Toronto & me: note di una viaggiatrice incallita

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Una delle cose che maggiormente mi spaventano è essere invitata a vedere interminabili serie di foto o filmini di vacanzieri entusiasti e non so mai come declinare in maniera educata senza sembrare scortese o presuntuosa. Per questo affido le mie memorie alla scrittura. Alle parole mute lascio gridare come ho visto, letto, ascoltato e compreso Toronto, in un pellegrinaggio di 20 giorni nel fresco agosto del 2010.

Fatta tale premessa, inizio. Buona “scoperta”!

Uno dei miei più cari amici si trasferisce in Canada e pochi mesi dopo arriva un inatteso regalo di laurea da parte dei miei genitori: un viaggio, destinazione libera. La decisione è rapida, la scelta immediata. Pochi mesi dopo la chiusura dei miei studi, approfitto delle ferie dal lavoro per ritrovarmi in un abitacolo di un jet della Canadian Airlines, pronta a 13 ore di volo verso Toronto.
In valigia: sogni e aspettative ordinatamente ripiegati accanto a magliette di ricambio. In volto, un sorriso.

Il Canada, per me, è stato principalmente un viaggio in solitaria che aspettavo di condividere solamente nelle serate libere dal lavoro o nei fine settimana, perché, in fondo, come dice il protagonista di “Into the Wild”, Happiness is real only when it is shared. Fedeli compagni del mio pellegrinare sono stati una bicicletta, mappe, carta e penna. Oltre che occhi ben aperti e cervello (spero) sveglio.

Nell’impossibilità di essere sempre in due ho deciso di spendere le giornate che avevo per capire come vivessero, come vedessero il mondo, come lo dipingessero e con quali colori lo descrivessero in questa parte di globo. Purtroppo non sono riuscita a rispondere a tutti i miei interrogativi ma ho cercato di andare in giro, premendo “Mute” sul mio IO per riuscire quanto più possibile a cogliere l’altro senza i filtri mentali che mi portavo addosso. Un’impresa, all’inizio, riconosco sia stata sconvolgente, con il Conscio che mi urlava dentro la sua difficoltà a ritrovarsi dopo 8-10 ore passate in silenzio ad osservare gli altri… Ho voluto provare a fare quello che facevano i canadesi, immergendomi completamente nel loro flusso quotidiano: spesa nei supermercati; ore nei coffe shop; chiacchierate con i commessi davanti casa o con il giornalista incontrato allo Starbucks di Toronto che una volta o due al mese si attraversava mezzo Canada per venire alla sede di centrale di non ricordo bene quale emittente televisiva; tentativi maldestri di aiutare donne incapaci di piegare passeggini biposto dai meccanismi infernali; visita di Toronto city con una coppia di insegnanti inglesi con cui ho condiviso le 13 ore di aereo ed il fragrante sapore di Bunny Roll, un saporitissimo panino acquistato in una panetteria di China Town… .

 Stilando un’immaginaria e rapida lista di elementi che hanno catturato il mio interesse, scopro di poter riassumere il mio vissuto in sei semplici punti, paralleli e meridiani della mia mappa emotiva di Toronto&Surrounding.

1. L’urbanistica.

Uscendo dalle arterie pulsanti tipiche di ogni metropoli, si arriva alle aree residenziali dove i film diventano realtà: case esattamente uguali a quelle dei telefilm, si allineano ordinate fiancheggiando ampie strade. Grandi, bellissime isole bianche circondate da ordinatissimi giardini dal pratino rasato e garage in tono a lato. Più di una volta mi sono scoperta a fermarmi, stupita, attendendo che dalla porta uscisse un grande attore o scovassi una telecamera tra le rose del giardino…

2. Il modello.

Qui tutto viene riprodotto seguendo uno schema preciso. La mancanza del marchio indelebile di secoli di storia permette costruire stupendi quartieri in serie, in cui le case differiscono solo per piccoli dettagli, come tanti soldati in parata militare distinguibili solo per il colore degli occhi e un ciuffo ribelle.

