina di domenica. Trepidanti, attendono l’arrivo del pullman per la Malpensa. Sono con una ventina di persone. Si scrutano tutti con circospezione e nessuno vuol parlare per primo. Dopo cauti abbordaggi, si scopre che saranno in quattro a volare negli States, con l’aereo PAN AM.

Il mezzo arriva e il ragazzo alla guida si rabbuia immediatamente: “Siete troppi, non posso caricarvi con questo, è piccolo, se succede qualcosa ci vado di mezzo io”. Si smoccola, increduli: non lo sapevano prima, quanti erano? L’agenzia non gliel’aveva detto? Risposta: “Io non c’entro con l’ agenzia, al massimo vi porto alla rimessa e lì vedremo”

Sosta nell’oscuro garage dove li riuniscono, già intristiti dall’imprevisto, tra recriminazioni, scrollate di spalle, sguardi incazzati. Spunta una vetusta corriera. Secondo start.

Anche il secondo fallisce: quella specie di birroccio a motore si inchioda in autostrada. Il solito ragazzo prega di mantenere la calma e li fa raccattare da un bel coach che porta quelli del volo…Alitalia: vedrete, dice , andrà tutto bene. Santo subito. Si sta in piedi, ma che fa: basta arrivare.

Si catapultano in aeroporto, in tempo per vedere il loro volo al decollo. E adesso? Altro autostop: un divino impiegato gli salva la vita e li prenota sul prossimo volo…Alitalia. Insomma, era destino. L’importante è avercela fatta, in qualche modo. Gli sposini si fregano le mani e vanno a pranzo. Al tavolo c’è il primo impatto con gli USA: si avvicina un bel tipo di italo americano, genere “Anastasia mio fratello”, e chiede al marito se per caso abita nel New Jersey, perché somiglia a un suo vicino di casa. Dopo aver cortesemente escluso una tale eventualità, rimasti soli i due si guardano perplessi. Che lingua parla questo? Sembra convinto di esprimersi nell’idioma dantesco, ma è solo “broccolinese”. Dài, non fare l’europeo con la puzza al naso, poverino, è stato gentile.

Finalmente si parte: il Boeing rolla, il cuore batte.
“Certo che tira eh!”
“Parla piano! Se no, si vede che non abbiamo mai volato”

Viaggio notturno. La prima volta che si vola, ognuno reagisce a modo suo. I nostri non gradiscono i vuoti d’aria a ripetizione. Guardano il film lottando con le cuffie che distruggono i padiglioni auricolari, provano a mangiare. Di dormire, per il momento, non si parla. I boys statunitensi mollano i piedi nudi sugli schienali e guai a protestare. Le anziane oriunde a loro volta si levano le scarpe. Sembra di stare sulla corriera per Cerignola.

Atterraggio al JFK (con applauso al pilota, ancora si usava!). Evviva, eccoci a NY! Già, ma adesso? Gli fanno aprire le valigie, li interrogano, li frugano (molto più di quanto avverrà a certi giovanotti l’11/9), finché i pochi italiani si sono volatilizzati. Provano a chiedere in giro: hanno studiato l’inglese. Lo slang è ostico! Persi negli States. E il loro gruppo non li ha aspettati.

“Beh, prendiamo un taxi, saranno allo Sheraton”. La coppia guadagna tremebonda l’uscita: subito li abborda un tonico tassista. Non hanno neppure il tempo di aprir bocca che quello ha già sistemato precariamente tutte le valige dietro, li caccia a forza nell’auto e sbraita: che simpatici gli italiani, sono stato in Italia, a Gorizia nel 1944. Il tassametro è spento.

Inizia un giro vizioso. Si intravedono suburbi, facce inquietanti da gang. Leggono già i titoli dei giornali:
“Giovani italiani rapinati e picchiati nella Grande Mela”.

Non ci pensare, siamo a New York, New York. La corsa costa una cifra spropositata, che pagano senza fiatare e svuota pericolosamente le tasche. Approdano stremati e sconvolti all’hotel e si ficcano a letto dopo una folata di gelo da condizionatore, con temperatura vicino allo zero. Una bella notte di sonno? Non si può, anzi: sveglia all’alba, o li perderanno di nuovo.

L’indomani li aspetta il “continental breakfast”: colazione americana, non compresa nel prezzo ma abbondante, con quel caffè così diverso da quello che fa mammina in Italia. E’ un susseguirsi di stupori: com’è veloce l’ascensore, gli impiegati non hanno pazienza, vanno tutti di corsa. Li coglie una sensazione di inadeguatezza.

