Vasa, la nave che viaggiò un miglio e quattro secoli

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Stoccolma, 10 agosto 1628. Tutto è pronto per il varo del Vasa, la nuova nave da guerra fortemente voluta dal Re di Svezia, Gustavo Adolfo. Deve essere il simbolo della potente stagione militare svedese, salperà per la guerra con la Polonia per il dominio del Baltico. Migliaia di persone assistono all’evento, che sarà più storico di quanto possano pensare. La nave infatti non percorre nemmeno un miglio marino, si inclina su un lato, imbarca acqua e si inabissa nelle acque del porto di Stoccolma, a poco più di 30 metri di profondità.

Il naufragio del Vasa

Il naufragio del Vasa

La folla è sbigottita, sulla nave ci sono circa 150 uomini, molti di loro sono contadini che non hanno mai visto il mare, la terraferma dista appena 120 metri, cinque vasche di piscina, ma almeno in cinquanta ci lasciano le penne. Non ci sono smartphone a filmare, ma nelle taverne di Stoccolma non si parla d’altro. Una tragedia, una maledizione. Ma anche grasse risate e sarcasmo, magari non troppo esibito, per quei reali così ambiziosi e potenti, ma così incapaci da non saper costruire una nave come si deve. O forse la colpa è del Capitano. O magari l’equipaggio era imbottito di birra.

Per dirlo al Re Gustavo ci vogliono un paio di settimane. Lui al porto non c’era, e non c’era nemmeno la diretta televisiva. Sì, ambasciator non porta pena, ma nessuno sgomitava per andarglielo a raccontare. Meglio scrivere una lettera, che arriverà dopo un paio di settimane.

Gustavo apre la busta, legge la lettera. Si altera fortemente, non fosse un Re, oserei dire si incazza un bel po’. Qui devono saltare delle teste. Non mi possono far fare una figura del genere. C’erano gli ambasciatori al varo, qui ci perdo la faccia. Datemi un colpevole. Banda di incompetenti ubriaconi. Vi sistemo io a tutti. Datemi uno Schettino.

La macchina della legge si muove per accontentare il sovrano irritato. Il Capitano, che come a volte accade non è affogato e non ha abbandonato la nave per ultimo, finisce subito ai ferri. Siamo in Svezia, però, 1600 o non 1600 qui ci vuole un’inchiesta fatta bene. Ci vogliono le prove. I fatti. Non è una caccia alle streghe.

Un cannone del Vasa

Un cannone del Vasa

L’ipotesi popolare, però, è proprio quella del maleficio, magari mescolato all’alcol. E invece, il capitano Söfring Hansson giura che i cannoni erano ben fissati, e che l’equipaggio era sobrio. Sembra sincero, fa capire che la nave era instabile di per sé. Giusto il mese prima aveva effettuato un test per l’ammiraglio  Fleming. Aveva ordinato a trenta uomini di correre da un lato all’altro della nave, per verificare la stabilità. Dopo un paio di corse l’ammiraglio preoccupatissimo aveva fermato l’esperimento, temendo il ribaltamento della nave.

Per verificare le giustificazioni del capitano, i sopravvissuti dell’equipaggio furono interrogati uno ad uno. Una domanda chiave riguardava i 72 cannoni in bronzo, quindi composti almeno al 70% da rame, che quattro secoli fa era ancor più prezioso dei nostri giorni, e non lo si poteva rubare dalle linee ferroviarie. I 72 cannoni valevano ben più del resto della nave. Erano ben assicurati alle funi? O si sono spostati causando l’instabilità della nave?

L’inchiesta del Vasa è un manuale di ‘non-colpevolismo’ a cui la Storia italiana pare aver attinto a piene mani. Primo passo, i potenziali colpevoli si aggregano in due partiti in conflitto. L’equipaggio accusa i costruttori, i costruttori accusano l’equipaggio. Tutti giurano di aver compiuto il proprio dovere e infatti non emergono elementi contro Hansson e il suo equipaggio.