Anche i negozi sono “a modello”. Si ripetono. Ogni n chilometri si ritrovano le stesse grandi catene cosicché, qualora decideste – o vi capitasse – di perdervi (reputo di fondamentale importanza perdersi, di tanto in tanto, per potersi poi ritrovare) non potreste certo chiedere “Sorry Sir, where is No Frills?” senza rischiare di essere spediti a miglia e miglia dalla vostra dimora. Ovviamente non potreste nemmeno far conto sui negozietti minuscoli senza nome per riuscire a ritrovare la via di casa. Consiglio finale: ricordatevi sempre la strada e la traversa, perché qui, come in molte grandi città dall’impianto a castrum romano, definiscono un posto in base all’incrocio fra la strada in parallelo e quella in verticale su cui si trova.

3. Gli spazi.

Utopia per noi europei ma… Qui ancora hanno spazio! Incredibile a dirsi ma il Canada ha immensi spazi vergini che vengono man mano riempiti di splendide casette mono o bifamiliari site all’interno di quartieri super-dotati con parco per bambini e (rullo di tamburi) laghetto artificiale. A ciò si aggiunge il fatto che…. tutto è realmente distante! Pur considerandomi un’appassionata delle lunghe camminate, i crampi alle gambe e le ore di cammino percorse mi hanno forzato a riconoscere che la distesa pianeggiante che dominava il mio orizzonte visivo facendo apparire ogni cosa facilmente raggiungibile… Era altamente erronea e mistificante!

4. La multiculturalità.

Vedere come tante razze possano coesistere pacificamente in uno stesso territorio, mantenendo ognuna le sue peculiarità, è stato uno degli spettacoli umani che il Canada ha saputo regalarmi. Sdraiata all’ombra di un salice, mi sono goduta il tradizionale picnic di ebrei al lago – in cui tutti gli uomini avevano il capo coperto mentre le donne/mogli si alternavano nella cura e sorveglianza dei piccoli intenti a giocare sulla riva – ho bighellonato per le stradine di mercato all’aperto – in cui l’odore della pura curcuma indiana si mescolava a quello del succo di canna cinese per poi penetrare fra i tessuti arabi e gli incensi indiani – ho scelto, ogni sera, in quale ristorantino etnico raccontare le mie peregrinazioni.

5. I coffee pubs.

Questi reami di panini e cookies, impregnati di odore di caffè, servono una varietà di cibi semplici e calorici. Ora capisco appieno quando Tom Hanks definiva Starbucks un posto per qualcuno con le idee precise: se amassi il caffè, mi sarei persa, ogni mattina, nell’ardua selezione fra caf, decaf, con panna, senza panna, caldo, freddo, con ghiaccio, senza ghiaccio, tall, large, extra-large, ecc!

6. Le macchine, le strade e loro marciapiedi.

Enormi arterie a 6-8 corsie in cui grandi vetture dalle cilindrate (e dai consumi) per noi impensabili correvano a 40 km/h (pene severissime per i trasgressori) sfrecciando a fianco di marciapiedi posti in ogni dove: non avevo mai pedalato in piena sicurezza accanto ad una 8 corsie…

7. Lo scontrino e la resa.

A Toronto si può fare shopping, tanto buon shopping. Un’impressionante varietà di offerta stipata in negozi più che ben disposti a riprendere indietro merci appena acquistate che non convincono già più. Ed il tutto senza lo stress del cambio o del buono, garanzia di un tornerò che qua non sembrava convincere nessuno.

Scoprire Toronto – “Torono” come lo chiamano i canadesi – è stato come prendersi un lungo Chai Tee seduta di fronte ad un tranquillo gigante dal cappottoo leopardato grigio e verde e dal profumo speziato di mille culture, che passa le sue giornate a specchiarsi pigramente nelle cristalline acque del Lago Ontario.

La city è pulsante e piena di vita come solo una grande città sa essere, strabordante di gente che corre e va per ogni dove ma è così educata da chiederti scusa se ti urta mentre tu te ne stai a naso per aria ad ammirare il riflesso dei grattacieli nell’edificio di vetro a fianco. Tuttavia, vivendo a Richmond Hill, una cittadina satellite, ho potuto assaporare anche gli odori del circondario, il risvegliarsi lento della mattina, le vie pacifiche popolate da scoiattoli in cerca di cibo, il battibecco degli uccelli notturni nel parco dietro casa… Un pot-pourri di spaccati di vita contrastante ma mai noioso, che mi ha affascinato e che di certo mi vedrà tornare… Buon viaggio a tutti.

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