La fortuna per la prima volta li soccorre, impersonata dai custodi del magazzino dell’albergo. Si tratta di una coppia originaria del salernitano, che non ha l’aria di aver realizzato l’”american dream” e permette di fare la prima telefonata intercontinentale a scrocco.

I due li canzonano, notando l’ impaccio: “Siete sposini? Bravi, bravi…ricordate, call collect, così pagano quelli dell’Italia….”
Ecco dunque che parte la telefonata assassina: “Mamma sono io, ora una ti chiede una cosa in inglese, tu rispondi yes, vuol dire che sei d’accordo, non preoccuparti”. Roberto è ancora più drastico:” Pa’, rispondi sì, non discutere, passami la mamma che tu non senti un c…”. Risultato: la prima impressione è che per gli italiani una mano d’aiuto arrivi sempre, se non si fanno troppi problemi sulla provenienza.

Recuperata la comitiva iniziale, Roberto e Genna si affannano a spiegare che il ritardo non è stata colpa loro. Verificano subito che la guida italiana, un romano circa cinquantenne, ha occhi solo per le giovani e singles. Gli altri hanno un bell’insistere: “Fausto, cos’è questo, cos’è quello?”; lui nemmeno risponde.

Apprendono con sgomento che ad ogni giro turistico e cambio di guida locale passerà una busta per la mancia: rischiano la fame. E infatti, il primo pranzo è costituito da certe sostanze colorate e ipercaloriche consigliate dall’ineffabile guida/playboy , pescate in un supermercato che vende naturalmente di tutto e a tutte le ore: prendono anche un formaggio con le lentiggini e lo stomaco protesta.

Giro ad Harlem. Giungono sassate, e con esse i primi dubbi: chi sceglie gli itinerari? Prima decisione autonoma: niente Messa Gospel. Si ribellano alla cantata del povero negro ad uso turistico. Quanti obesi! Fausto si degna di accontentare la curiosità: è lo stress americano, ragazzi, la bella gente di “Dallas” per le strade non si vede.

Sperimentano i famigerati voli interni americani,ed eccoli in California. La luce californiana è splendida, gialla e grigia di smog, così glam.

S. Francisco all’imbrunire

La guida di San Francisco è una ragazza che parla un buffo italiano e si scusa: il papà è polacco, la mamma veneziana e da tanto non parla nella nostra lingua. Rinunciano a seguirla, anzi ogni tanto lei chiede: come si dice questo in italiano? Poi a un bresciano prende la nausea e nel pullman non si respira più.

Los Angeles: pozzi di petrolio, strade interminabili, mano nelle impronte dei divi, le ville delle stars hollywoodiane e, la sera, Rodeo Drive, Beverly Hills. Circolano strane auto con buontemponi un po’ fatti, che tirano roba dai finestrini. Roberto e Genna speravano di beccare Harrison Ford a fare jogging.

A Disneyland, primo litigio all’italiana. Due attempate romagnole vogliono passare avanti nella fila e ne nasce un tafferuglio: facciamoci conoscere.

Ultima tappa, Las Vegas. Coi pochi dollari residui non hanno grandi possibilità alle slot machines. E d’altronde, dove andare? Ci vogliono un mucchio di dollari anche per le cose più banali, se esci a fare due passi il sole del deserto ti uccide, il giro dei casinò lascia basiti. Enormi cameriere sulla sessantina in minigonna servono ai tavoli. Aleggia un’atmosfera da “rat pack” (clan formato da Frank Sinatra, Dean Martin ed altri personaggi dello spettacolo, noto per i comportamenti bulleschi, usi a frequentare la zona di Las Vegas e i mafiosi locali, NdA), da Bugsy Siegel: piccoli avventurieri, donne in cerca di compagnia, anziane matrone alcolizzate senza sostentamento e, in giro, vecchie limousine.

Con le riserve monetarie agli sgoccioli, e per impudenza giovanile, Genna scherza con una monetina da dieci lire e prova a ficcarla in una slot; il vigilante le placca il braccio e le fa intendere di non riprovarci, con un’espressione truce. Morale: non fate gli scemi all’estero. Limitatevi all’Italia.

Intanto quella sbobba che chiamano caffè comincia a piacere. In fondo l’America è sempre l’America.