La campana subacquea

La campana subacquea

Tocca ai costruttori difendersi, in primis a Hein Jacobsson, immigrato olandese, e l’Olanda era l’avanguardia nella costruzione di navi. Jacobsson in realtà non era proprio l’ingegnere capo, ma l’assistente di Henrik Hybertsson, anche lui olandese di nascita. Ma un anno dopo la firma del contratto, appena iniziata la costruzione, Hybertsson si era ammalato e aveva pensato bene di lasciare questo mondo prima del varo del Vasa, nel 1627. E così Jacobsson era stato promosso sul campo e aveva seguito i lavori. Jacobsson era una persona intelligente, sufficientemente intelligente per dare la colpa ad un morto quando il dito accusatorio fu puntato su di lui. L’avevo detto che la nave era troppo stretta, io l’ho fatta anche allargare dopo la morte di Henrik, ma più di tanto non potevo, la struttura non lo permetteva. Cosa potevo farci io, io ho solo completato il lavoro di Hybertsson.

Trovato il capro espiatorio, con la non indesiderabile caratteristica di essere sotto terra da oltre un anno, l’inchiesta si chiude senza colpevoli.

La storia del Vasa non finisce qua, anzi comincia. La nave ha infatti trascorso oltre tre secoli sotto le acque melmose del porto di Stoccolma, conservandosi in ottimo stato. Di generazione in generazione, si è sempre saputo che la sotto, da qualche parte, c’era il relitto del Vasa.

Il recupero del Vasa nel 1961

Il recupero del Vasa nel 1961

A recuperarlo ci avevano provato anche pochi anni dopo il naufragio, affidandosi ad un inglese, un altro tassello nel collage di fallimenti nordeuropei, perchè la tecnica del britannico Bulmer riuscì a raddrizzare la nave, ma finì per affondarla ancora di più nel fango sottomarino. Eppure, trentasei anni dopo, un consorzio tedesco-svedese riuscì a recuperare ben 50 dei preziosi cannoni grazie all’ingegnosa campana subacquea, che già Aristotele aveva studiato quattrocento anni prima di Cristo. In pratica, se andate sott’acqua dentro una campana, per un gioco di pressione la campana non si riempie d’acqua, ma nella parte alta mantiene aria respirabile.

E in questa storia di fallimenti progettuali e tecnici, la prima impresa ha la firma di un italiano, Guglielmo de Lorena, che ha ideato e costruito la

Il Vasa oggi, al museo

Il Vasa oggi, al museo

prima campana subacquea nel 1530, del tipo poi utilizzato per il Vasa. Se il naufragio avvenne solo sotto gli occhi del popolo, il trionfo è arrivato sotto l’obiettivo delle telecamere di tutto il mondo. Nel 1961, dopo un anno e mezzo di preparativi, il relitto fu portato in superficie, grazie soprattutto alla passione di un tecnico marino svedese, nonché archeologo dilettante, tal Anders Franzén, di nemmeno quarant’anni.

Il Vasa è un vero viaggio. Un viaggio nel tempo, nello spazio, ma anche nelle debolezze umane. E’ stato un tuffo di Icaro, una nave che non ha percorso nemmeno un miglio marino, ma che ha attraversato 385 anni di Storia per mostrarsi ancora oggi nel suo splendore e in tutte le sue umanissime contraddizioni al pubblico del Vasa Museet, Stockholm. Imperdibile.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Renato

    Bellissimo articolo, ma continuerei dicendo che il museo del Vasa é la dimostrazione di come si dovrebbe fare un museo capace di attrarre grandi e bambini grazie ai cinque piani che gli sono stati costruiti intorno per mostrare, grazie all’uso dei computer e di ricostruzioni, la vita a bordo di una nave del genere, la Svezia nel 1600, filmati originali del recupero, una ricostruzione del carteggio e dimostrazioni tecniche sulle cause dell’affondamento e delle tecniche di recupero.
    Il sospetto che in Italia il veliero sarebbe stato buttato in una (grande) sala secondaria di un museo é grande.

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