Al ritorno Roberto e Genna tampinano tutti per mesi, raccontando senza posa fino a che si fa loro il vuoto intorno. Li chiamano “gli americani”. Dopo qualche anno, ci tornano pure. Non ci sono parole per questa terra, che non siano già state dette: perfezione di plastica, sensazione di artificiale, di disadattamento umano organizzato. Pena e rabbia. Razzismo strisciante. Italo-americani più distanti di un cinese. Sensazione di già visto, di ingresso in un film girato a Hollywood. Le distanze infinite, gli spazi immensi. Ciò che chiameremmo alienazione o squallore, assume fascino di per sé. La bellezza stucchevole di prati e boschi o barriere coralline dura un attimo. Il deserto del Nevada, che dicono nasconda tombe di morti ammazzati in quantità, ti mostra il deserto della tua vita nell’ufficio, nella fabbrica, nel condominio. Un giorno capiremo. Per ora, rifugiamoci nella vecchia Italia.

L’ultimo ricordo: una giornata di fine giugno, una passeggiata sul ponte di Brooklyn, guardando Manhattan con una leggera brezza che muoveva i capelli. Qualche foto delle Torri Gemelle.

Diversi anni dopo
A Nizza scelgono con cura un albergo che prenda la carta di credito. Al momento di pagare, sorpresa: è rotta. Montecarlo, con gita in traghetto tra i giapponesi che si inchinano: si inchinano anche Roberto e Genna, ma la pantomima sembra non finire mai. Vacanza a Cannes. Coda in autostrada, maxitamponamento, superdanno all’amata Golf.

Albergo di Cannes: un rispettabile quattro stelle attiguo al Carlton prometteva sul catalogo una piscina olimpionica la quale, dal vivo, riempie lo spazio di quattro vasche da bagno popolari. Antibes, Cap Ferrat, Saint Tropez: vita da ricchi, prezzi pure.

Escursione al “Sentiero dei Doganieri”, con partenza da Cap Martin: si alza la marea, fuggi fuggi dalle onde che ti sbattono contro gli scogli. Gita alle isole. Margherite e S.Honorat: mistiche. Porquerolles: ecologica. Du Levant: tutti nudi, anche al bar. Imbarazzanti e inconfessabili confronti.

Arles, Nimes, Sainte Marie de la Mer. Si fa fatica a trovare un ristorante aperto. Alberghi supermoquettati e lacrime agli occhi. Terra gitana, un ricordo lontano, una canzone: “Zingaro voglio vivere come te….”, Genna chiede a Roberto di cantarla con lei. No, non gliela canta. E’ finita.

Viaggiare è bello. Anche se non riesci a vedere un granché. Fa sempre bene alla salute cambiare aria, vedere una luce diversa, dimenticare per qualche giorno la realtà quotidiana. E fin qui.

L’Italia è arrivata tardi al turismo, ma che ingresso! Siamo dappertutto, facciamo di tutto e torniamo esattamente con la stessa testa di prima.

Si viaggia per vedere, dice uno. Sì, certo. Ma fosse solo per quello…la televisione abbonda di documentari, le edicole e gli stores traboccano di inserti e video e mettici pure il web: si potrebbe approfondire senza rischiare epidemie, incidenti aerei e guerriglia.

Si viaggia per conoscere, dice un altro. Sì, anche. Ma ammettiamolo, ci sono altri modi, anche più efficaci e perfino divertenti.

Dice un terzo: ci sono altri motivi, che non sempre si possono dire. Risposta alla Dario Fo: ah beh, sì beh.

Il quarto: io vado a riposarmi. Dipende. Le escursioni notturne, su aerei che a casa tua non prenderesti nemmeno se ti pagassero, e magari pure scortato dalla polizia, sono riposanti? I ragazzini che appena esci dal villaggio turistico ti saltano addosso per chiederti roba, sono riposanti?

Il quinto: vuoi mettere il mare dei Caraibi? Ragazzi, siamo in Italia, c’è tutto il mare e il sole che vogliamo, non è che viviamo in Islanda.

Il sesto: voglio conoscere culture diverse. Dài, sei circondato da tutte le etnie possibili, i tuoi vicini di casa sono stranieri uno su tre.

E poi, avete notato come sta cambiando la musica? E’ bello conoscere la altrui tradizioni, sì, però. Mica sempre sono belle. Non è detto che dobbiamo accettarle. Dov’ è la verità? Quando si sconfina nel relativismo?

Ma sì, andiamo, esploriamo. Dimentichiamo tutto, per un po’, solo un pochino. Riportiamoci a casa qualche immagine tutta nostra, che nessuno scatterà per noi. Qualche ricordo che ci farà desiderare di leggere un libro, di vedere un film. Fidanziamoci, sposiamoci, fraternizziamo; molliamo i freni, finché sarà possibile e l’artrosi e le dentiere non inizieranno a impedircelo.

[Tratto da "Amore e viaggi" dell'autrice.]

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